
Gli utenti Apple più giovani forse neppure lo sanno, ma c’è stato un tempo nella storia del resto di noi in cui il logo della mela campeggiava sottosopra sulla scocca dei portatili di Cupertino. Poi per fortuna qualcuno fece notare la cosa e l’errore fu definitivamente sanato. Il nome del colpevole? Proprio lui, Steve Jobs in persona.
Lo racconta in un post sul proprio blog Joe Moreno, un ex dipendente Apple, che scrive:
Qualche volta, anche la scienza e gli studi possono sbagliare. Non a causa di un errore, ma per semplice leggerezza. Circa una dozzina di anni fa, ci fu una discussione presso Apple sul posizionamento del logo sul retro dei laptop Apple. […]
Apple ha un sistema interno chiamato “Possiamo parlarne?” grazie al quale ogni impiegato può formulare domande su qualunque questione. Così chiedemmo: “Perché il logo Apple è sottosopra sui laptop quando lo schermo è sollevato?” Ci è stato risposto dall’Apple Design Group, estremamente scrupoloso sulla questione dell’interfaccia utente, che avevano studiato il posizionamento del logo e che avevano scoperto un problema.
Un problema piuttosto evidente: il logo era dritto per il possessore del portatile (che però non lo vedeva mai, se non all’apertura dello schermo) ed inequivocabilmente sottosopra per tutti gli altri; una scelta dettata dalla volontà di venire incontro alle esigenze dell’utente-acquirente più che di tutti gli altri:
E per quale ragione si considerava un difetto il logo sottosopra per l’utente? Perché -notarono quelli del Design Group- gli utenti tendevano costantemente ad aprire il laptop dalla parte sbagliata. Steve Jobs si focalizzava sempre nel fornire la migliore esperienza possibile per l’utente; credeva che la soddisfazione dell’utente venisse prima di quella degli astanti.
Poi, come è accaduto per il video su iPod e per la TV (ricordate? Jobs odiava la televisione e considerava stupido il suo pubblico), lo storico iCEO si è semplicemente ricreduto ed è tornato sui suoi passi. Il che, incidentalmente, ha fatto pure la gioia degli studios di Hollywood, costretti ad applicare degli sticker adesivi per correggere il difetto in camera. “Aprire un laptop dal lato sbagliato” conclude Moreno “è un problema che possiamo risolvere da noi e che dura pochi secondi. Guardare il logo al contrario, invece, è un problema che dura a tempo indeterminato.”

Nelle scorse ore, è emersa una serie di nuovi dettagli riguardo il film su Steve Jobs con Ashton Kutcher e Josh Gad. Finalmente è stata comunicata la data ufficiale d’inizio delle riprese, il titolo è stato lievemente modificato e, soprattutto, il lungometraggio verrà in parte girato nella casa e nel garage di Los Altos in cui è nata Apple.
Il comunicato stampa originale, tradotto in italiano e ridotto per ragioni di spazio, recita:
Il film che ripercorre la vita di Steve Jobs, co-fondatore di Apple e carismatico maestro dell’innovazione, inizierà la fotografia principale a giugno e, in accordo con la volontà di perseguire accuratezza e autenticità, imprimerà su pellicola le scene iniziali nella casa di Los Altos dove Jobs è effettivamente cresciuto, e nel garage dove fondò Apple con Steve Wozniak.
Intitolato jOBS, il film avrà tra i membri del cast Ashton Kutcher nei panni dell’iconico visionario della Silicon Valley, e getterà nuova luce sui momenti più caratterizzanti e personali di Jobs, le motivazione, e la persone che lo guidarono. Il film si occupa di Jobs da quando era un giovane influenzabile e un hippie caparbio, passando ai successi iniziali e alla scellerata estromissione, per finire al ritorno da libro di storia e ai trionfi definitivi. Era un uomo intenzionato a cambiare il mondo, e ci è riuscito.
Commentando la notizia sul proprio blog, l’autore del libro “Insanely Simple,” Ken Segall, ha dato sostanzialmente la propria benedizione al progetto, pur se a modo proprio:
A quanto pare, ci sono due modi di fare un film su Steve Jobs. Puoi farlo indipendente, a basso costo, utilizzando il regista Joshua Michael Stern (chi?) e il neo-sceneggiatore Matt Whitely, e appioppandogli un titolo dozzinale come ‘Steve Jobs: Get Inspired.’ Oppure, puoi pagare un milione di dollari sonanti a Isaacson per i diritti sul suo libro, e prepararti a sborsare anche di più per tutto ciò che ne consegue. Questo, senza offesa, è quel che ha fatto Sony.
In ogni caso, si tratta d’una interessante novità. Dopo il salto, una spettacolare, storica fotografia di Woz impegnato nell’assemblaggio di un prototipo Apple tra skateboard, scale e tonnellate di cianfrusaglie. Tanto per entrare nell’atmosfera.
Continua a leggere: Il film su Jobs con Kutcher sarà girato nel garage di Los Altos
Si allarga l’insieme di quei paesi in cui Apple rinuncia al brand iPad+4G. In tutta Europa ormai, e quindi anche sullo store italiano, la descrizione riporta un più generico ma meno pericoloso “iPad WiFi + Cellular.”
In Australia è successo un finimondo. Da una parte c’erano gli utenti inferociti che accusavano Cupertino di pubblicità ingannevole e dall’altra c’erano i legali della mela pronti alla morte per sostenere la legittimità dell’appellativo “4G”, un termine mutevole ed equivoco legato di fatto all’interpretazione personale. Evidentemente scossa dalla risposta mediatica -e magari per evitare un’ulteriore cascata di cause legali- Apple deve aver deciso di tagliare la testa al toro, tant’è che il nuovo iPad è descritto come “WiFi + Cellular” perfino negli USA, dove tecnicamente di network 4G compatibili ce ne sarebbero sul serio.
E così, la novità ha finito col contagiare tutti o quasi gli Apple Store online del globo in Australia, Canada, USA, Europa, Emirati Arabi Uniti, Tailandia, Singapore, Nuova Zelanda, Malesia e Hong Kong. E così, finalmente, anche questa telenovela si conclude definitivamente.

Su Amazon è comparso un nuovo libro della serie “Who was” per spiegare ai più piccoli le cortesie e l’audaci imprese dei più grandi grandi personaggi della storia passata e dei tempi attuali. Questa volta, affianco a nomi del calibro di Leonardo da Vinci, Albert Einstein e la Regina Elisabetta, l’uomo carismatico oggetto della narrazione è nientemeno che Steve Jobs.
“Who was Steve Jobs” è un libro dedicato ai bambini scritto da Pam Pollack e Meg Belviso, e illustrato da John O’Brien. Ovviamente, la trama è stata un filo edulcorata per renderlo digeribile ai lettori più giovani ma contempla proprio tutto: la vita della storico iCEO dai tempi del garage in California fino ai giorni nostri, passando per l’avventura in NeXT, il “Think Different” e l’”Insanely Great” con tanto di timeline storiografica e bibliografia con le fonti.
Il tomo è edito da Grosset & Dunlap, frammento di Penguin, e costa pochissimo: appena 1,77€ in versione cartacea e 2,79€ in versione Kindle, leggibile anche su Mac e su iOS con la giusta applicazione. Una novità che non può mancare a chiunque si consideri un serio collezionisti di libri sul mondo Apple; peccato soltanto che non ne esista una variante in italiano.

I creatori del Trojan OSX.Flashback, il primo a lasciare un segno nella storia del Mac, sono riusciti a ammonticchiare cifre non irrilevanti grazie al loro malware e agli introiti pubblicitari. Tutto grazie al dirottamento dei clic degli utenti.
Symantec si getta nella ricostruzione degli eventi dei mesi scorsi, e azzarda un’ipotesi piuttosto seccante. Attraverso la botnet creata coi Mac, gli autori del Trojan potrebbero essersi intascati qualcosa come 14.000$ totali di introiti pubblicitari, se non di più; le stime iniziali, infatti, parlavano addirittura di 10.000$ al giorno:
Dalla nostra analisi abbiamo visto che, nel periodo di tre settimane che inizia ad aprile, la botnet ha visualizato oltre 10 milioni di pubblicità sui computer compromessi ma solo una piccola percentuale di utenti cui gli spot erano mostrati vi ha poi effettivamente fatto clic sopra, per un totale di 400.000 impressioni+clic. Questi numeri hanno permesso guadagni nell’ordine di 14.000$ in tre settimane, sebbene occorra considerare che il guadagno è solo una porzione del mosaico: ora occorre anche raccogliere tale denaro, e questa è la parte più difficile. Molti provider PPC mettono in campo misure anti-frode e processi di verifica degli affiliati prima di procedere ai versamenti. Fortunatamente, gli hacker non sembrano essere stati in grado di completare i passaggi necessari per la riscossione.
Si stima che la componente sugli spot originata da Flashback sia stata installata solo su 10.000 delle 600.000 e passa macchine infettate. In altre parole, utilizzando appena il 2% dell’intera botnet, gli aggressori sono stati capaci di generare 14.000$ in tre settimane; avessero potuto avvalersene per intero, ora parleremmo di cifre milionarie.
Non proprio una notizia rassicurante, soprattutto ora che molte società di sicurezza -non del tutto disinteressate- parlano della “estrema vulnerabilità” di OS X. Ciononostante, ribadiamo il concetto: non è ancora tempo di antivirus su Mac.

Prima o poi saremmo arrivati a questo punto, e la domanda che in molti si facevano ma che nessuno osava proferire è finalmente stata formulata: che si inventeranno a Cupertino, visto che i felidi migliori per ribattezzare le Major Release di OS X sono finiti o estinti? Qualcuno si è posto il problema, e ha ci ha fatto pure un grafico sopra.
La questione è semplice. Ponendo in ascissa ordinata il genere in ordine di combattività (chi vince su chi), e in ordinata ascissa le specie, si scopre che a Cupertino sono finiti i migliori felini da utilizzare per i nomi in codice delle versioni di OS X. Cheetah, Puma, Jaguar, Panther, Tiger, Leopard, Snow Leopard, Lion e presto Mountain Lion: a essere pignoli, quest’ultimo farebbe parte del genere dei Puma o Coguaro e, incontrasse un leone, le prenderebbe di santa ragione. Ma poi?
Forse, il lato peggiore della divertente questione sta nel fatto che Lynx -la lince- è già stata adottata in campo informatico da Atari per una sue vecchia console, mentre il nome Ocelot -l’estinto Leopardus pardalis- è stato già utilizzato in una release di Ubuntu, vale a dire Oneiric Ocelot. Restano i felini con la parola “cat” in mezzo, il cougar o la tigre dai denti a sciabola, ovvero le saber-toothed tiger; non proprio il massimo della vita. Insomma, è tempo che Apple rinnovi un po’ su questo versante.

L’adattamento per il film Sony sulla vita di Steve Jobs ispirato alla biografia ufficiale di Walter Isaacson sarà scritta dal pluripremiato sceneggiatore e produttore Aaron Sorkin, lo stesso celato ad alcuni successi come The West Wing (”Tutti gli uomini del Presidente”), The Social Network, Moneyball e A Few Good Men (”Codice d’onore”).
Confermando i rumors dello scorso ottobre sulla faccenda, Sony Pictures ha ufficialmente confermato con entusiasmo l’arruolamento di Sorkin:
A commento dell’annuncio, [il co-presidente di Sony Pictures] Pascal ha affermato “la storia di Steve Jobs è unica: è stato uno degli uomini più rivoluzionari ed influenti non solo dei nostri tempi ma di tutti in assoluto. E a Hollywood, oggi, non esiste uno scrittore più capace di Aaron Sorkin per catturare una tale, straordinaria vita per il grande schermo. Nelle sue mani, siamo certi che il film sarà come Jobs stesso: accattivante, divertente e polarizzante.
Il lungometraggio targato Sony desta molto interesse tra gli appassionati, e almeno per il momento sembra destinato a un futuro più radioso rispetto alla controparte indipendente con Ashton Kutcher nei panni dell’iCEO e Josh Gad in quelli di Woz. Il budget in ballo, in effetti, è nettamente superiore, e anche lo spessore dei professionisti coinvolti. A questo punto la domanda è una sola: chi impersonerà Steve Jobs?
Photo | IndiWire
Sarà pur vero che Apple spende meno di tutti per le attività di lobbying, e forse questo potrebbe perfino causarle qualche problema, ma quando ci si mette fa le cose in grande. Tim Cook è stato infatti ricevuto direttamente da John Boehner, l’attuale presidente della Camera dei rappresentanti degli Stati Uniti.
La ragione dell’incontro non è chiara, né esistono dettagli non ufficiali a riguardo; tutto ciò che è trapelato consiste nella possibilità che i due abbiano conversato sull’eventuale introduzione d’una sospensione temporanea del carico fiscale (”Tax holiday”), così da poter far rientrare negli USA parte dei depositi offshore della mela.
Parliamo d’una cifra che si aggira attorno ai 74 miliardi di dollari e che, congiunta ad altre manovre simili dei competitor, potrebbe riportare a casa qualcosa come mille miliardi di dollari. Una tassazione leggera potrebbe comunque giovare all’economa statunitense, e vista la grande pressione esercitata dalle società, non sorprenderebbe se la cose andasse in porto. Una notizia che farà piacere agli azionisti ma che lede un po’ l’immagine di Cupertino, già criticata aspramente per la quantità di sotterfugi e scappatoie legali che le consentono di pagare le tasse con un’aliquota media reale di appena il 9,8% tutto incluso. Praticamente un sogno per il contribuente italiano.

In una recente intervista al New York Times:, il CEO di Time Warner Cable CEO Glenn A. Britt ha commesso un tragico errore. Nonostante il ruolo istituzionale e la dichiarata passione per i dispositivi con la mela, infatti, ha raccontato candidamente di non conoscere AirPlay, ovvero quella tecnologia che sta per travolgere e seppellire l’intero settore delle tv via cavo.
Chissà, forse non è Zuckerberg ad essere eccentrico nelle abitudini e “immaturo” nell’abbigliamento; forse è solo il mondo della finanza che è stato colonizzato da uomini di una certa età, tutti conformati allo stesso modello serioso. Di sicuro, a sentire il CEO di Time Warner Cable cascano davvero le braccia; l’uomo, nonostante una posizione che immaginiamo lautamente remunerata, sembra non avere la benché minima idea delle possibilità della tecnologia attuale:
“Non sono sicuro di cosa sia AirPaly” ha detto, sebbene abbia sottolineato di essere un appassionato cliente Apple. “Oggi vogliamo essere su ogni schermo. Oggi è un po’ farraginoso riuscire a programmare da Internet alla TV -non è invece così difficile raggiungere l’iPad. La vera difficoltà sta nelle tubature; a quali cavi ti connetti, a quale dispositivo usi. E così, l’attuale Apple TV, quel gingillo a forma di dischetto da hockey, non fa veramente nulla per aiutarti a portare il materiale di Internet sulla TV di casa.
Viene quindi da domandarsi a che cosa serva quel “disco da hockey” -coi suoi MLB, NHL, le partita della NBA e i film di Netflix- se non a risolvere proprio questo problema. E quale sarebbe lo scopo di YouTube, MLB.tv, WatchESPN e tutte le altre app col supporto ad Airplay se non questo? E infine, anche uscendo dall’ecosistema con la mela, possibile che costui non abbia mai neppure sentito nominare affari come Boxee Box, Roku o l’ultimo grido del momento, cioè le Google TV?
Su questo punto specifico, Britt appare più ferrato. Afferma che, nella sua visione delle cose, una smart TV è meglio d’un set top box perché possiede il software e i chip necessari al suo interno senza la necessità di componenti aggiuntive. Vero. Ed è questa probabilmente la ragione per cui Apple sta seriamente pensando di lanciare la sua iTV. A quel punto, e sempre che non sia troppo tardi, sarà il caso che a Time Warner facciano un ripassino sulla materia.

Tutto è cominciato quando, nei giorni scorsi, qualche utente smaliziato ha chiesto a Siri quale fosse il miglior smartphone in circolazione; la risposta -il Nokia Lumia 900- fece parecchio scalpore sul Web, forse pure troppo, tanto che a Cupertino hanno immediatamente corretto il tiro. Poi però, Nokia ha accusato la mela di manipolare i risultati scomodi a propria convenienza.
Un bell’incidente diplomatico, non c’è che dire. Bastava chiedere a Siri “qual è il miglior smartphone di sempre?” per vedersi suggerire l’ultimo gingillo Nokia, il competitor dell’iPhone 4S dotato di Sistema Operativo Windows Phone 7; una risposta che è andata di traverso a qualche manager Apple e che ha portato ad un subitaneo cambio di rotta. E così, alla stessa domanda ora Siri risponde con divertita insolenza (”Quello che stai tenendo in mano ora”), con una sfacciata incredulità (”Stai scherzando, vero?”) oppure con un velato sarcasmo (”ma perché, esistono altri telefoni?”).
Apriti cielo. La responsabile della comunicazione di Nokia Tracy Postill ha pubblicato una nota piccata sul Sydney Morning Herald di oggi accusando Apple di manipolazione dei risultati:
A dire di Apple Siri sta lì per aiutare gli utenti, ma chiaramente se a loro non piacciono le risposte, modificano il software di conseguenza.
Il problema è che nei database del motore di ricerca WolphramAlpha, cui Siri si appoggia per calcolare la miglior risposta possibile e l’eventuale lista dei risultati, l’iPhone 4S figura solo al quattordicesimo posto, scalzato dal Lumia 900 che invece sta al primo. La fonte è Best Buy, ma oramai poco importa; il danno è fatto e l’intervento lato server pure. Checché ne dicano i competitor.

Secondo l’analista Rob Enderle dell’Enderle Group, il fatto che Apple voglia lanciare una propria smart TV rappresenta quanto meno un paradosso, visto che Steve Jobs stesso, l’uomo che dice di aver “imbroccato” la ricetta giusta, non soltanto odiava la televisione ma anche il suo pubblico medio.
Parlando a Forbes, Enderle avrebbe affermato:
Steve Jobs di sicuro pensava di essere riuscito a trovare quel quid che potesse trasformare la TV come ha trasformato l’industria musicale. Ma a differenza della musica, che amava, egli odiava la TV e pensava che contribuisse ad una nazione di gente stupida. È molto più difficile costruire qualcosa che vada incontro alle esigenze dei tuoi utenti quando li ritieni stupidi.
C’è sempre la possibilità che lo storico iCEO abbia cambiato opinione come è avvenuto col video su iPod, senza contare che definire “televisore” una TV HD con Siri, Facetime, iCloud, iOS e tutto il resto pare un filo riduttivo. Lo sottolinea anche un’analista dell’Arvani Group:
La combinazione di controlli vocali con Siri e l’abilità di fare una conferenza FaceTime potrebbe creare una incredibile rivoluzione nei comportamenti da social TV. Possiamo guardare una partita coi nostri amici per tutto il globo, come se stessimo nella stessa stanza senza sacrificare il confort sul divano o doverci piegare alle complessità tecniche. Potremmo inviare tweet sui nostri show televisivi preferiti o addirittura divertirci con chat di gruppo da luoghi diversi.
In ogni caso, quel che è fatto è fatto, e l’eventuale ragione Apple se la guadagnerà tutta sul campo; soltanto pochi giorni fa il CEO di Foxconn, Terry Gou, avrebbe dichiarato che la cosiddetta iTV debutterà nel 2013. E se lo dice lui, dobbiamo prenderne atto.

Come già detto, le riprese del discusso film indipendente su Steve Jobs sono già iniziate, tant’è che Ashton Kutcher -l’interprete dello storico iCEO- è stato già avvistato e fotografato in jeans e girocollo nero. E subito un coro di protesta s’è sollevato dal Web.
La trasformazione di Kutcher in occasione del lungometraggio “Jobs: Get Inspired” è completa, ma qualcosa non torna. La produzione avanza, apparentemente senza intoppi, e ciò significa che la proiezione nelle sale dovrebbe arrivare come da programma entro la fine dell’anno. Ciò che sta facendo discutere, tuttavia, riguarda alcune delle scelte fatte dagli addetti ai lavori; se infatti il film si focalizza sulla porzione iniziale della vita di Jobs, non si comprende per quale ragione l’avrebbero vestito l’attore col maglioncino giapponese che invece caratterizza l’ultimo decennio di apparizioni pubbliche. Le critiche, aspre e beffarde, erano ampiamente prevedibili:
Non mi interessa neppure che non abbiano azzeccato il modello di scarpe giusto, le New Balances grigie. Non importa. Ma l’errore veramente marchiano qui sta nel fatto che non puoi infilare uno Steve Jobs degli anni ‘80 nell’uniforme del 2000 con jeans e girocollo nero. Jobs stesso avrebbe detto: chi schifo. Vedete, il viso di Ashton insegue gli anni giovani di Jobs -fatta esclusione per lo stupido taglio- quando furono introdotti l’Apple II e il Macintosh. Ma di sicuro Jobs non ha indossato i Levi’s classici e il maglione nero giapponese fino all’ultima decade della propria vita. E durante tale decade, non aveva molti capelli. E di sicuro, non aveva la barba.
Già, anche perché ai bei tempi Jobs avevo un gusto un po’ damerino e il collo spesso cinto da eleganti cravatte o addirittura papillon: il look minimalista è arrivato parecchio dopo. Certo, può darsi che si tratti d’una trovata personale di Kutcher per immedesimarsi nel personaggio, ma di sicuro la notizia non contribuisce alla già traballante reputazione della pellicola.