Sel Web, qualcuno ha pensato di commissionare dei rendering in alta qualità…
Piccolo incidente diplomatico tra Apple e Nokia. Fino a pochi giorni fa…
Apple potrebbe presentare nel corso dell WWDC di giugno i nuovi iMac…

A dicembre dello scorso anno, L’International Trade Commission (ITC) accolse le richieste di Apple è bloccò le importazioni negli USA di diversi smartphone HTC. Tutto questo tempo doveva servire alla società di Taiwan per mettere mano alla progettazione e re-ingegnerizzare le componenti in odor di violazione, ma a quanto pare le cose sono andate diversamente. Tant’è che ora interi container di One X ed Evo 4G LTE giacciono bloccati alla frontiera.
Il mesto comunicato stampa di HTC a riguardo è chiarissimo:
La disponibilità dell’HTC One X e dell’HTC EVO 4G LTE è stata posticipata a causa di una revisione standard delle consegne da parte della dogana USA, richiesta in seguito ad un ordine di esclusione dell’ITC. Riteniamo che la nostra documentazione sia a posto, e HTC sta lavorando gomito a gomito con la dogana per la rimozione dei sigilli. L’HTC One X e l’HTC Evo 4G LTE sono stati ricevuti con entusiasmo dai clienti, che ringraziamo per la pazienza mentre lavoriamo affinché i dispositivi finiscano nelle loro mani al più presto possibile.
Tali dispositivi sono stati recensiti con giudizi mediamente positivi; si parla d’un “grosso salto in avanti per HTC” che avrebbe potuto cambiare le sorti d’un andamento delle vendite piuttosto tribolato. Nel primo trimestre fiscale del 2012, la società ha infatti fatturato qualcosa come 2,3 miliardi di dollari: uno scivolone del -35% rispetto al medesimo periodo dell’anno prima. Si sperava quindi che i nuovi prodotti potessero portare una sana boccata d’ossigeno, ma la burocrazia in questo caso è stata più forte:
L’ufficio della Dogana e della Protezione delle Frontiere USA ha il compito di eseguire l’ordine, e gli è permesso di gestire le cose praticamente in qualunque modo desideri; non esiste in effetti alcuna regola formale per amministrare o interpretare gli ordini di esclusione. Per di più, le istruzioni per il blocco alla dogana consegnate agli ufficiali sono pure secretate; sono perfino esentate dal Freedom of Information Act. A questo punto, HTC versa praticamente in un limbo, in attesa che la dogana prenda una decisione.
E intanto a Cupertino si festeggia, e legittimamente. Ogni giorno di ritardo alla frontiera è un giorno di vantaggio per l’iPhone.

L’adattamento per il film Sony sulla vita di Steve Jobs ispirato alla biografia ufficiale di Walter Isaacson sarà scritta dal pluripremiato sceneggiatore e produttore Aaron Sorkin, lo stesso celato ad alcuni successi come The West Wing (”Tutti gli uomini del Presidente”), The Social Network, Moneyball e A Few Good Men (”Codice d’onore”).
Confermando i rumors dello scorso ottobre sulla faccenda, Sony Pictures ha ufficialmente confermato con entusiasmo l’arruolamento di Sorkin:
A commento dell’annuncio, [il co-presidente di Sony Pictures] Pascal ha affermato “la storia di Steve Jobs è unica: è stato uno degli uomini più rivoluzionari ed influenti non solo dei nostri tempi ma di tutti in assoluto. E a Hollywood, oggi, non esiste uno scrittore più capace di Aaron Sorkin per catturare una tale, straordinaria vita per il grande schermo. Nelle sue mani, siamo certi che il film sarà come Jobs stesso: accattivante, divertente e polarizzante.
Il lungometraggio targato Sony desta molto interesse tra gli appassionati, e almeno per il momento sembra destinato a un futuro più radioso rispetto alla controparte indipendente con Ashton Kutcher nei panni dell’iCEO e Josh Gad in quelli di Woz. Il budget in ballo, in effetti, è nettamente superiore, e anche lo spessore dei professionisti coinvolti. A questo punto la domanda è una sola: chi impersonerà Steve Jobs?
Photo | IndiWire

In un articolo comparso sul -solitamente molto affidabile- Wall Street Journal, si legge che la produzione della prossima generazione di iPhone avrà inizio molto presto, già a giugno, e che, in armonia coi più recenti rumors a riguardo, disporrà d’un display da -testuali parole- almeno 4″.
Sappiamo che Apple lancerà la prossima generazione di iPhone più tardi nel corso dell’anno, tant’è che avrebbe già piazzato gli ordini per gli schermi presso i suoi fornitori asiatici; ordinativi tra i più voluminosi della sua storia, per venire incontro alle rinnovate esigenze del mercato:
La produzione degli schermi è programmata per iniziare il mese prossimo; i display avranno una misura di almeno 4 pollici in diagonale rispetto ai 3,5 pollici dell’iPhone 4S, l’ultimo telefono di Apple. Così hanno riferito le persone vicine ai fatti. […] Fino ad ora, Apple non aveva mai modificato la grandezza dello schermo dell’iPhone, che è sempre rimasta fissa ai 3,5 pollici del primo modello che debuttò nel 2007. Per il prossimo iPhone, che gli analisti predicono arriverà in autunno, Apple sta lavorando con diversi produttori inclusi la sudcoreana LG Display Co., la giapponese Sharp Corp. e Japan Display Inc., una nuova società creata il mese scorso da tre società giapponesi e dal governo.
L’annuncio però potrebbe arrivare già al WWDC 2012, visto che la beta di iOS 6 con ogni probabilità finirebbe con lo svelare praticamente tutto ciò che c’è da sapere sul nuovo gingillo con la mela. La trepidante attesa continua.
Sarà pur vero che Apple spende meno di tutti per le attività di lobbying, e forse questo potrebbe perfino causarle qualche problema, ma quando ci si mette fa le cose in grande. Tim Cook è stato infatti ricevuto direttamente da John Boehner, l’attuale presidente della Camera dei rappresentanti degli Stati Uniti.
La ragione dell’incontro non è chiara, né esistono dettagli non ufficiali a riguardo; tutto ciò che è trapelato consiste nella possibilità che i due abbiano conversato sull’eventuale introduzione d’una sospensione temporanea del carico fiscale (”Tax holiday”), così da poter far rientrare negli USA parte dei depositi offshore della mela.
Parliamo d’una cifra che si aggira attorno ai 74 miliardi di dollari e che, congiunta ad altre manovre simili dei competitor, potrebbe riportare a casa qualcosa come mille miliardi di dollari. Una tassazione leggera potrebbe comunque giovare all’economa statunitense, e vista la grande pressione esercitata dalle società, non sorprenderebbe se la cose andasse in porto. Una notizia che farà piacere agli azionisti ma che lede un po’ l’immagine di Cupertino, già criticata aspramente per la quantità di sotterfugi e scappatoie legali che le consentono di pagare le tasse con un’aliquota media reale di appena il 9,8% tutto incluso. Praticamente un sogno per il contribuente italiano.

Brutta batosta legale per la mela. Il giudice Denise Cote ha respinto la richiesta d’archiviazione avanzata da Apple e dai cinque editori coinvolti nella scottante faccenda dei prezzi degli eBook. Citando leggi statali, federali e investigazioni internazionali antitrust, ha affermato infatti che gli accordi tra le parti siano stati presi in modo tutt’altro che indipendente, e parla esplicitamente di “cospirazione.”
Il nodo gordiano resta sempre lo stesso, ovvero quel cosiddetto Modello Agenzia che ha finito col gonfiare artificialmente i prezzi per gli utenti finali, con vantaggi reciproci per il distributore -Apple, in questo caso- e le case editrici. Non senza una certa enfasi, il giudice affonda il coltello:
In breve, Apple non ha tentato di guadagnarsi il pane attraverso gli eBook in una leale competizione con gli altri rivenditori in un mercato aperto; ha invece ‘ottenuto il suo obiettivo invitando alla collusione i rivenditori, piuttosto che competendo in modo indipendente.’ […] Infine, la presciente predizione di Jobs al lancio dell’iPad che i prezzi degli eBook per i consumatori sarebbero stati ‘tutti uguali’ e le altre citazioni di Jobs, Murdoch e Sargent si combinano per fornire ampia comprovazione dell’esistenza di accordi collettivi tra le parti coinvolte, al fine di ottenere una lievitazione collettiva dei prezzi degli eBook; una cospirazione cui Apple ha preso parte intenzionalmente e scientemente.
Cupertino, insomma, parte molto male; anche se riuscisse a provare la propria estraneità al coordinamento dell’intesa sottobanco:
Il fatto che Apple possa aver avuto motivazioni differenti per far parte della cospirazione, o che fosse solo parzialmente coinvolta, non mina minimamente l’esistenza della cospirazione stessa o il ruolo di Apple in qualità di partecipante.
Cosa succederà quindi? Per ora è presto per trarre conclusioni. La sentenza preliminare infatti dà semplicemente il nulla osta alla causa, ed è sempre possibile che le accuse iniziali vengano ribaltate in fase di dibattimento. Le affermazioni piuttosto forti e ben circostanziate del giudice Cote, tuttavia, sembrano introdurre un quadro accusatorio estremamente pesante, senza contare l’aggravante che tre dei cinque editori -Hachette, Harper Collins e Simon & Schuster- hanno già concordato l’abbandono del Modello Agenzia col Dipartimento di Giustizia. Apple, siamo certi, resterà sulle proprie posizioni, ma l’assedio a Cupertino è già iniziato.

A dire di Ben Schacter, analista per Macquarie Equities Research, Chrome potrebbe presto debuttare su App Store in versione nativa per iOS. E c’è anche la tempistica: non oltre la fine dell’anno in corso.
In una recente nota agli investitori, Schacter scrive:
È in arrivo il browser Google Chrome per iOS. Google potrebbe già aver inviato il codice di Chrome per iOS ad Apple per l’approvazione. […] In ultima analisi, se -come riteniamo- Google dovesse introdurre il suo browser Chrome per i dispositivi iOS, ciò potrebbe portare enormi benefici nel suo posizionamento mobile operazionale e strategico.
I particolari latitano e le motivazioni appaiono in generale un po’ vaghe, senza contare che il rapporto tra Cupertino e Mountain View ha toccato probabilmente il suo minimo storico. Tuttavia, l’analista sembra sicuro d’un debutto entro il secondo trimestre dell’anno in corso, e comunque entro l’anno, al netto -ipotizziamo- di eventuali lungaggini burocratiche tipiche delle valutazioni più tribolate (tipo Google Voice, che ha finito coll’attivare un’interrogazione della FCC).
Un’approvazione simile però non risulterebbe molto conveniente per la mela. In virtù degli accordi stipulati, Apple intasca all’incirca il 50-60% della distribuzione dei profitti derivanti dalle query su Google originate da Safari mobile. Per intenderci, ogni milione lordo di dollari di ricerche effettuate sui dispositivi iOS si traduce in 600 milioni di dollari per Cupertino e 400 per Big G. Se quello stesso milione fosse originate dal proprio browser, Google terrebbe per sé l’intera torta.

Sappiamo che la prossima Major Release dell’OS mobile per il resto di noi si integrerà maggiormente con iCloud, abbandonerà le mappe di Google in favore d’una soluzione creata internamente “da far gridare al miracolo” e che, con ogni probabilità, verrà rilasciata assieme ad iTunes 11, una versione profondamente rivista e ottimizzata dell’ipertrofico lettore multimediale di Cupertino. Ora, però, fa persino capolino nei log delle applicazioni dell’App Store.
Di sicuro, qualcuno a Cupertino sta divertendosi a testare una qualche beta di iOS 6: lo dicono i riferimenti trovati sul sito iCloud.com e anche i dati di alcuni sviluppatori:
Uno sviluppatore ci ha informato oggi di aver recentemente notato utenti con iOS 6 che utilizzano la sua app. Lo sviluppatore ha osservato la stringa “iOS6″ durante la fase di aggregamento delle versioni degli OS nei software di analisi. Non è stato in grado di risalire con precisione al momento del debutto, ma è accaduto in un qualche momento della scorsa settimana. Altri sviluppatori con cui abbiamo parlato hanno avuto simili esperienze verso fine aprile. C’è una buona possibilità che ciò significhi che Apple è nel bel mezzo dei test sulla compatibilità di iOS 6 con le app di alto profilo sull’App Store.
D’altro canto, non è neppure la prima volta che accade. L’anno scorso si è verificato un evento analogo con la beta di iOS 5, e già a marzo parlavamo di avvistamenti sui siti Web dell’informazione Apple-centrica. Per fortuna l’attesa non sarà estenuante: l’appuntamento è al WWDC 2012 del mese prossimo.

Dato per scontato che il tanto discusso televisore Apple non possa fare a meno di tecnologie avanzate per l’interazione con l’utente, come i comandi impartiti con l’assistente vocale Siri o tramite apposite gesture interpretate da una speciale webcam concettualmente simile al Kinect dell’XBOX, non è da escludere che la cosiddetta Apple HDTV disponga anche di un telecomando minimalista come quello della Apple TV.
Secondo alcune indiscrezioni però l’interazione con il televisore Apple potrebbe spingersi ancora più avanti grazie ad apposite applicazioni che possono trasformare un iPad, un iPhone o un iPod touch in un telecomando evoluto, qualcosa di concettualmente simile all’app di TiVo mostrata qui sopra, il celebre servizio di registrazione remota dei programmi TV diffuso negli Stati Uniti.
Ogni emittente potrebbe rendere disponibile la propria app con la quale sfogliare sull’iPad il bouquet dei canali ed interagire attivamente con la trasmissione in corso visualizzata sul televisore Apple. Per sfruttare queste funzionalità avanzate sarà necessario disporre di un iPad, ma questo non sembra un grosso ostacolo alla diffusione del televisore Apple, dato che la maggior parte delle persone che lo acquisteranno già possiedono un dispositivo della Mela.
[via bussnessinsider]

Si torna a parlare dell’iPad mini da 7.85 pollici, dopo che il Digitimes ha previsto nei giorni scorsi la sua uscita dopo l’agosto di quest’anno. Il Digitimes rincara la dose, rivelando che Nitto Denko Corporation dovrebbe fornire alla Apple gli schermi touch ultrasottili per iPad mini che usano la tecnologia “G/F2″.
L’azienda giapponese Nitto Denko fabbrica prodotti elettronici, oltre che accessori per l’imballaggio e l’edilizia. Al centro dell’attenzione starebbe ora la sua produzione di schermi sensibili al tocco: Nitto Denko è esperta nel fabbricare pellicole conduttive e rivestimenti altamente trasparenti per l’assemblaggio dei touch screen. Secondo le fonti del Digitimes, Nitto Denko procurerebbe la pellicola ultra-sottile per i nuovi iPad mini, la chiave per ridurre le dimensioni del dispositivo:
La tecnologia G/F2 permetterà di ridurre i costi e anche di rendere l’iPad mini più sottile rispetto ai precedenti iPad. Lo schermo avrà infatti uno strato in meno rispetto alla struttura G/F/F (vetro/pellicola/pellicola) usata finora. La struttura G/F2 usa un elettrodo ai due estremi della pellicola ITO, la quale può essere quindi direttamente laminata nella copertura di vetro.
Nissha Printing e TPK dovrebbero produrre gli schermi touch screen per i nuovi iPad mini, dato che apparentemente la Wintek non potrebbe produrli (non si sa se per limiti tecnologici o della catena di produzione). La produzione sarebbe importante, visto che si prevedono fra i 7 e i 10 milioni di iPad mini distribuiti nel corso del 2012. L’iPad mini verrebbe commercializzato a un prezzo compreso fra i 200 ed i 250$ (circa 150 e 200€), una cifra bassa pensata per aggredire la concorrenza degli economici tablet Android da 7 pollici.
[Via Digitimes | Foto Gadgets Quality]

Bloomberg scrive che Apple è in trattative con Disney per portare su Apple TV WatchESPN, l’applicazione che consente di visualizzare su iPhone ed iPad le partite trasmesse dal network sportivo ESPN. Ma solo per gli utenti a stelle e strisce.
La novità scuoterà i già traballanti fondamentali dell’industria televisiva via cavo:
Gli abbonati ESPN dotati di Apple TV guadagnerebbero l’accesso ai servizi Internet del network sui loro set top box. Lo ha dichiarato Bratches, il vice presidente esecutivo dei servizi pubblicitari e di affiliazione del network.
Allo stato attuale, gli utenti americani possono accedere alle partite di ESPN attraverso un abbonamento via cavo a società come Comcast, Time Warner e Verizon; tutti gli altri invece debbono affidarsi all’app per iOS. Contrariamente alle convinzioni del CEO di Time Warner Cable, è possibile avvalersi di AirPlay per replicare i contenuti dell’app WatchESPN direttamente sul televisore di casa, ma a Cupertino evidentemente vogliono fare le cose in grande e renderle ancora più pratiche:
“Siamo una società indipendente dalle piattaforme” ha affermato Bratches oggi […]. “Fino al punto di buttarci a capofitto quando in futuro ci sarà l’opportunità per Apple di autenticarsi attraverso la catena alimentare delle payTV così come stiamo facendo con Microsoft”
Peccato soltanto che la novità non riguarderà minimamente la realtà italiana. Nella Vecchia Europa, alle prese con ben altri problemi, non esistono infatti licenze onnicomprensive, e tutte le trattative sui diritti vengono portate avanti singolarmente e con una lentezza estenuante. Sarà quindi per la prossima volta.