Il numero arriva da un collegamento lungo appena due metri. Il cuore del dispositivo è un chip compatto su cui è montata una matrice di piccoli laser VCSEL, gli stessi Vertical Cavity Surface Emitting Laser che da anni lavorano dentro i data center per il traffico interno tra le macchine. Qui vengono riadattati a un compito diverso: portare internet dentro una stanza.
La matrice testata era da 5 per 5, venticinque laser in tutto, ma durante la prova ne sono stati accesi 21 in simultanea. Ciascuno trasmetteva tra 13 e 19 Gbps, e la somma dei singoli flussi ha prodotto il record aggregato di 362,7 Gbps. I risultati sono stati pubblicati sulla rivista scientifica Advanced Photonics Nexus.
Diremo addio al Wi-Fi per come lo conosciamo oggi?
Il problema da cui parte la ricerca non è la velocità in sé. Le reti Wi-Fi soffrono limiti crescenti di banda, interferenze e consumi elevati, soprattutto dove gli utenti si addensano: uffici, abitazioni, spazi pubblici. Su questo terreno il dato più interessante non è il picco di trasmissione ma quello energetico. Il sistema consuma circa 1,4 nanojoule per bit, all’incirca la metà di tecnologie Wi-Fi paragonabili. In un momento in cui i centri dati assorbono quote sempre maggiori di elettricità a livello globale, l’efficienza pesa quanto la rapidità.

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La difficoltà tecnica vera era un’altra: impedire che i diversi fasci di luce si disturbassero a vicenda. La soluzione è stata indirizzare ogni segnale verso aree precise tramite microlenti e uno schema di distribuzione a griglia. Le prove hanno mostrato un’uniformità di illuminazione superiore al 90% e la capacità di tenere in piedi più connessioni contemporanee nello stesso ambiente.
C’è un punto che il titolo trascina nella direzione sbagliata. Gli stessi autori chiariscono che la tecnologia non nasce per mandare in pensione il Wi-Fi, ma per affiancarlo: l’idea è scaricare parte del traffico dalle reti convenzionali, non spegnerle. Il sistema funziona benissimo a distanza ravvicinata e in linea diretta — due metri, in laboratorio — il che lo rende adatto a un ufficio o a una scrivania, molto meno a sostituire la copertura che oggi attraversa muri e stanze.
Resta da capire quanto regga fuori dal laboratorio, dove i due metri diventano dieci e tra emettitore e ricevitore si frappongono persone, mobili e una mano che passa davanti al fascio.