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“Apple è come la mafia” l’accusa shock di uno sviluppatore

Proprio mentre Apple è sotto scrutinio per le politiche di App Store, piovono accuse pesanti: "Apple è come la mafia" dice uno sviluppatore.

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Nel bel mezzo dello scrutinio delle Antitrust di mezzo mondo, inclusa quella USA, nuove voci si alzano in segno di protesta per le politiche adottate da Apple su App Store. “Apple” sostiene un ex-dipendente della mela, crea “regole arbitrarie” da usare come “arma” contro la concorrenza; e uno sviluppatore ci va giù perfino più pesante: “Apple è come la mafia.”

Durante la propria deposizione dinnanzi alla sottocomissione all’Antitrust del Congresso USA, l’ex responsabile approvazioni software di App Store, Phil Shoemaker, ha lanciato accuse molto specifiche:

“Il servizio di gaming di Apple, Apple Arcade, è un tipo di app che è stata ‘costantemente bocciata dallo store’ quando veniva offerta da sviluppatori di terze parti, ma Apple consentiva la sua app ‘anche se violava le linee guida esistenti’, si legge nel report che rivela le dichiarazioni di Shoemaker alla sottocommissione.”

Shoemaker è stato responsabile dell’App Store dal 2009 ad aprile 2016, ed è a lui che si devono gran parte delle procedure automatizzate di revisione delle app. Dunque, la sua testimonianza è considerata altamente affidabile. Ma il vero affondo è arrivato dal CEO di ProtonMail Andy Yen, secondo cui Apple avrebbe fatto pressioni per cambiare modello di business.

Prima del 2018, ProtonMail disponeva di un servizio di mail a pagamento e di un’app gratuita; poi, racconta, Apple gli avrebbe chiesto di adottare il modello degli Acquisti In-App:

“Per i primi due anni che eravamo in App Store, tutto andava a gonfie vele, nessun problema. Ma come avviene spesso in questi casi […], man mano che inizi a fare numero più grossi in upload e download, iniziano a guardare più attentamente al tuo caso, e poi come qualunque estorsore mafioso, vengono da te a chiedere soldi.”

Secondo la ricostruzione di Yen, “di punto in bianco” Apple avrebbe richiesto alla sua società di introdurre il meccanismo degli Acquisti In-App; ordine a cui gli sviluppatori si sono piegati per salvare il business, senza tuttavia possibilità di concertazione né di appello. Anzi, se non si fossero adeguati, Apple li avrebbe epurati dall’App Store:

“Sono i giudici, la giuria e il boia della loro piattaforma, prendere o lasciare. Non si può ottenere alcun tipo di udienza per determinare se sia giustificabile o no; quel che dicono loro è legge.”

La situazione ora è un po’ cambiata; Apple ha modificato le regole dello store per consentire le applicazioni gratuite che accedono a servizi a pagamento esterni ad App Store, in più ha implementato anche un processo interno che consente agli sviluppatori di appellarsi alle regole e alle decisioni prese. Ma intanto, il danno è stato fatto, e ProtonMail afferma di aver dovuto aumentare il costo degli abbonamenti per rientrare del 30% di commissioni sulle vendite dovute ad Apple.

ProtonMail fa parte della Coalition for App Fairness, la coalizione degli sviluppatori che preme per maggiore trasparenza e libertà di scelta nell’ecosistema delle app mobili, a cui aderiscono anche Spotify, Epic Games, Tile, e Basecamp.

In una recente dichiarazione a The Verge, Apple afferma di “non cercare rappresaglie contro gli sviluppatori” ma piuttosto di “lavorare con loro per portare le app sullo store.”