Tim Cook: "servono nuove regole di tassazione delle multinazionali"

In un mondo in cui la politica è sempre in altre faccende affaccendata, accade che il CEO di una delle multinazionali più grosse del pianeta spinga per una revisione più equa del sistema di tassazione. E ci cascano le braccia.

La crescita dei giganti del Web ha mostrato tutti i limiti degli attuali sistemi di tassazione. E mentre come al solito qui da noi la politica si rincorre tra sgambettini di governo, gente che si automanda (rigorosamente per finta) a processo e revisionismi vari, il resto del mondo va avanti. E ci tocca sentire il CEO di Apple chiedere una riforma fiscale che sia "disperatamente" equa. Cose dell'altro mondo, signora mia.

Mentre altri paesi (pochi, per la verità) per lo meno si pongono il problema, qui da noi le priorità sono sempre altre. Il che, per una nazione divorata dal cancro degli interessi sul debito pubblico, costituisce un'assurdità: le risorse ci sono, a sapere dove e come prenderle. Ed è l'iCEO in persona che vince l'inerzia e punta il dita a se stesso; in un evento in Irlanda, a pochi giorni dal summit dell'OCSE, ha dichiarato:

“Io penso logicamente che tutti sappiano che c'è bisogno di una revisione. Sarei certamente l'ultimo a dire che il sistema attuale o quello passato fossero perfetti. Spero -e voglio essere ottimista- che trovino il modo"

L'esortazione è all'Organisation for Economic Cooperation and Development (OECD) che sovrintende alla cooperazione e allo sviluppo economico dei paesi del mondo, con un occhio alla risoluzione dei problemi comuni, alla "identificazione di pratiche commerciali e al coordinamento delle politiche locali e internazionali dei paesi membri" (cit. Wikipedia).

"È molto complicato sapere come tassare una multinazionale" ha chiosato l'iCEO; "vogliamo disperatamente che sia equo" ha quindi aggiunto. Ma la sensazione è che, per arrivare ad una soluzione condivisa dovranno passare ancora molti anni.

Privacy Utenti

A margine dell'evento, Cook si è soffermato anche su un'altra faccenda altrettanto importante e altrettanto trascurata: quella della privacy degli utenti. Giudica la GDPR europea "complessivamente buona" ma ritiene pure che "ci sia bisogno di molta più regolamentazione in quest'area." E si rende conto della stranezza che "un imprenditore sia costretto a parlare di normative, ma oramai è evidente che le società non sanno auto-regolamentarsi."

Una lucidità e un'onestà intellettuale che fanno da grottesco contrappeso alla totale assenza di lungimiranza, visione e competenza della nostra attuale classe dirigente e politica. Una cosa che fa cascare le braccia, e che non è neppure unica nel panorama high-tech.

Proprio in queste ore, il numero uno di Google e Alphabet -Sudar Pichai- ha parlato dell'esigenza di regolamentare lo sviluppo e l'impiego delle tecnologie basate sull'intelligenza artificiale. "La storia," ha spiegato al Financial Times "è zeppa di esempi in cui gli impieghi virtuosi della tecnologia non sono garantiti. I motori a combustione hanno consentito alle persone di viaggiare lontano, ma hanno anche causato incidenti. Internet ha permesso alle persone di comunicare, ma ha anche semplificato la diffusione della disinformazione. Queste lezioni ci hanno insegnato che dobbiamo tenere gli occhi ben aperti su cosa potrebbe andar storto." Ed ecco perché non ha "il minimo dubbio sul fatto che l’intelligenza artificiale debba essere regolamentata. È troppo importante per non farlo. L'unico dubbio riguarda le modalità con cui approcciare la questione."

E anche lui cita la GDPR europea come una base ragionevolmente solida da cui partire per elaborare le normative future. Perché chi avrà accesso a questa mole di informazioni, controllerà la nostra vita. Ecco perché dobbiamo riprendere saldamente le redini in mano prima che sia troppo tardi, prima che deepfake e riconoscimento facciale facciano danni.

Poi, però, apri le prime pagine di un qualunque quotidiano, per rendersi conto della distanza siderale che separa il mondo reale da quelli dei palazzi.

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