Apple a tre anni dalla morte di Steve Jobs

Tra nuovo e vecchio, un piccolo bilancio su Apple a distanza di tre anni dalla morte di Steve Jobs.

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Tre anni fa, come sicuramente saprete, moriva Steve Jobs. Al 5 ottobre 2011, il fondatore di Apple aveva in realtà già lasciato da alcuni mesi la sua carica di CEO a Tim Cook, per combattere la sua lotta contro il cancro che purtroppo non gli ha dato scampo. Essere gli eredi di Jobs non sarebbe semplice per nessuno, neanche per il più abile dei manager, considerando che nel corso della sua carriera Steve ha rivoluzionato molteplici industrie: da quella dei computer fino a quella della musica, passando anche per il mondo dell'animazione cinematografica grazie ai suoi tempi in Pixar.

Un compito difficile, dunque, per Tim Cook, la cui storia in Apple non è di certo partita dal 2011. In precedenza, aveva infatti lavorato a stretto contatto con Jobs nel ruolo di COO, per poi diventare il suo successore in quello di CEO in un momento del tutto particolare: iPhone e iPad erano vicinissimi ai loro apici storici, contribuendo in modo determinante al successo di Apple, quasi un abisso nei confronti di tutte le altre società tecnologiche. Si iniziava però a respirare aria di rimonta da parte della concorrenza, sempre più agguerrita nel fare fronte comune per cercare di rubare fette di mercato ad Apple.

Le iterazioni di iPod, iPhone e iPad non avrebbero permesso ad Apple di durare per sempre ai vertici del mercato: l'industria tecnologica è in continua evoluzione, e pensare di adagiarsi sugli allori può essere una follia da pagare sulla propria pelle. Anche per un colosso come l'azienda di Cupertino. Il primo compito di Tim Cook alla guida di Apple è dunque stato quello di occuparsi del giusto equilibrio tra la continua evoluzione dei dispositivi già esistenti, e la ricerca di nuove aree all'interno delle quali mettere le radici della propria società.

iPhone, iPad e Android


Il primo punto d'analisi riguarda le condizioni di iPhone e iPad sul mercato, in particolare la loro evoluzione nel corso di questi ultimi anni. Per quanto riguarda lo smartphone, Kantar ci mostra risultati piuttosto eloquenti: nel gennaio 2012, iOS e Android erano rispettivamente al 50,6% e al 43%, percentuali diventate poi 30,1% e 63,6% nell'agosto 2014. Per iPad, secondo i dati raccolti da TabTimes, la quota mercato di Apple (prodotti spediti) è stata nel Q2 2014 del 26,9%: quasi venti punti in meno rispetto al 45% registrato nel 2013, facendo scattare il primo campanello d'allarme dopo mesi e mesi.

C'è bisogno di preoccuparsi? Forse no. Partendo da iPad, il calo registrato nell'ultimo quarto è sicuramente stato un avvenimento fisiologico, visto che Apple contrariamente al passato non ha presentato nuovi modelli nel corso della prima metà dell'anno corrente, aspettando ottobre (secondo le voci) per svelare al mondo le nuove versioni di iPad Air e iPad mini. Per iPhone, invece, proprio la storia recente di iPhone 6 ci parla di un lancio record, durante il quale come al solito frotte di fan si sono recati presso gli Apple Store per fare la fila e assicurarsi il proprio modello, contribuendo così a dare vita al lancio di uno smartphone Apple di maggior successo di sempre.

Errori e innovazione


Una riflessione come quella che stiamo facendo è adatta più che mai al periodo in cui ci troviamo, alla luce di quanto svelato da Apple nel corso del suo evento di settembre. Al di là di iPhone 6 e delle dimensioni del suo schermo, l'azienda americana ha anche svelato al mondo l'arrivo di Apple Watch, dopo che per anni si era parlato di nuovi dispositivi che potessero lanciarla in mercati diversi.

Almeno sulla carta, lo smartwatch sembra rispondere perfettamente alle esigenze di tutti: a quelle degli investitori, che intravedono la saturazione dei mercati dove opera Apple, e a quelle dei fan, che si aspettano nuovi strabilianti modi con cui Apple possa rimanere sulla cresta dell'onda, rimanendo al tempo stesso (come dicono gli anglofoni) disruptive.

Eppure, almeno inizialmente si è temuto per la reale intenzione dell'azienda di lanciarsi in altri mercati: indicativa, per alcuni, fu l'intervista concessa dal CEO di Apple a Bloomberg, in occasione dell'uscita di iOS 7. Queste furono le sue parole:

"Alcune persone vedono l'innovazione come cambiamento, ma noi non l'abbiamo mai veramente vista così. È fare le cose meglio."

Fare le cose meglio. Una frase che calza a pieno con la filosofia di Steve Jobs, a volte addirittura maniacale nell'inseguire la perfezione dei prodotti realizzati da Apple. In questi tre anni, però, qualcosa sembra essersi incrinato proprio da questo punto di vista, aumentando i membri del partito del "Quando c'era Steve...".

Il Mapgate e il caos per gli aggiornamenti a iOS 8.0.2 sembrano essere, come abbiamo già visto, figli dello stesso ventre materno, senza dimenticare il nuovo Bendgate di iPhone 6. Qualche giorno fa, scrivevamo che spesso all'interno di Apple c'è chi guarda al proprio orticello, e che la segretezza dell'intero ecosistema, anche per chi ne fa parte, può essere la causa di questi mali.

Antennagate


Arrivati a questo punto, qualcuno potrebbe obiettare che ai tempi di Jobs risale invece l'Antennagate. L'ex CEO di Apple si risentì al punto da piangere dalla rabbia:

"Era così triste e arrabbiato per il problema dell'Antennagate e il modo in cui veniva dipinto. Il suo core team di leadership, insieme a quelli del prodotto e del marketing erano seduti intorno al tavolo e lui lo colpiva, dicendo 'Questa non è la società che io voglio sia. Questo non è ciò che stiamo costruendo. Non vogliamo essere questo tipo di società. Non vogliamo che le persone pensino a noi in questo modo'.

Quelle per i Beatles erano lacrime, questi erano singhiozzi. Teneva profondamente alla società che era per lui come parte di sé stesso, senza dubbio."

Si occupò naturalmente della faccenda in prima persona, prendendo parte a un evento organizzato appositamente per parlare del problema di iPhone 4:

Steve Jobs godeva tra i fan dello stesso credito di cui godeva all'interno della sua azienda. E sapeva come mettere insieme tutti i pezzi di un enorme puzzle, fatto di lotte interne, inevitabili nelle grandi società, concorrenza agguerrita e utenza esigente. La sua figura era composta da un mix di magia, come un santone, e di autorità: la consapevolezza di tutto questo è già nella mente di Tim Cook, così come l'impossibilità di riuscire a toccare le stesse corde che Jobs pizzicava con disinvoltura. La sfida principale dell'attuale CEO, dunque, è e sarà quella di capire come arrivare agli stessi risultati, non solo dal punto di vista economico.

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