Era un rompicapo geometrico nato quasi per prova, su una macchina spartana e senza pretese.
Eppure quel gioco semplice, ossessivo, buono per qualunque schermo, sarebbe uscito dall’Urss fino a diventare un fenomeno mondiale. Quarantadue anni dopo, resta uno dei casi più particolari nella storia del software: niente personaggi, niente trama, nessun finale. Solo blocchi che cadono. Abbastanza per attraversare la Guerra Fredda, le battaglie sui diritti e generazioni intere di console.
Dall’Electronika 60 ai tetramini: così nacque il rompicapo a Mosca
All’inizio non c’erano colori, musiche, animazioni. La prima versione di Tetris girava su un Electronika 60, un computer sovietico senza una vera grafica: i pezzi erano fatti con caratteri di testo, spazi e parentesi quadre. Pajitnov, che allora aveva 28 anni, lavorava sui sistemi informatici dell’Accademia e nel tempo libero provava a portare su computer i pentamini, figure da cinque quadrati molto usate nei rompicapi matematici.

Dall’Electronika 60 ai tetramini: così nacque il rompicapo a Mosca-Melablog.it
Si rese conto presto che cinque blocchi erano troppi: il gioco diventava macchinoso. Li ridusse a quattro. Nacquero così i tetramini, le sette forme che ancora oggi scendono dall’alto dello schermo: la linea, il quadrato, la T, la L, la J, la S e la Z. Anche il nome Tetris fu una sua idea: “tetra”, dal greco quattro, unito a “tennis”, il suo sport preferito.
Una trovata essenziale. E funzionò subito. In laboratorio, raccontano i protagonisti, i colleghi cominciarono a giocarci nelle pause, poi a passarselo da un computer all’altro. Con l’aiuto di Dmitry Pavlovsky e del giovanissimo programmatore Vadim Gerasimov, appena sedicenne, il gioco arrivò su IBM PC, con colori e tabella dei punteggi.
La storia commerciale di Tetris fu molto meno ordinata del gioco. Nell’Unione Sovietica degli anni Ottanta, i programmi nati in strutture statali non appartenevano al singolo autore: li gestiva lo Stato, attraverso enti come ĖLORG, incaricato dell’importazione e dell’esportazione di software. Pajitnov cedette i diritti al proprio centro di calcolo per dieci anni e, di fatto, non guadagnò nulla dalla prima diffusione internazionale del gioco.
La strada verso l’Ovest si aprì quasi per caso, passando dall’Ungheria, dove una copia finì sotto gli occhi di Robert Stein, imprenditore di Andromeda Software. Stein mandò un telex a Mosca per chiedere una licenza e lesse una risposta interlocutoria come un via libera. Da lì vendette i diritti a Mirrorsoft in Europa e a Spectrum HoloByte negli Stati Uniti, prima che la faccenda fosse davvero chiara.
Era il 1988, e il pubblico occidentale conobbe Tetris dentro un’immagine sovietica molto marcata: confezioni rosse, richiami alla Cattedrale di San Basilio, musiche e grafiche pensate per evocare Mosca. Un videogioco, certo. Ma anche un prodotto della Guerra Fredda finito sugli scaffali dei negozi americani.
Nintendo, Game Boy e il 1989 che cambiò tutto
Il passaggio decisivo arrivò nel 1989, quando l’imprenditore olandese Henk Rogers, convinto che quel gioco avesse un potenziale enorme, volò di persona a Mosca per trattare con ĖLORG i diritti per le console portatili. Rogers capì subito il punto: Tetris era perfetto per una macchina tascabile. Partite brevi, regole immediate, nessuna lingua da tradurre. Proprio in quel periodo Nintendo stava preparando il lancio del Game Boy e cercava un titolo capace di parlare non solo ai bambini, ma anche agli adulti. La scelta cadde su Tetris, inserito nella confezione della console insieme al cavo per giocare in due.
Fu una mossa pesante. Il gioco aiutò il Game Boy a imporsi e la versione portatile superò, secondo le stime più citate, i 35 milioni di copie vendute. A quel punto Tetris non era più una curiosità arrivata da Mosca. Era diventato un’abitudine: in treno, a scuola, in ufficio, spesso di nascosto. Pajitnov, però, avrebbe dovuto aspettare il 1996 per rientrare davvero nella gestione economica della sua creatura, fondando con Rogers la Tetris Company.
Musica, matematica ed effetto Tetris: perché è diventato un’icona
Una parte della memoria collettiva di Tetris passa dalla sua musica più famosa, la “Type A” della versione Nintendo, arrangiata da Hirokazu Tanaka partendo da Korobeiniki, canzone popolare russa dell’Ottocento che racconta di un venditore ambulante e delle sue merci. Ma il gioco ha lasciato segni anche fuori dal mondo dell’intrattenimento.
Secondo il Guinness World Records, nel 1993 una cartuccia di Tetris per Game Boy viaggiò sulla stazione orbitale Mir con il cosmonauta russo Aleksandr A. Serebrov, diventando uno dei primi videogiochi nello spazio. Anche la matematica si è occupata del suo paradosso più spietato: una partita non può durare per sempre, perché alcune sequenze di pezzi, soprattutto alternanze ripetute di S e Z, possono rendere prima o poi inevitabile il game over.
C’è poi il cosiddetto effetto Tetris, il fenomeno per cui chi gioca a lungo finisce per “vedere” incastri geometrici nella vita reale: scatole, finestre, auto parcheggiate, immagini che riaffiorano prima di addormentarsi. Forse il segreto è proprio questo: Tetris non racconta una storia, ma entra nel modo in cui il cervello mette ordine nello spazio. Pezzo dopo pezzo. Linea dopo linea.