C’è un aspetto di LinkedIn che milioni di utenti utilizzano ogni giorno senza pensare troppo a cosa accade dietro le quinte.
La piattaforma professionale di proprietà di Microsoft è stata infatti denunciata dall’organizzazione austriaca noyb, fondata dall’avvocato esperto di privacy Max Schrems, per una presunta violazione del GDPR, il regolamento europeo che disciplina la protezione dei dati personali. Al centro della contestazione c’è una funzione molto nota agli utenti: quella che permette di vedere chi visita il proprio profilo.
Secondo noyb, LinkedIn raccoglierebbe automaticamente informazioni sulle visite ai profili senza ottenere un consenso esplicito preventivo da parte degli iscritti. Il problema, secondo l’associazione, non sarebbe tanto il tracciamento in sé, quanto il modo in cui viene gestito. Gli utenti, infatti, possono disattivare questa funzione solo successivamente, attraverso le impostazioni dell’account. Un sistema definito “opt-out”, mentre il GDPR europeo richiede in molti casi un consenso preventivo “opt-in”.
La questione si complica ulteriormente per un altro dettaglio che riguarda il modello economico della piattaforma. LinkedIn registra per mesi le visite ricevute dai profili, ma l’accesso completo a quei dati viene riservato agli utenti che pagano l’abbonamento Premium.
Secondo noyb, questo meccanismo potrebbe equivalere a una forma indiretta di monetizzazione dei dati personali degli utenti. Un’accusa delicata, soprattutto perché il GDPR riconosce alle persone il diritto di accedere gratuitamente ai dati che le riguardano. In uno dei casi citati nella denuncia, un utente avrebbe chiesto formalmente di ottenere quelle informazioni tramite il diritto di accesso previsto dall’articolo 15 del regolamento europeo, ricevendo però un rifiuto da parte della piattaforma.
LinkedIn avrebbe giustificato il diniego sostenendo la necessità di proteggere la privacy degli altri utenti coinvolti. Una spiegazione che però non convince i legali di noyb, secondo cui la piattaforma non avrebbe problemi a mostrare gli stessi dati quando viene sottoscritto un abbonamento a pagamento.
La vicenda arriva in un momento già molto delicato per LinkedIn sul fronte della privacy. Negli ultimi mesi la piattaforma è stata coinvolta anche in altre polemiche legate al trattamento dei dati degli utenti e ai sistemi di tracciamento online.
Il precedente europeo e le nuove preoccupazioni
Il tema non nasce oggi. Già nel 2024 LinkedIn era stata colpita da una sanzione da 310 milioni di euro inflitta dall’autorità irlandese per la protezione dei dati per violazioni legate alla pubblicità comportamentale e all’uso dei dati personali degli utenti.
Adesso però la questione assume una dimensione ancora più concreta perché riguarda una funzione quotidiana, utilizzata da professionisti, aziende, recruiter e lavoratori in tutta Europa. Molti utenti, infatti, non hanno mai realmente considerato che il semplice gesto di visitare un profilo possa trasformarsi in un dato commerciale tracciato, conservato e potenzialmente monetizzato.
Negli ultimi tempi il dibattito sulla privacy nei social professionali si è intensificato anche a causa dell’utilizzo sempre più aggressivo dei dati per finalità commerciali, pubblicitarie e di profilazione. Alcuni provvedimenti recenti del Garante Privacy italiano hanno inoltre iniziato a mettere sotto osservazione pratiche legate al recupero di informazioni professionali dai profili LinkedIn per attività di marketing e contatti promozionali non autorizzati.

Perché questo caso interessa anche chi usa LinkedIn tutti i giorni-melablog.it
La questione va oltre il singolo social network. Il caso LinkedIn riporta al centro un problema che riguarda praticamente tutte le grandi piattaforme digitali: quanto gli utenti siano davvero consapevoli dei dati che vengono raccolti durante attività considerate normali e quotidiane.
Molti utilizzano LinkedIn semplicemente per lavoro, networking o ricerca di opportunità professionali, senza immaginare che dietro ogni visita, clic o interazione possano esistere sistemi di monitoraggio molto più sofisticati di quanto appaia in superficie.
Ed è proprio questo il punto che sta facendo discutere esperti di privacy, aziende e autorità europee. Perché il confine tra funzionalità utili e raccolta invasiva di dati personali sta diventando sempre più sottile, soprattutto in un momento in cui il valore economico delle informazioni digitali continua a crescere.