Dietro quella praticità, però, si nasconde un aspetto meno visibile: la quantità di informazioni che questi apparecchi raccolgono mentre ci ascoltano e ci osservano.
Il caso più recente riguarda gli altoparlanti intelligenti. Dal 28 marzo 2025 Amazon ha eliminato dai dispositivi Echo l’opzione che permetteva di elaborare alcune richieste in locale: oggi ogni comando rivolto ad Alexa viene trasmesso ai server cloud dell’azienda per essere analizzato.
Google ha imboccato una strada simile con l’arrivo di Gemini for Home, mentre Apple mantiene una quota maggiore di elaborazione direttamente sul dispositivo con Siri. Sul piano della privacy, tra i modelli più diffusi quello che lavora interamente in locale è il Sonos Era 100, mentre l’Echo si colloca in fondo alla classifica. Tutti questi apparecchi restano in ascolto in attesa della parola di attivazione e iniziano a registrare solo dopo averla riconosciuta, ma le attivazioni accidentali sono tutt’altro che rare.
Gadget per la casa: quali ascoltano più di quanto sappiamo
Il fronte forse più sottovalutato è quello dei televisori. Molti smart TV utilizzano una tecnologia chiamata ACR (Automatic Content Recognition), che cattura periodicamente frammenti di immagine o audio dallo schermo e li confronta con un database per riconoscere cosa si sta guardando. Samsung campionerebbe i contenuti circa una volta al minuto, LG ogni quindici secondi.

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Una ricerca dello University College London ha mostrato che il monitoraggio resta attivo anche quando il televisore viene usato come semplice monitor per una console o un portatile. Alla fine del 2024 il procuratore generale del Texas ha avviato una serie di cause contro Samsung, Sony, LG, TCL e Hisense proprio per l’uso di questa tecnologia, e perfino l’FBI in passato aveva invitato alla cautela.
Anche i robot aspirapolvere rientrano nella categoria, con un’aggravante: si muovono per le stanze e molti montano telecamere. Nel 2022 alcune immagini scattate da modelli di test iRobot — tra cui la foto di una persona in bagno — finirono online dopo essere passate per i fornitori esterni incaricati di addestrare gli algoritmi. Più di recente, le politiche sui dati di alcuni produttori asiatici hanno riacceso il dibattito sul trattamento e sulla conservazione delle informazioni raccolte dentro casa.
Per chi vive in Italia il quadro normativo cambia in modo sostanziale. Il GDPR impone che funzioni come l’ACR o la conservazione delle registrazioni vocali siano attivate solo con un consenso esplicito, e non possano restare accese per impostazione predefinita come spesso accade negli Stati Uniti. Questo non significa che i dati non vengano raccolti: significa che, almeno sulla carta, l’ultima parola spetta all’utente. Il problema è che le opzioni per disattivare il tracciamento sono quasi sempre sparse tra menu diversi e formulate in modo poco trasparente, tanto che la stessa ricerca britannica le ha definite estremamente complesse da gestire.
La direzione, intanto, è abbastanza chiara. Più i dispositivi domestici integrano funzioni di intelligenza artificiale, più hanno bisogno di dati reali per funzionare, e la casa è il luogo dove se ne producono in quantità.