Google e la società madre Alphabet hanno accettato di versare 68 milioni di dollari per chiudere una causa collettiva legata alla privacy. Al centro della vicenda c’è l’assistente vocale dell’azienda, accusato di aver registrato conversazioni personali in seguito ad attivazioni involontarie, i cosiddetti «falsi positivi»: episodi in cui il dispositivo si metteva in ascolto senza che fosse stato pronunciato il comando «Hey Google», o veniva attivato per errore. Alcune di quelle registrazioni, secondo l’accusa, sarebbero finite anche sotto gli occhi di revisori esterni.
L’azienda non ha ammesso alcuna responsabilità, ma ha preferito chiudere la disputa con un accordo. Possono accedere al fondo coloro che, tra il 18 maggio 2016 e il 19 marzo 2026, hanno acquistato negli Stati Uniti un dispositivo prodotto da Google, oppure hanno avuto conversazioni registrate dall’assistente. L’elenco dei prodotti comprende gli altoparlanti e gli schermi intelligenti della famiglia Home e Nest, insieme agli smartphone Pixel.
Google, chi può chiedere il risarcimento e quanto spetta
Le cifre previste sono modeste, stimate tra i 2 e i 56 dollari a seconda della categoria e del numero di richieste, con un sistema a punti che assegna più valore a chi ha acquistato i dispositivi. Il termine per presentare domanda è fissato alla fine di agosto del 2026 e l’accordo attende ancora l’approvazione definitiva del giudice.

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Qui arriva il punto che riguarda da vicino i lettori italiani, ed è bene chiarirlo subito per non illudere nessuno: il risarcimento vale soltanto per gli acquisti effettuati negli Stati Uniti e nei territori americani. Chi vive in Italia, quindi, non rientra tra gli aventi diritto e non può inoltrare alcuna richiesta, per quanto possa aver usato gli stessi dispositivi.
Questo non significa, però, che in Europa la questione resti senza tutele. A proteggere gli utenti del nostro continente c’è il GDPR, il regolamento sulla protezione dei dati, insieme al lavoro del Garante per la privacy. Proprio il tema delle registrazioni degli assistenti vocali aveva fatto discutere anche da noi qualche anno fa, quando emerse che porzioni di audio venivano ascoltate da revisori umani per migliorare il riconoscimento vocale.
Per chi rientra tra gli aventi diritto, negli Stati Uniti, la procedura passa da un modulo da compilare. Molti interessati hanno ricevuto via email un avviso contenente un codice identificativo e un PIN con cui avviare la richiesta online, spesso finito nella cartella dello spam; chi crede di averne diritto ma non ha ricevuto nulla può comunque presentare domanda. Il fondo viene poi ripartito in base ai punti accumulati, fino a un massimo di tre dispositivi per richiedente, e anche i minori possono rientrare nell’accordo, con la domanda presentata da un genitore o da un tutore. I tempi di pagamento, in ogni caso, dipenderanno dall’approvazione finale e da eventuali ricorsi.
Quella vicenda spinse le grandi aziende del settore, Google compresa, a rivedere le proprie pratiche, sospendendo o ridimensionando l’ascolto umano in Europa e introducendo controlli più trasparenti sulle impostazioni. Così, mentre oltreoceano la questione si chiude con un assegno, da questa parte dell’Atlantico la stessa preoccupazione ha prodotto cambiamenti nelle regole e nel modo in cui i dati vocali vengono trattati.