OS X: passato presente e futuro di Apple

OS X: passato presente e futuro di Apple


Come era giusto che fosse, buona parte del keynote del WWDC e dei commenti che sono seguiti hanno avuto come oggetto iPhone.
In fondo tutta questa edizione 2008 era strutturata in modo da lanciare adeguatamente il terzo business di Cupertino: dopo Mac e iPod, iPhone.
Ma il WWDC è prima di tutto conferenza rivolta agli sviluppatori e, se parliamo di sviluppatori, parliamo di software.
Quindi di OS X.
Vale la pena, dunque, analizzare passato e presente del “system 10“, in modo da essere pronti per ciò che ci verrà riservato dal futuro.

Come molti sanno, Mac OS X fu, in un certo senso, portato in dote da Steve Jobs al suo ritorno in Apple, nel 1997. La precedente esperienza di Jobs, la Next, si rivelò fallimentare tranne che per un aspetto: il sistema operativo che era stato sviluppato.
Si chiamava NextStep, e per i suoi tempi era a dir poco rivoluzionario. Basato su solide fondamenta Unix, si presentava almeno 10 anni avanti alla concorrenza, esteticamente e tecnologicamente. NextStep era l’unico boccone appetibile di Next, e mancò poco che non se lo accaparrasse qualche altra azienda.
Ma le cose andarono esattamente come voleva Steve Jobs, e tutto il team di sviluppo di NextStep raggiunse il neo-CEO ad interim a Cupertino per costruire il sistema operativo dei Mac del terzo millennio.
Dopo quasi 4 anni di sviluppo, una beta pubblica (a pagamento) e un’attesa snervante per gli utenti Apple, il 24 marzo 2001 faceva la sua comparsa sugli scaffali Mac OS X 10.0.
Sarebbero dovuti passare ancora almeno un paio d’anni perchè l’evoluzione di OS X fosse completa: dal 2003 fino ad oggi, Mac OS X è stato arricchito di nuove funzionalità, è stata razionalizzata l’interfaccia e si è passati all’architettura Intel, ma è indiscutibile che sia stato Mac OS X 10.3 Panther a rappresentare il punto di arrivo di una transizione durata almeno un lustro.

Ma, mentre si consolidava Mac OS X, gli ingegneri di Cupertino cominciarono a rendersi conto di avere tra le mani un potenziale molto superiore a quanto inizialmente previsto. L’architettura aperta e modulare permetteva, infatti, di piegare con facilità il sistema operativo alle esigenze più disparate: si trattasse di ricompilarlo integralmente per altri processori, di dotarlo di supporto nativo per nuovi servizi o periferiche o di adattarlo per gestire dispositivi diversi da un personal computer.

Con questa nuova, e rivoluzionaria, consapevolezza è così cominciato lo sviluppo di un dispositivo totalmente nuovo: è nel 2004, infatti, che comincia lo studio di iPhone: Secondo ciò che è stato consegnato alla storia, tutto parte dal lavoro di un singolo ingegnere, che mette a punto una versione ridotta di OS X e crea un framework dedicato ad un sistema di input sensibile al tocco (poi evolutosi nel noto Multi-touch).

Poco tempo dopo, OS X viene nuovamente smontato e rimontato per dedicarsi ad altri compiti specifici: parliamo di Apple TV, il mediacenter secondo Apple, che pure stenta a decollare.
Se l’hardware, dimensioni del case a parte, ha poco di rivoluzionario, è il software protagonista della situazione: sulle fondamenta del system 10 è stata montata una GUI rivoluzionaria almeno quanto quella di iPhone.
Mai, infatti, era stato possibile gestire tutte le funzionalità di un prodotto come Apple TV con un semplice telecomando a 6 tasti, il noto Apple Remote.

Sia giunti ai giorni nostri, in cui l’ecosistema di OS X si articola su 3 categorie di prodotti diversi.

  • Desktop Computing (Mac/MacBook)
  • Mobile Computing (iPhone/iPod touch)
  • Home Entertainment (Apple TV)
  • La cosa interessante è che le 3 categorie di prodotto si basano su 3 GUI e 3 sistemi di input totalmente differenti: tastiera e mouse, Multi-touch, telecomando. Tre paradigmi totalmente indipendenti, più o meno rivoluzionari, ma comunque resi possibili grazie ad una caratteristica di OS X: la flessibilità.

    A questo punto abbiamo una infarinatura del passato di OS X e un quadro sintetico (ma completo) del presente di Cupertino: ovvero abbiamo tutti gli strumenti per azzardare qualche ipotesi sul futuro.

    Sappiamo, intanto, che OS X ci accompagnerà per tutto il prossimo decennio: la stessa flessibilità di cui abbiamo detto poco fa, semplifica notevolmente il lavoro di evoluzione e permette di implementare facilmente nuove tecnologie. Ma questo, ad Apple, sembra non bastare.
    Ciò che è cambiato maggiormente, nell’ultimo lustro, è la domanda di sicurezza che arriva dall’utenza. Se a cavallo del 2000 la richiesta principale dell’utente medio era la possibilità di essere sempre connesso in maniera semplice ed efficiente (ricordate lo slogan “It simply works”?), ora l’esigenza principale è quella di essere protetti verso le minacce della grande rete.
    Abbiamo via via digitalizzato i nostri dati personali, la nostra identità è sempre più legata a rete e computer: è naturale esigere tranquillità. E, per questi stemmi motivi, esigiamo stabilità: le nostre vite, privata e lavorativa, passano sempre più attraverso l’ausilio di uno strumento informatico: lo vogliamo sì semplice da usare, ma soprattutto affidabile e trasparente.

    A Cupertino non sono certo sordi, e si sono messi al lavoro per soddisfare queste (in un certo senso, nuove) esigenze. Da qui l’annuncio che la prossima release di Mac OS X sarà quasi integralmente votata alla revisione delle fondamenta del sistema, per arricchirlo di maggiore sicurezza, maggiore trasparenza, e maggiore semplicità.
    Guardando un po’ più avanti, si dovrà fare i conti con la naturale obsolescenza degli attuali sistemi di input dei sistemi desktop. Ne parlarono, l’anno scorso al D5, Jobs e Gates, sottolineandone l’inevitabilità a lungo termine ma prendendo atto che ancora non c’è una richiesta sensibile in questo senso da parte dell’utenza.

    Passando al Mobile Computing si apre un mondo nuovo, spumeggiante: è un mercato che si sta evolvendo a ritmo frenetico, e non passa giorno senza l’introduzione di qualche novità da parte dell’industria. Apple, con iPhone, ha piazzato una scommessa notevole, con l’intenzione di rovesciare gli schemi del mercato: basta tastierini, basta stylus, il sistema di input del futuro di questi dispositivi è, secondo Cupertino, il dito umano. La strada è fondamentalmente tracciata, ma è ancora troppo presto per valutare l’evoluzione che avranno in futuro: Steve Jobs, sul palco del D5, ha fatto la sua previsione, sarà “l’unione di un client potente con servizi online ad alto valore aggiunto” la chiave del successo.

    Infine, l’Home Entertainment. Steve Jobs, parlando di Apple TV, l’ha più volte definita “un hobby”. Il punto è che nessuno, nell’industria, è ancora riuscito a creare un business di successo in questo campo, se si eccettua il gaming, che fa storia a parte.
    La scommessa, per il futuro, è quella di portare i contenuti multimediali proprio là dove gli utenti ne usufruiscono maggiormente, il divano di casa.
    In questo campo non è questione di GUI (che tra l’altro Apple TV, grazie ad OS X, ha già) ma di qualità e fruibilità di contenuti. In questo senso il matrimonio tra Apple TV e iTunes Store è stato il passo più importante intrapreso da Cupertino in questo senso.
    Questo mercato, comunque, è ancora troppo acerbo per poter azzardare previsioni. Una solo cosa è certa: se Apple avrà successo anche in questo business, lo avrà proponendo prodotti basati su OS X.

    Questa lunga analisi ci ha premesso di comprendere una volta per tutte il motivo per cui Apple, pur producendo principalmente hardware, si consideri ancora fondamentalmente una azienda di software.
    Colin Crawford, CEO di Macworld dal 1997 al 2003, una volta ha detto: “Se non ci fosse stato il software non avremmo mai visto un prodotto hardware con una mela sopra. Tutto, per Apple, ruota attorno al software“.
    Parafrasando questa affermazione, possiamo affermare che tutto ruota, e ruoterà per lungo tempo, attorno ad OS X.

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