Smartphone e bambini, l'esperto non ha dubbi: "prima dei 14 anni il cervello non è in grado di gestirlo"

Smartphone e bambini, l'esperto non ha dubbi:

Il primo smartphone ai bambini? Non prima dei 14 anni. Lo ha detto senza girarci troppo intorno, mercoledì 8 aprile 2026, lo psicoterapeuta Giuseppe Lavenia, presidente dell’Associazione Dipendenze Tecnologiche, parlando del rapporto tra infanzia e schermi. La sua posizione è chiara: «Prima dei 14 anni non lo darei a nessuno». Non per fare allarmismo, precisa, ma perché il cervello infantile non sarebbe ancora pronto a reggere notifiche, app, relazioni virtuali e stimoli continui. Il problema, però, non è solo il telefono. È soprattutto il modo in cui gli adulti lo fanno entrare nella vita dei figli.

Schermi già nella prima infanzia: quei bambini lasciati soli davanti al telefono

Secondo i dati diffusi dall’Associazione Dipendenze Tecnologiche, più di sei bambini su dieci tra 0 e 6 anni usano uno schermo ogni giorno. Quasi la metà comincia già tra i 2 e i 3 anni. Ma il dato che colpisce di più è un altro: nell’81% dei casi i piccoli restano davanti allo smartphone da soli, senza un adulto accanto. E quando il dispositivo viene tolto, oltre la metà reagisce con rabbia, irritabilità o forte opposizione.

Per Lavenia, quei numeri non parlano tanto di una tecnologia “colpevole”, quanto di una fatica degli adulti: «La prima infanzia non è in crisi per colpa degli schermi. È in crisi perché gli adulti hanno iniziato a delegare la fatica di educare». Lo psicoterapeuta la chiama solitudine mascherata da connessione.

Un’immagine dura, ma efficace: il bambino sembra tranquillo, magari sul divano o al tavolo di un ristorante, ma spesso sta solo imparando che la noia, l’attesa o il vuoto si riempiono con una luce accesa in mano. «Dietro ogni bambino che non sa stare senza», ha spiegato, «c’è spesso un adulto che non sa più come farlo stare con sé».

Il primo smartphone è una responsabilità: il “ce l’hanno tutti” non basta

Per Lavenia, la domanda non dovrebbe essere solo “quando dare il primo smartphone”, ma prima ancora “perché darlo”. Per sicurezza? Per controllare gli spostamenti? Per non far sentire il figlio escluso dal gruppo? O, più semplicemente, per calmare l’ansia dei genitori? «Spesso lo smartphone non serve al bambino, serve a noi», ha ammesso lo psicoterapeuta.

Bambina seduta sul tappeto guarda uno smartphone a terra mentre un genitore allunga la mano e porge un libro

Anche perché un telefono non è un oggetto neutro: dentro ci sono notifiche, app, chat, video brevi e continui richiami pensati per catturare l’attenzione. Dopo i 14 anni, aggiunge Lavenia, non dovrebbe comunque arrivare come un premio o come un regalo di compleanno lasciato senza regole.

Meglio presentarlo per quello che è: una responsabilità condivisa, con limiti chiari, tempi decisi insieme e controlli spiegati. E la frase più temuta dai genitori, «ce l’hanno tutti», da sola non basta. Per Lavenia è una richiesta di appartenenza, non un motivo educativo: un figlio che la pronuncia sta dicendo che non vuole restare fuori. Ma crescere significa anche imparare a sopportare una differenza. «I figli non hanno bisogno di genitori alla moda», ha detto, «hanno bisogno di adulti che tengano il punto».

Dal calmante digitale alla dipendenza: i segnali da non ignorare

Il passaggio dall’uso alla dipendenza da smartphone non si capisce solo contando le ore passate davanti allo schermo. Conta il posto che il dispositivo prende nella vita del bambino. Se serve a calmare la rabbia, spegnere la noia, fermare un pianto o evitare un conflitto, allora il telefono non è più uno strumento: diventa un calmante digitale. I segnali, secondo Lavenia, si vedono: irritabilità quando lo schermo si spegne, meno interesse per il gioco libero, fatica a stare nella realtà senza stimoli continui.

C’entra anche la biologia, perché suoni, click e notifiche attivano i circuiti legati alla dopamina, una sostanza coinvolta nei meccanismi del piacere e della gratificazione. Ma il punto resta educativo e relazionale. Lo stesso vale per giochi “educativi”, videochiamate, baby pc e baby tablet: possono avere senso se usati insieme a un adulto, diventano un rischio quando prendono il posto della relazione. «A quell’età non serve stimolare, serve esperire», ha confidato Lavenia: toccare, cadere, costruire, sporcarsi, usare mani e fantasia. Il rischio, conclude, è insegnare ai bambini che le emozioni non si attraversano, si cancellano. E invece rabbia, tristezza e noia servono. Anche quando sono scomode.

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