Lo fanno per paura che gli algoritmi taglino la visibilità dei contenuti, anche se le piattaforme negano l’esistenza di una lista ufficiale di termini vietati. È una nuova forma di autocensura digitale, nata nel punto più opaco del rapporto tra regole di moderazione, pubblicità e percezione degli utenti. Perché, alla fine, nessuno sa davvero fino in fondo perché un video finisca nei feed o venga lasciato nel vuoto.
Le grandi piattaforme, da Meta a TikTok fino a YouTube, lo ripetono da anni: non esiste un elenco segreto di parole proibite. Nelle loro regole spiegano che i contenuti vengono valutati in base al senso del messaggio, all’intenzione e al rispetto delle norme contro odio, violenza, disinformazione, pornografia o molestie. Sulla carta, il principio è chiaro. Poi c’è quello che succede davvero a chi pubblica ogni giorno.
Un video può andare male perché è debole, perché esce nel momento sbagliato o perché non interessa abbastanza. Ma può anche essere frenato da sistemi automatici che lo giudicano poco adatto agli inserzionisti, troppo delicato o rischioso per l’immagine della piattaforma. È qui che nasce la zona grigia degli algoritmi.
Le aziende pubblicano report, mandano notifiche quando c’è una violazione, spiegano una parte delle regole. Ma il modo in cui un contenuto viene distribuito nei feed resta in gran parte invisibile. Il creator vede solo il risultato: poche visualizzazioni, interazioni ferme, ricavi che scendono. “Mi hanno tagliato”, si sente dire spesso. Non sempre si può dimostrare. Ma quella sensazione pesa.
Come nasce l’algospeak: parole in codice per sopravvivere nei feed
Da questa incertezza è nato l’algospeak, una lingua fatta di sostituzioni, allusioni e parole quasi infantili per provare ad aggirare i filtri automatici. Su TikTok e Instagram, per esempio, alcuni utenti scrivono “unalived” invece di “killed”, “pew pews” al posto di armi, “seggs” per parlare di sesso. Termini leggeri, perfino ridicoli.
Usati però per affrontare temi pesanti. Il ragionamento è semplice: se una parola può attirare l’attenzione della moderazione, meglio cambiarla. Così, almeno nelle intenzioni di chi pubblica, il contenuto avrebbe più possibilità di girare. Non è una regola provata caso per caso, e le piattaforme la respingono.
Eppure questa pratica si è allargata, fino a diventare una specie di grammatica parallela dei social. Il paradosso è evidente: per parlare di suicidio, violenza sessuale, guerra, discriminazioni o salute mentale, molti utenti finiscono per usare formule criptiche, comprensibili solo a chi conosce il codice. Gli altri restano fuori. Il messaggio perde forza, si annacqua. E un tema serio rischia di diventare un indovinello.
Creator, analytics e casi controversi: quando la moderazione resta opaca
Tra i casi citati nel dibattito internazionale c’è quello di Alex Pearlman, creator statunitense seguito da milioni di persone su TikTok, Instagram e YouTube. Pearlman alterna video comici e commenti politici, e ha raccontato di evitare su TikTok la parola “YouTube” o frasi come “andate sul mio canale YouTube”.
Guardando i propri analytics, ha spiegato di aver notato un calo netto della portata ogni volta che invitava il pubblico a spostarsi su una piattaforma concorrente. Dal suo punto di vista il sospetto è comprensibile: perché un’app che vive del tempo passato dagli utenti dovrebbe premiare un contenuto che li manda altrove? Non è una prova tecnica, e TikTok non riconosce un criterio del genere come penalizzazione automatica.
Ma per chi lavora ogni giorno con visualizzazioni, retention e monetizzazione, quei numeri diventano segnali pratici. Anche quando restano ambigui. Pearlman ha raccontato anche episodi legati ai video su Jeffrey Epstein. In un periodo in cui il caso era molto presente nelle notizie, alcune sue pubblicazioni su TikTok sarebbero state rimosse nel giro di poche ore, mentre contenuti simili restavano online su Instagram e YouTube.
I ricorsi, secondo il creator, non avrebbero chiarito quale frase o quale passaggio violasse le regole. Da lì la scelta di usare formule indirette, come “l’uomo dell’isola”, per riferirsi a Epstein. Negli ultimi anni, inoltre, diverse inchieste e segnalazioni hanno alimentato la sfiducia sulla neutralità dei feed: dalle accuse rivolte a TikTok per pratiche interne di moderazione poco trasparenti fino alle contestazioni a Meta per la presunta riduzione della visibilità di contenuti filopalestinesi. Le aziende, in questi casi, hanno parlato di errori, vecchie procedure o letture sbagliate. Ma il dubbio resta.
Il costo pubblico dell’autocensura su politica, violenza e temi sensibili
Per molti studiosi dei media digitali, il punto non è soltanto capire se esista davvero un file con scritto “parole vietate”. Conta anche ciò che gli utenti pensano di dover evitare. I ricercatori parlano di algorithmic imaginary: l’insieme di supposizioni, mezze verità e miti con cui le persone provano a interpretare il funzionamento degli algoritmi. Una mappa imperfetta, certo. Ma capace di orientare i comportamenti.
Se migliaia di creator iniziano a non nominare più certe parole, l’effetto diventa reale anche senza un divieto esplicito. Morte, armi, abuso sessuale, conflitti politici, proteste e migrazioni possono essere raccontati in modo più prudente, meno diretto, a volte più confuso. Non per scelta editoriale, ma per paura di sparire dai feed.
È una pressione silenziosa, quotidiana. Il rischio riguarda la qualità della discussione pubblica. Quando una parte crescente dell’informazione passa attraverso social media governati da sistemi opachi, la visibilità dei temi sensibili dipende anche da criteri tecnici, commerciali e di immagine difficili da verificare. Le piattaforme devono proteggere gli utenti dai contenuti dannosi, certo.
Ma se le regole non si capiscono, la prudenza diventa rinuncia. Alla fine, la domanda che molti utenti si fanno prima di pubblicare è semplice: “Se lo dico così, l’algoritmo mi affossa?”. Sempre più spesso, per sicurezza, scelgono un’altra parola. O non la scelgono affatto.