È una voce legata a privacy e pubblicità e può interessare chi guarda film e serie in Italia e in Europa e vuole ridurre l’uso delle proprie informazioni da parte di aziende esterne.
La voce da cercare è nel menu dell’account, ma non dentro l’app per smartphone e nemmeno sulla smart tv. Per modificarla bisogna entrare su Netflix.com, fare il login, cliccare sull’immagine del profilo e poi su Account. A quel punto si scorre verso il basso, si entra in Gestisci profili e poi in Gestisci impostazioni di privacy e dati: è lì che Netflix raccoglie le opzioni sull’uso delle informazioni personali.
Il passaggio richiede pochi minuti, ma è facile non farci caso. Chi usa Netflix solo dal televisore, magari con il telecomando in mano dal divano, potrebbe non vedere mai questa impostazione. E invece è proprio da lì che si può intervenire per ridurre alcune forme di condivisione dei dati con soggetti esterni.
Come Netflix abbina i dati degli utenti con quelli di aziende terze
Nelle impostazioni sulla privacy, Netflix spiega che può usare un sistema di abbinamento con altre aziende per gestire o misurare comunicazioni pubblicitarie. La società non invia in chiaro dati come indirizzo email o numero di telefono. Li trasforma prima in un codice, cioè in un identificativo non leggibile direttamente. Solo dopo l’azienda partner controlla se lo stesso codice compare anche nei propri sistemi.
In pratica, il meccanismo funziona solo se anche quella società ha già gli stessi dati dell’utente. Se c’è una corrispondenza, Netflix può usare quel canale per mandare annunci o per capire se una campagna pubblicitaria ha raggiunto la persona giusta. Questo non vuol dire che un soggetto esterno riceva la mail o il numero di telefono in formato aperto. Vuol dire però che due banche dati possono essere messe a confronto. E per molti utenti è già abbastanza per alzare l’attenzione.
Un esempio chiarisce il punto: se una piattaforma pubblicitaria possiede già l’email di un abbonato e Netflix genera lo stesso identificativo cifrato, i due sistemi possono riconoscere la corrispondenza. Da quel momento, la pubblicità può essere inviata o misurata con maggiore precisione. “Non è una condivisione diretta dei dati, ma resta un trattamento da valutare con attenzione”, ricordano spesso gli esperti di protezione dei dati personali quando parlano di tecniche di matching.
Perché l’anonimizzazione non cancella tutti i rischi per la privacy
Il punto è questo: codici e identificativi riducono l’esposizione immediata dei dati, ma non eliminano ogni rischio per la privacy degli utenti Netflix. L’anonimizzazione, o più spesso la pseudonimizzazione, serve a evitare che un dato sia leggibile a colpo d’occhio. Quel dato, però, può restare utile per collegare comportamenti, profili e risposte alle campagne pubblicitarie.
Con questi strumenti, Netflix può misurare se una persona raggiunta da un messaggio pubblicitario interagisce poi con il servizio, con un contenuto o con un’offerta. Il dato non dice soltanto “che cosa guardi”. Può contribuire anche a costruire un quadro più largo: abitudini, preferenze, orari, dispositivi usati. Sono dettagli piccoli, presi uno per uno. Messi insieme, però, contano.
Chi vuole limitare questo tipo di trattamento può entrare nelle impostazioni privacy Netflix e disattivare le opzioni che consentono la comunicazione o l’abbinamento tramite identificativi. Meglio farlo da computer, con un po’ di calma, leggendo le spiegazioni collegate a ogni voce. Non tutte le impostazioni hanno lo stesso peso e non tutte riguardano la pubblicità nello stesso modo.
La multa nei Paesi Bassi e il nodo degli abbonamenti con pubblicità
Il tema non nasce oggi. Nel 2024 l’Autorità olandese per la protezione dei dati ha imposto a Netflix una multa da 4,75 milioni di euro, contestando la mancanza di informazioni chiare sull’uso dei dati personali raccolti dagli utenti. Netflix ha presentato ricorso contro la sanzione; sulla base delle informazioni disponibili, la procedura non risulta ancora chiusa.
La questione diventa ancora più delicata con gli abbonamenti Netflix con pubblicità, già disponibili in diversi mercati e legati, per loro natura, alla misurazione e alla profilazione degli annunci. Dove il piano con spot è attivo, l’utente paga meno, ma accetta un’esperienza costruita anche sulla raccolta e sull’uso di dati pubblicitari. È uno scambio che andrebbe capito bene prima di scegliere il piano.
In futuro potrebbe comparire anche un’opzione legata alla comunicazione tramite ID corrispondenti, pensata per consentire pubblicità basata sull’uso e sulle interazioni con siti e app di terze parti non affiliate. Per chi ha un abbonamento senza pubblicità il tema può sembrare più lontano, ma controllare le impostazioni resta utile. Perché la privacy, spesso, non si perde con un solo consenso: si assottiglia un clic alla volta.