Sai cos'è il bloatware e perché Windows 11 o il tuo telefono Android vengono forniti con programmi e app che non hai mai richiesto?

Nel 2026, chi compra un PC Windows 11 o uno smartphone Android in Italia e nel resto d’Europa lo scopre spesso al primo avvio: dentro ci sono già app e programmi non richiesti.
Nel 2026, chi compra un PC Windows 11 o uno smartphone Android in Italia e nel resto d’Europa lo scopre spesso al primo avvio: dentro ci sono già app e programmi non richiesti.
Sai cos'è il bloatware e perché Windows 11 o il tuo telefono Android vengono forniti con programmi e app che non hai mai richiesto?

 Giochi, antivirus in prova, servizi cloud, strumenti del produttore, offerte promozionali. È il bloatware, termine tecnico ormai familiare a molti utenti. Non sempre si tratta di software dannosi. Il punto è un altro: occupano spazio, mandano notifiche, possono raccogliere dati e, in alcuni casi, rallentano il dispositivo. La domanda resta sempre quella: perché ce li troviamo già installati?

Con bloatware si indicano i software preinstallati su un dispositivo senza una scelta diretta dell’utente. Su un computer Windows 11 possono essere antivirus in prova, giochi casual, app per il cloud, strumenti del produttore del notebook o collegamenti a servizi online. Su Android, invece, il fenomeno riguarda spesso app del marchio del telefono, servizi dell’operatore, piattaforme di shopping, giochi, social network o doppioni di funzioni già offerte da Google.

Bloatware, che cos’è e perché compare su PC e smartphone

La parola viene dall’inglese “bloat”, cioè gonfiare. E rende bene l’idea: un sistema che dovrebbe arrivare pulito viene riempito di elementi in più. Alcuni, va detto, possono essere utili. Un’app per aggiornare i driver su un laptop Lenovo, HP, Asus o Dell può servire davvero. Lo stesso vale per strumenti di diagnostica o backup. Il problema nasce quando l’utilità si confonde con la promozione. L’utente non ha ancora installato nulla, eppure il dispositivo è già pieno di icone.

Laptop e smartphone con schermate piene di icone di app su una scrivania, mano vicino al trackpad
PC e smartphone con molte app preinstallate: un esempio visivo del bloatware che può arrivare già incluso nei dispositivi.

Nel caso di Windows 11, Microsoft inserisce servizi propri come OneDrive, Microsoft 365, Teams, widget, collegamenti al Microsoft Store e contenuti consigliati nel menu Start. Poi arrivano i pacchetti dei produttori. Su Android cambia molto da marchio a marchio: un Google Pixel è di solito più essenziale, mentre altri modelli possono arrivare con molte più applicazioni di terze parti. Dipende dal produttore, dal Paese e, in alcuni casi, anche dall’operatore telefonico.

Accordi commerciali e app preinstallate: il business dietro Windows e Android

Dietro il bloatware su Windows 11 e Android c’è un meccanismo economico molto concreto. Le aziende che sviluppano app pagano, oppure chiudono accordi di distribuzione, per finire su milioni di dispositivi prima ancora che l’utente apra lo store. Essere già nella schermata iniziale è un vantaggio enorme: aumenta le possibilità di essere provati, di ottenere nuovi account, di vendere abbonamenti o di mostrare pubblicità.

Per i produttori di PC e smartphone, questi accordi aiutano a contenere i costi o ad aumentare i margini in un mercato dove la concorrenza è fortissima. Un portatile da 599 euro o uno smartphone Android di fascia media, esposto accanto a decine di modelli simili, si gioca anche sul prezzo. Le entrate legate alle app preinstallate diventano quindi una voce tutt’altro che marginale. Solo che al consumatore questo passaggio viene spiegato raramente, almeno non in modo chiaro.

Microsoft e Google seguono strade diverse, ma l’effetto finale può sembrare lo stesso. Windows 11 è un sistema operativo controllato da Microsoft, installato però su computer costruiti da molti produttori. Android, invece, è una piattaforma aperta e personalizzabile: Samsung, Xiaomi, Oppo, Motorola e altri marchi possono aggiungere interfacce, servizi e applicazioni proprie. In mezzo ci sono accordi con sviluppatori, operatori e piattaforme digitali. Una filiera lunga, poco visibile. Ma reale.

Negli ultimi anni anche le autorità europee hanno iniziato a guardare con attenzione al tema delle app predefinite, della concorrenza e della libertà di scelta. Il Digital Markets Act dell’Unione europea ha introdotto obblighi per le grandi piattaforme digitali, anche sulla possibilità di disinstallare alcune applicazioni e scegliere servizi alternativi. Non cancella il bloatware, ma spinge verso un maggiore controllo da parte dell’utente.

Memoria, prestazioni, privacy e sicurezza: dove pesa davvero il bloatware

Il primo effetto del bloatware si vede sulla memoria interna. Su un telefono con 64 o 128 GB di spazio, qualche app inutilizzata può sembrare poca cosa. Ma tra aggiornamenti, cache, foto e video, tutto si somma. Lo stesso vale per i portatili economici con SSD piccoli, dove ogni gigabyte conta. Spesso l’utente se ne accorge solo quando compare l’avviso: spazio quasi esaurito.

Poi c’è il tema delle prestazioni. Non tutte le app preinstallate restano ferme. Alcune partono insieme al sistema, controllano aggiornamenti, inviano notifiche, tengono processi attivi in background. Su un PC potente l’effetto può essere minimo. Su un dispositivo con poca RAM, invece, si sente eccome: avvio più lento, batteria che dura meno, menu meno rapidi. Piccoli fastidi, ma ripetuti ogni giorno.

Più delicata è la privacy. Molte app chiedono permessi per accedere a posizione, contatti, notifiche, microfono o dati di utilizzo. Questo non significa che ogni applicazione preinstallata raccolga dati in modo scorretto. Il rischio, però, aumenta quando sul dispositivo ci sono servizi che l’utente non conosce e non ha scelto. Le informative sulla privacy ci sono, certo. Ma quanti le leggono davvero al primo avvio, tra account da configurare e aggiornamenti da completare?

C’è infine la sicurezza informatica. Un’app non aggiornata, vulnerabile o sviluppata male può diventare una porta d’ingresso per attacchi. In passato diversi ricercatori di sicurezza hanno segnalato problemi legati a software preinstallati su PC e smartphone, soprattutto strumenti di gestione remota, assistenza o aggiornamento. Il rischio non è identico per tutti i dispositivi. Ma far finta che non esista sarebbe un errore.

App inutili, come riconoscerle e rimuoverle senza fare danni

Per gestire il bloatware su Windows 11, il primo passo è andare in Impostazioni, poi App e quindi App installate. Da lì si possono ordinare i programmi per dimensione, data di installazione o nome, così da capire cosa è stato aggiunto dal produttore e cosa appartiene al sistema. Le app chiaramente promozionali, i giochi mai usati o le versioni di prova scadute si possono spesso eliminare con Disinstalla. Meglio però fare attenzione a driver, componenti audio, strumenti grafici o software legati al touchpad. Se non si è sicuri, conviene cercare il nome del programma sul sito del produttore.

Su Android, il percorso cambia un po’ a seconda del marchio, ma di solito si parte da Impostazioni, poi App o Applicazioni. Qui si può controllare l’elenco completo, aprire ogni scheda e scegliere Disinstalla quando l’opzione è disponibile. Se non c’è, spesso si può usare Disattiva: l’app resta nella memoria di sistema, ma non compare più nel launcher, non si apre in background e non riceve aggiornamenti automatici. È una scelta prudente.

La regola pratica è semplice: rimuovere solo ciò che si riconosce come superfluo. Un’app di shopping, un gioco preinstallato, un antivirus in prova non rinnovato o un doppione del browser possono essere buoni candidati. Diverso il discorso per Google Play Services, componenti del produttore, app di sistema, strumenti per chiamate, messaggi, fotocamera o sicurezza. Toccarli senza sapere a cosa servono può creare problemi. E poi tocca perdere tempo a sistemare.

Prima di intervenire, meglio aggiornare il dispositivo, creare un punto di ripristino su Windows o almeno fare un backup dei dati importanti. Chi vuole partire da un sistema più pulito può pensarci già al momento dell’acquisto, scegliendo dispositivi noti per avere meno personalizzazioni: alcuni notebook business, telefoni con Android quasi stock o modelli venduti senza pacchetti dell’operatore. Non risolve il problema alla radice. Ma riduce quella sensazione, molto comune, di aver comprato un dispositivo nuovo e di doverlo ripulire appena acceso.

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