Tim Cook, Class Action per un commento sul mercato cinese

Un gruppo di investitori britannico ha mosso addirittura una Class Action contro Tim Cook per un singolo commento di 8 parole.

Un gruppo di investitori britannico ha denunciato Tim Cook in una corte della California per un singolo commento di 8 parole riguardo il mercato cinese, fatto pochi anni fa; l’accusa è di aver indotto in errore gli investitori, e ora è partita la Class Action.

Un gruppo di azionisti coordinati dal Norfolk County Council in UK è riuscito a ottenere la certificazione del giudice per una causa collettiva nei confronti di Apple, Tim Cook e del CFO Luca Maestri; il motivo del contendere è una singola frase fatta nel 2018 riguardo la domanda di iPhone in Cina.

A novembre 2018, Cook aveva affermato infatti che l’azienda era “sotto pressione” in alcuni mercati emergenti, ma non nel Regno di Mezzo. “Non metterei la Cina in quella categoria” ha dichiarato. Parole che hanno immediatamente causato un sospiro di sollievo tra gli investitori, data l’importanza capitale del Paese per i conti della mela.

Neppure due mesi dopo, tuttavia, Apple ha annunciato risultati finanziari più deludenti del previsto, a causa proprio di alcune criticità in Cina: era la prima volta dal 2002 che la società tagliava le previsioni, mandando così le azioni giù dell’8%.

L’accusa dunque è che Cook al tempo doveva sapere che la Cina stava rallentando, e doveva sapere di aver rassicurato immotivatamente i mercati. La denuncia è seguita nel 2021, con una richiesta danni che ammonta a quasi 1 milione di dollari. E ora, quella causa, è diventata una Class Action, il che significa che qualunque cittadino USA potrà unirsi.

Nell’ammettere l’ammissibilità della Class Action, il giudice Yvonne Gonzalez-Rogers ha menzionato l’incapacità di Apple di impedire il passaggio alla causa collettiva, etichettando -scrive il Telegraph– gli argomenti dell’azienda come “distorsioni.”

Per i legali della mela, tuttavia, mancherebbero le basi per procedere. I commenti di Cook sono da ritenersi “dichiarazioni d’opinione” e per tanto sono protetti dalla Costituzione; per Apple, insomma, la causa “fallisce nel dimostrare qualunque falso diritto o dichiarazione ingannevole.”

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