La Corte Costituzionale ha recentemente tracciato un solco profondo nel terreno della connettività italiana, con la sentenza n. 39 del 2026 che rischia di trasformarsi in un collo di bottiglia per la digitalizzazione del Paese.
Al centro della questione c’è la legittimità del canone di occupazione del suolo pubblico (il vecchio COSAP, oggi confluito nel Canone Unico Patrimoniale) applicato alle infrastrutture della banda ultra-larga. Se fino a ieri si navigava in un regime di esenzione volto a favorire la posa dei cavi, oggi i Comuni riacquistano il potere di battere cassa su ogni metro di fibra ottica che attraversa il loro territorio.
La decisione non è un semplice tecnicismo amministrativo. Per anni, la normativa nazionale aveva protetto gli operatori di telecomunicazioni da balzelli locali, considerandoli un ostacolo alla modernizzazione infrastrutturale prevista dall’Agenda Digitale. Tuttavia, la Consulta ha stabilito che la riserva statale non può azzerare completamente l’autonomia impositiva degli enti locali. Questo significa che le società che gestiscono la rete dovranno versare tributi per i cavidotti, le centraline e persino per gli armadietti stradali che ospitano i ripartitori ottici.
Cos’è il canone di occupazione per la fibra
Il vero paradosso si consuma nei piccoli centri. Mentre le grandi aree metropolitane hanno già completato la copertura o dispongono di economie di scala tali da assorbire il costo, i comuni delle “aree bianche” — quelle a fallimento di mercato dove lo Stato è dovuto intervenire con sussidi — si trovano davanti a un bivio pericoloso. Il rischio concreto è che i costi di gestione della rete lievitino proprio laddove la marginalità per gli operatori è già ridotta all’osso.

Cos’è il canone di occupazione per la fibra-melablog.it
Non si tratta solo di una questione di bilanci comunali. In molti casi, la gestione dei sottoservizi è affidata a uffici tecnici che utilizzano ancora planimetrie cartacee degli anni Novanta, rendendo il calcolo del canone un incubo burocratico prima ancora che economico. È probabile che si assisterà a una giungla di regolamenti diversi: ogni sindaco potrà decidere tariffe e modalità di applicazione, creando una mappa della connettività a macchia di leopardo dove il diritto all’accesso veloce dipenderà dal codice ISTAT di residenza.
Spesso si commette l’errore di considerare la fibra ottica come un’entità immateriale. In realtà, la posa dei cavi comporta un’usura fisica del patrimonio stradale che va oltre lo scavo iniziale. Paradossalmente, il ritorno del canone potrebbe spingere gli operatori verso un’intuizione non ortodossa: smettere di investire nel sottosuolo per puntare tutto su tecnologie meno “occupanti”. Se il suolo pubblico diventa un costo fisso annuale e variabile da comune a comune, potremmo assistere a un’accelerazione improvvisa verso il FWA (Fixed Wireless Access) o addirittura verso le costellazioni satellitari a bassa orbita, non per superiorità tecnica, ma per pura elusione della geografia amministrativa italiana.
Invece di avere una rete nazionale omogenea, il canone trasforma la fibra in una sorta di inquilino moroso che deve negoziare l’affitto ogni volta che attraversa un confine cittadino. Le aziende del settore hanno già iniziato a ricalibrare i piani di investimento per il prossimo biennio, e non è difficile immaginare che la fattura finale finirà, per proprietà transitiva, sulle bollette dei consumatori. L’infrastruttura, che doveva essere il sistema nervoso del Paese, viene trattata alla stregua di un dehors di un bar o di un cartellone pubblicitario.
Il risultato è un cortocircuito: lo Stato finanzia la posa dei cavi con i fondi del PNRR, mentre le sentenze aprono la porta ai Comuni per tassare quegli stessi cavi. È una partita di giro dove l’unico partecipante a perdere quota è il cittadino, che si trova a pagare due volte per lo stesso servizio.