"Non dovevi visitare questo sito", la nuova truffa è arrivata anche in Italia

Una falsa mail del Tribunale di Roma sta circolando in questi giorni in Italia. Si presenta come una comunicazione del Ministero dell’Interno, accusa chi la riceve di aver visitato un sito “proibito” e dà 48 ore di tempo per aprire un presunto allegato.
Una falsa mail del Tribunale di Roma sta circolando in questi giorni in Italia. Si presenta come una comunicazione del Ministero dell’Interno, accusa chi la riceve di aver visitato un sito “proibito” e dà 48 ore di tempo per aprire un presunto allegato.

In realtà, secondo le prime ricostruzioni, è una truffa informatica: l’obiettivo è rubare dati personali, credenziali o installare malware su computer e telefoni.

La mail arriva con un aspetto studiato per sembrare vero: stemma della Repubblica Italiana, numero di protocollo, tono da ufficio pubblico e richiami al Tribunale Ordinario di Roma. Nell’oggetto compare “Ministero dell’Interno – Direzione Centrale per i Servizi Territoriali”, mentre nel testo si cita un presunto “Dipartimento per la sicurezza informatica”. A un primo sguardo può anche sembrare una comunicazione ufficiale.

Poi, però, qualcosa non torna. Il destinatario non viene mai chiamato per nome: la formula è generica, “Intestatario della connessione / Cittadino”. Un dettaglio che dovrebbe già far scattare l’allarme. L’accusa riguarda una presunta violazione commessa online, collegata all’indirizzo IP dell’utente e motivata con una fantomatica Legge 231/2025, articolo 44-bis. Un richiamo che suona giuridico, ma che non corrisponde a una norma reale in questo caso.

Il passaggio più insidioso arriva alla fine. La mail invita ad aprire entro 48 ore un file chiamato “Notifica_Violazione_231_2025.pdf”, indicato come “firmato digitalmente”, per conoscere data, ora e natura dell’infrazione. In alcuni messaggi segnalati compaiono formule del tipo: “Se non risponde nei termini indicati, saranno avviate ulteriori procedure”. È il solito schema: poco tempo, tono minaccioso, nessuna possibilità di verificare con calma.

Il link su Google Drive: perché supera i filtri e abbassa la guardia

La trappola, stando a quanto emerso, è nel collegamento all’allegato. Il file non viene spedito direttamente, ma sarebbe caricato su Google Drive. Non è una scelta casuale. I domini legati a Google hanno una buona reputazione per molti sistemi antispam e, proprio per questo, possono passare controlli che bloccherebbero più facilmente indirizzi sconosciuti o creati da poco.

Scrivania con laptop e smartphone su email sfocata, foglio tipo notifica con timbro e riga cerchiata in rosso
Un desk con email e documento sospetto evidenzia i segnali tipici di una truffa via posta elettronica.

C’è anche un altro effetto, più semplice: un link con dominio google.com fa meno paura. Molti lo associano a un servizio noto, usato ogni giorno, e abbassano la guardia. A quel punto il clic può portare a una pagina che chiede dati anagrafici, documenti, credenziali SPID, password della mail o i dati di una carta per pagare una multa che non esiste.

In altri casi, dietro quello che sembra un PDF può esserci altro: un archivio compresso, un file eseguibile mascherato o un documento con collegamenti verso siti dannosi. Gli esperti chiamano spesso questi programmi infostealer, perché raccolgono password salvate nel browser, cookie di sessione e informazioni utili per entrare negli account della vittima.

Un vero atto del Ministero dell’Interno o di un ufficio giudiziario, invece, non arriva da una cartella Drive personale: passa da canali istituzionali, come PEC, protocolli verificabili e firme digitali controllabili.

I segnali d’allarme: mittente estero, enti sovrapposti e legge inesistente

Il primo elemento da controllare è l’indirizzo del mittente. Nelle segnalazioni circolate, la presunta comunicazione del Tribunale di Roma risulta inviata da un dominio @sch.gr, collegato alla rete scolastica greca. Un’anomalia evidente. Gli uffici giudiziari italiani usano domini istituzionali, come giustizia.it, mentre le amministrazioni dello Stato adoperano indirizzi riconoscibili e, per gli atti con valore legale, la posta elettronica certificata.

Anche la struttura del messaggio non sta in piedi. L’oggetto richiama una direzione del Ministero dell’Interno, il mittente si presenta come Tribunale Ordinario di Roma, il testo cita un dipartimento per la sicurezza informatica del Viminale. Tre identità diverse nello stesso documento. In una comunicazione vera, uffici e competenze sono indicati con precisione. Qui, invece, si ammassano sigle e formule per dare un’aria di autorità.

Spuntano poi nomi e ruoli che non trovano riscontro negli organigrammi ufficiali, come presunti “responsabili nazionali” della conformità cyber. In Italia, la competenza sui reati informatici rimanda alla Polizia Postale e alle strutture specializzate della pubblica sicurezza, non a figure generiche inventate nel testo. Anche la presunta Legge 231/2025 è un campanello d’allarme: richiama per assonanza il decreto legislativo 231 del 2001, che però riguarda tutt’altra materia.

Infine c’è la lingua. Frasi tronche, formule amministrative incollate una all’altra, accuse vaghe come “hai visitato un sito web che non dovevi”: piccoli dettagli, ma decisivi. Una notifica giudiziaria reale non si presenta così. E non impedisce al cittadino di usare altri canali di contatto, come sportelli, raccomandate o PEC. Queste mail, invece, cercano spesso di isolare la vittima e spingerla a seguire solo le istruzioni indicate.

Cosa fare subito: niente clic, scansione antivirus, cambio password e denuncia alla Polizia Postale

La prima regola, davanti a una mail sospetta del falso Tribunale di Roma, è semplice: non aprire allegati e non cliccare sui link. Meglio non rispondere nemmeno al mittente. Anche una replica breve può confermare che l’indirizzo è attivo e che dietro c’è una persona reale. Conviene conservare il messaggio, fare uno screenshot dell’intestazione e procedere con la segnalazione.

Chi ha già aperto il collegamento deve agire subito. Serve una scansione antivirus completa con un programma aggiornato. Poi vanno cambiate le password principali: posta elettronica, home banking, account Google, social e servizi usati per lavoro. Dove possibile, è bene attivare l’autenticazione a due fattori e controllare gli accessi recenti nelle impostazioni di sicurezza degli account.

Se sono stati inseriti dati bancari o il numero di una carta, bisogna contattare immediatamente la banca o l’emittente per bloccare lo strumento di pagamento. Se invece sono state comunicate per errore credenziali SPID, va avvisato il gestore dell’identità digitale e seguita la procedura di messa in sicurezza. Meglio farlo subito, anche se non si notano movimenti strani.

La denuncia o la segnalazione può essere presentata attraverso il portale del Commissariato di PS online della Polizia Postale, che raccoglie le comunicazioni su truffe telematiche e campagne di phishing. Un ultimo gesto, semplice ma utile, è avvisare familiari, colleghi e persone meno abituate alla posta elettronica. Queste campagne arrivano a ondate e puntano proprio sulla paura di un atto giudiziario improvviso.

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