Dentro molti cavi USB-C si nasconde un chip minuscolo che decide quanta energia e quali dati possono passare tra i dispositivi collegati.
È un componente invisibile dall’esterno, ma fondamentale per distinguere un semplice cavo di ricarica da uno capace di gestire potenze elevate, trasferimenti rapidi o segnali video. E proprio perché due cavi possono sembrare identici, capire cosa succede dentro il connettore aiuta a spiegare differenze che altrimenti sembrano inspiegabili.
Che cos’è l’e-marker, il chip che decide potenza e velocità prima della ricarica
Si chiama e-marker, abbreviazione di “electronically marked cable”, e non si trova lungo il filo, ma dentro la scocca del connettore. Comunica con caricatore e dispositivo attraverso il pin Configuration Channel, cioè CC, e prende energia dal pin VCONN, fino a circa un watt. Sembra pochissimo, ma basta per far funzionare un piccolo circuito prima che passi la corrente principale.
In sostanza, il cavo si presenta: indica produttore, modello, capacità di trasferimento, versione hardware e firmware, oltre alla potenza massima supportata. Questo scambio avviene nelle prime fasi del protocollo USB Power Delivery, quando il cavo viene interrogato prima ancora che caricatore e dispositivo trattino tra loro.
Non tutti i cavi lo montano: sotto i 3 ampere non è obbligatorio. Diventa invece necessario quando il cavo deve reggere più corrente, velocità superiori a USB 2.0 o potenze oltre i 60 watt. Con USB Power Delivery arrivato fino a 240 watt, quel chip serve anche a evitare guai. Senza e-marker, i dispositivi di solito si tengono bassi: massimo 60 watt e 480 Mbps, anche se computer e alimentatore potrebbero spingersi oltre.

Un connettore USB-C smontato rivela il chip interno che negozia potenza e dati prima della ricarica.
Cavi identici, prestazioni diverse: il divario tra watt dichiarati e trasferimento dati
Il punto che spiazza molti, quando comprano un cavo USB-C ad alta potenza, è questo: potenza e dati non vanno sempre di pari passo. Un cavo certificato per 240 watt può essere del tutto regolare e dichiarare comunque una velocità dati di appena 480 Mbps, la stessa dello standard USB 2.0 dei primi anni Duemila.
“È qui che molti utenti si confondono”, spiegano spesso i tecnici che provano accessori e alimentatori: un cavo costoso, capace di ricaricare in fretta un laptop, non è automaticamente adatto a spostare file pesanti, collegare monitor o usare dock professionali.
L’e-marker contiene queste informazioni in campi separati, ma l’utente normale non le vede. Per leggerle servirebbe un analizzatore di protocollo, non certo l’occhio. Così due cavi uguali all’apparenza possono comportarsi in modo opposto: uno ricarica e basta, l’altro gestisce anche video, dati ad alta velocità e alimentazione. La confezione, quando è scritta bene, resta il primo indizio. Quando non lo è, il rischio è portarsi a casa un prodotto corretto dal punto di vista elettrico, ma inadatto a quello che serve davvero.
Dal rischio di surriscaldamento ai cavi-spia: come difendersi con acquisti e abitudini sicure
Il fatto che nel connettore ci sia elettronica ha aperto anche un fronte di sicurezza informatica. Il ricercatore Mike Grover ha sviluppato il noto O.MG Cable come strumento per test di penetrazione e formazione: dentro il connettore può nascondersi un microcontrollore con server web, keylogger e sistema di iniezione di tasti via Wi-Fi.
Nel dicembre 2024, Lumafield ha analizzato uno di questi cavi con uno scanner CT industriale, trovando elettronica complessa e un’antenna schiacciata in uno spazio minuscolo. Questo non vuol dire che ogni cavo trovato in giro sia una minaccia. I casi reali documentati di “juice jacking” restano rari.
La ricerca, però, continua a mostrare che certi attacchi sono possibili: alla conferenza USENIX Security 2025, studiosi della Graz University of Technology hanno presentato ChoiceJacking, poi mitigato con aggiornamenti in iOS 18.4 e Android 15.
La difesa più concreta, oggi, passa da gesti semplici: usare cavi propri, comprarli da produttori o rivenditori autorizzati, evitare accessori lasciati in giro, tenere il telefono bloccato durante la ricarica pubblica e rifiutare richieste di connessione non avviate dall’utente. Peso e aspetto non bastano più. Un cavo, ormai, può essere un piccolo computer. Meglio trattarlo come tale.