Un gruppo di ricercatori ha esaminato nel 2026 128 inserzioni online di resti mummificati, tra aste e piattaforme web. Il dato che inquieta gli scienziati non riguarda antiche leggende o tombe violate, ma qualcosa di molto più concreto: muffe, spore fungine e agenti patogeni che possono annidarsi in mummie umane e animali vendute senza vere indicazioni di sicurezza. La cosiddetta “maledizione della mummia”, insomma, c’entra poco con il mistero. Qui il problema è maneggiare tessuti antichi, spesso conservati male e spediti come semplici oggetti da collezione.
Dalle aste ai social: mummie intere, teste e parti del corpo in vendita online
Il mercato delle mummie vendute online corre in una zona grigia. Ci sono case d’asta, siti specializzati, canali social. E dentro questi spazi compaiono resti mummificati presentati come curiosità storiche o pezzi da collezione. Non si tratta solo di reperti custoditi in musei o laboratori: in vendita finiscono anche resti umani e animali destinati a privati, con foto ravvicinate, descrizioni scarne e prezzi non sempre visibili.
Secondo la dottoressa Kirsty Squires, autrice principale dello studio, “l’avvento di Internet, in particolare dei social media, ha amplificato il traffico internazionale e alimentato la domanda di reperti culturali unici, tra cui mummie umane e animali”. Una frase semplice, ma che pesa. Perché dietro l’immagine caricata su una bacheca digitale può esserci materiale biologico antico, fragile, facile da contaminare. E, in certi casi, contaminante.
Le inserzioni analizzate comprendevano mummie intere, ma anche mani, piedi, teste intatte e frammenti difficili da identificare. Alcuni annunci, spiegano i ricercatori, mostravano resti con tessuti molli ancora presenti. Ed è proprio lì, in quei residui organici, che il rischio può diventare reale.
Lo studio su 128 inserzioni: provenienza, resti in vendita e tracce di biodeterioramento
Nel campione esaminato c’erano 122 mummie umane e sei resti animali: un gatto, un ibis, un persico, un falco, un uccello non identificato e un cranio di primate. Solo un articolo risultava essere una mummia umana completa. Molto più comuni, invece, le parti isolate: 27 inserzioni riguardavano mani, piedi o altri segmenti del corpo, mentre 21 annunci mostravano teste intatte.
In tutto, 66 mummie contenevano teste in diverso stato di conservazione, comprese alcune tsantsas, le teste rimpicciolite legate alla tradizione del popolo Shuar, tra Ecuador e Perù. Un dettaglio che apre anche un nodo culturale ed etico, oltre a quello sanitario: molti di questi oggetti hanno alle spalle storie complesse, fatte di pratiche rituali, collezionismo coloniale e passaggi non sempre documentati.
Quanto alla provenienza, 44 resti mummificati erano indicati come originari dell’Egitto e altri 21 del Sud America. I ricercatori però avvertono: le informazioni fornite dai venditori non sempre possono essere controllate in modo indipendente. In diversi casi le descrizioni erano ridotte al minimo: origine presunta, condizioni generiche, a volte una datazione vaga. Poco di più.
Il dato che ha attirato l’attenzione degli studiosi riguarda i segni visibili di biodeterioramento. In 13 inserzioni sono state trovate tracce compatibili con colonizzazione fungina. Ma il punto, precisano gli autori, non è solo ciò che si vede. “Tutti i resti mummificati che presentano tessuti molli intatti avranno un certo grado di colonizzazione microbica”, hanno scritto, “anche quando questa non è visibile a occhio nudo”.

Muffe, spore e imbalsamazioni tossiche: la “maledizione” diventa un rischio biologico
La vecchia storia della maledizione dei faraoni torna così in una versione meno romanzesca e molto più concreta. Niente spiriti, niente punizioni soprannaturali. Il pericolo può arrivare da spore fungine, muffe, batteri e residui chimici legati ai metodi di imbalsamazione. Alcune sostanze usate in passato per conservare i corpi potevano essere tossiche; altre, degradandosi, possono favorire contaminazioni.
Tra i microrganismi citati dagli studiosi c’è il genere Aspergillus. Le sue spore sono comuni nell’ambiente e spesso non creano problemi alle persone sane. Ma il discorso cambia per chi ha difese immunitarie basse, per gli anziani, per chi soffre di malattie respiratorie o per chi viene esposto a quantità elevate. In questi casi l’inalazione può provocare infezioni gravi. A volte anche letali.
Lo studio richiama un precedente noto: l’apertura della tomba di Casimiro IV Jagellone a Cracovia, nel 1973. Dei dodici specialisti coinvolti nel restauro, dieci morirono nel giro di poche settimane. Secondo le ricostruzioni citate dai ricercatori, le condizioni del sepolcro e la presenza di funghi, tra cui Aspergillus, potrebbero aver avuto un ruolo. Una vicenda discussa, certo, ma spesso ricordata quando si parla di esposizione a resti antichi conservati male.
Anche la morte di Lord Carnarvon, finanziatore della scoperta della tomba di Tutankhamon negli anni Venti, è stata riletta nel tempo alla luce di possibili infezioni. All’epoca i giornali parlarono di maledizione. Oggi gli scienziati usano parole meno teatrali: rischio biologico, cattiva conservazione, esposizione senza protezioni.
Corrieri, dogane e acquirenti: una filiera senza istruzioni di sicurezza
Il punto più delicato, secondo gli autori dello studio, è che molti venditori non spiegano come maneggiare in sicurezza le mummie acquistate online. Niente guanti, niente mascherine, niente contenitori sigillati, nessun avviso su muffe o possibili contaminazioni. In alcuni annunci, i resti vengono descritti come pezzi da esporre in casa, quasi fossero soprammobili.
La dottoressa Squires ha spiegato che questi resti conservati “presentano rischi per la salute e la biosicurezza, a causa della tossicità dei metodi di imbalsamazione e di una conservazione non ottimale che può favorire la crescita microbica”. Ha poi aggiunto che l’assenza di istruzioni fa pensare a “scarsa consapevolezza o una deliberata noncuranza dei rischi”. Parole dure, ma precise.
La filiera, però, non riguarda soltanto chi compra. Un pacco con dentro resti mummificati può passare da magazzini, corrieri, uffici doganali e centri di smistamento. Persone che spesso non sanno nemmeno cosa stanno maneggiando. Se il materiale non è imballato nel modo giusto, eventuali agenti patogeni possono viaggiare insieme alla merce, superando confini e controlli pensati per tutt’altro tipo di spedizioni.
Resta anche il tema legale e culturale, diverso da Paese a Paese: esportazioni illecite, traffico di beni archeologici, rispetto della dignità dei defunti. Ma prima ancora c’è una questione molto pratica. Comprare una mummia sul web non significa solo portarsi in casa un oggetto macabro. Può voler dire aprire un contenitore biologico antico, senza sapere davvero cosa ci sia dentro.