A renderlo possibile furono anche le tecnologie di comunicazione messe a punto con il sostegno di Intel, SwiftKey e dei suoi collaboratori.
La morte di Stephen Hawking fu annunciata dalla famiglia la mattina del 14 marzo 2018, nella sua casa di Cambridge, la città a cui era legato da una vita di studio, ricerca e insegnamento. I figli Lucy, Robert e Tim lo salutarono come “un grande scienziato e un uomo straordinario”. Poche parole, sobrie, per una figura che aveva portato la fisica teorica fuori dalle università, rendendola familiare anche al grande pubblico.
Colpito da giovane da una forma di malattia del motoneurone associata alla sclerosi laterale amiotrofica, Hawking perse poco alla volta la mobilità e la parola. Ma non smise di lavorare. La sua immagine — la carrozzina, il computer, la voce sintetica — diventò riconoscibile in tutto il mondo. Anche per chi non aveva mai letto un libro di cosmologia. In quel corpo sempre più fragile, ricordavano spesso i colleghi, restava una mente capace di inseguire le domande più grandi: l’origine dell’universo, il tempo, la gravità.
Dai buchi neri alla cosmologia quantistica: le scoperte che hanno cambiato la fisica
Il nome di Stephen Hawking resta legato soprattutto agli studi sui buchi neri, alla relatività generale e alla cosmologia quantistica. In quei campi contribuì a cambiare il modo in cui la fisica descrive l’universo. Il suo lavoro sulla radiazione dei buchi neri, poi nota come radiazione di Hawking, mise in contatto gravità, meccanica quantistica e termodinamica: uno dei nodi più difficili della fisica moderna.
Dal 1979 al 2009 occupò la cattedra lucasiana di matematica all’Università di Cambridge, la stessa che era stata di Isaac Newton. Fu anche direttore della ricerca e fondatore del Centre for Theoretical Cosmology, membro della Royal Society, della Royal Society of Arts e della Pontificia Accademia delle Scienze.
Nel 2009 Barack Obama gli assegnò la Medaglia presidenziale della libertà, la più alta onorificenza civile degli Stati Uniti. Hawking, però, non era solo formule e riconoscimenti. Amava le frasi nette, spesso taglienti. Una delle più ricordate dice: “Il più grande nemico della conoscenza non è l’ignoranza, ma l’illusione della conoscenza”.
Il sistema Intel e SwiftKey: sensori, predizione del testo e voce sintetica
La possibilità di continuare a lavorare passò in buona parte dalla tecnologia assistiva. Nel 2014 Intel presentò per Hawking una piattaforma di comunicazione aggiornata, nata per sostituire un sistema ormai superato e rendere meno lente attività di ogni giorno: scrivere testi, leggere documenti, controllare la posta, navigare sul Web, passare da un programma all’altro.
Tutto partiva da un gesto minuscolo, ma decisivo: un sensore sulla guancia, letto da un interruttore a infrarossi montato sugli occhiali. Con quel movimento residuo Hawking sceglieva lettere e comandi sul computer. Il software di SwiftKey, società britannica poi acquistata da Microsoft, anticipava parole e frasi, così da ridurre i caratteri da inserire. Solo alla fine il testo arrivava al sintetizzatore vocale, quella voce metallica diventata parte della sua identità pubblica. Intel lo seguì per anni, anche con gesti simbolici.
Nel 2013, durante una cerimonia al Centre for Theoretical Cosmology di Cambridge, gli consegnò un wafer di silicio da 300 millimetri con la scritta “Happy Birthday Stephen Hawking” incisa centinaia di volte attraverso piste in rame in scala nanometrica, simili a quelle usate nei chip. Un regalo da laboratorio, quasi. Ma per Hawking aveva un significato chiaro: nel suo caso, la scienza passava anche da quella tecnologia.
«Mi sono affidato alla tecnologia per comunicare e vivere»: indipendenza, ricerca e vita quotidiana
“La medicina non è stata in grado di curarmi e mi sono affidato alla tecnologia per comunicare e vivere”, disse Hawking alcuni anni prima della morte. Non era una frase a effetto. Era una constatazione. La tecnologia non cancellò la malattia, ma gli permise di restare presente: nelle conferenze, nei libri, nel confronto con studenti e ricercatori, nei messaggi pubblici.
Con quel sistema poteva preparare interventi, correggere testi, gestire documenti e conservare una certa indipendenza quotidiana. Poco, visto da fuori. Enorme, nella sua condizione. Chi lo incontrava raccontava silenzi lunghi, risposte costruite con pazienza, poi una battuta improvvisa o un’osservazione precisa. La lentezza del mezzo non toglieva forza al pensiero. La sua storia resta anche una vicenda di accessibilità tecnologica: non solo macchine, ma adattamenti, software, ricerca applicata, persone capaci di ascoltare un bisogno concreto.
Per Hawking la tecnologia fu strumento di lavoro, voce e, in parte, libertà. Anche per questo la sua figura continua a parlare oltre la fisica: perché mostrò, senza retorica, quanto una macchina possa diventare essenziale quando serve a tenere aperto un dialogo con il mondo.