L'App Foto dell'iPhone ha subito una violazione privacy: come controllare se le immagini sono al sicuro

Apple si prepara a una battaglia pesante negli Stati Uniti. Nell’estate 2026 il gruppo di Cupertino dovrà fare i conti con una class action in Illinois sul riconoscimento dei volti nell’app Foto di iPhone.
Apple si prepara a una battaglia pesante negli Stati Uniti. Nell’estate 2026 il gruppo di Cupertino dovrà fare i conti con una class action in Illinois sul riconoscimento dei volti nell’app Foto di iPhone.
L'App Foto dell'iPhone ha subito una violazione privacy: come controllare se le immagini sono al sicuro

Secondo l’accusa, l’analisi delle immagini sarebbe avvenuta senza un consenso chiaro degli utenti. E il rischio, almeno sulla carta, è enorme: fino a 32,5 miliardi di dollari.

Al centro della causa c’è una funzione che molti utenti conoscono bene, anche se forse non si sono mai chiesti davvero come lavori: l’app Foto che riconosce le persone negli scatti e le raggruppa in album dedicati. Secondo la denuncia, il sistema analizzerebbe ogni volto presente nella libreria di un iPhone, creerebbe un profilo numerico per ciascuna persona e userebbe quei dati per ordinare le immagini.

Il punto, però, non è solo la scansione dei volti. Nel ricorso si sostiene che queste informazioni, anche se prodotte e conservate sul dispositivo, possano poi passare da un prodotto Apple all’altro attraverso iCloud, quando sono collegati allo stesso account. Un meccanismo tecnico, quasi invisibile per l’utente comune, ma centrale per chi ha fatto causa: quando una funzione comoda diventa raccolta di dati biometrici?

Apple ha sempre spiegato che molte funzioni di riconoscimento in Foto lavorano in locale, cioè direttamente sul dispositivo, senza usare le immagini per pubblicità o funzioni social. Ma è proprio questa linea di confine — telefono o cloud, dato identificativo o semplice numero — a essere finita davanti ai giudici.

Illinois, class action da 6,5 milioni di utenti: il rischio arriva a 32,5 miliardi

La causa è partita in Illinois, uno degli Stati americani più rigidi sulla tutela dei dati biometrici. Secondo gli atti citati dalla stampa specializzata statunitense, la class action riguarda circa 6,5 milioni di residenti che avrebbero usato dispositivi Apple interessati dalla funzione contestata.

Smartphone con galleria di foto sfocata accanto a documenti legali evidenziati e occhiali su un tavolo di legno
Uno smartphone con galleria foto e documenti legali richiama il tema della privacy e delle contestazioni sul riconoscimento facciale.

Il passaggio chiave è arrivato a giugno. Un giudice dell’Illinois ha respinto le obiezioni di Apple e ha riconosciuto alla causa lo status di class action. Poi, il 30 giugno, la Corte d’appello federale del Settimo circuito ha confermato quella decisione, negando al gruppo la possibilità di bloccare la certificazione in questa fase.

Il conto potenziale nasce dalle sanzioni previste dalla legge statale. Se la violazione fosse accertata nella forma più grave, le multe potrebbero arrivare a 5.000 dollari per ogni utente coinvolto. Moltiplicate per milioni di persone, portano alla cifra massima di 32,5 miliardi di dollari. Una soglia teorica, certo. Prima ci saranno udienze, perizie, possibili trattative e forse un accordo.

Consenso e dati biometrici: cosa prevede il Biometric Information Privacy Act

La causa si basa sul Biometric Information Privacy Act, il BIPA, approvato in Illinois nel 2008. La legge obbliga le aziende a chiedere un consenso informato prima di raccogliere o trattare dati biometrici. Impone anche di spiegare per quanto tempo quei dati saranno conservati e con quali regole verranno cancellati.

Dentro questa norma rientrano elementi come impronte digitali, scansioni dell’iride, impronte vocali e faceprint, cioè modelli facciali usati per distinguere una persona da un’altra. Ed è qui che nasce lo scontro. Per i ricorrenti, i valori matematici creati dall’app Foto sarebbero vere e proprie impronte biometriche. Per Apple, invece, quei valori non permetterebbero di ricostruire un volto e non sarebbero collegati direttamente al nome di una persona.

Il BIPA prevede sanzioni da 1.000 dollari per violazione, che possono salire fino a 5.000 dollari se il comportamento viene giudicato intenzionale o imprudente. Quando in gioco ci sono milioni di utenti, anche una distinzione tecnica può valere miliardi. Il nodo resta il consenso: per i legali dei ricorrenti, non basta dire che il dato resta sul telefono se prima l’utente non è stato informato in modo chiaro su cosa viene raccolto.

La difesa di Apple e il precedente Facebook: in gioco la privacy su iPhone

La difesa di Apple punta su un argomento preciso: l’app Foto non creerebbe identificatori biometrici nel senso tradizionale del termine. I valori usati per raggruppare le immagini, sostiene Cupertino, non consentirebbero di ricostruire il volto di una persona e non sarebbero legati a un’identità anagrafica. In sostanza, il software servirebbe solo ad aiutare l’utente a ritrovare più facilmente le proprie foto.

Per ora, però, i giudici non hanno ritenuto questa tesi sufficiente per fermare la causa. Il processo dovrà stabilire se le protezioni tecniche indicate da Apple bastino a rispettare la legge dell’Illinois o se anche l’analisi locale dei volti richieda un consenso esplicito e separato.

Sul caso pesa anche un precedente importante. Facebook, nel 2021, ha chiuso con un accordo da 650 milioni di dollari una causa in Illinois legata al riconoscimento facciale usato per il tagging delle foto. La vicenda Apple è diversa: non riguarda un social network e non parla di uso pubblicitario dei volti. Ma la domanda di fondo resta molto simile: fino a che punto un dispositivo può classificare la vita privata dell’utente prima che la comodità diventi trattamento biometrico?

Per i possessori di iPhone in Illinois, la causa andrà avanti verso il dibattimento o verso un possibile negoziato. Per Apple, però, la partita va oltre una singola funzione. Una decisione sfavorevole potrebbe costringere l’azienda a rivedere avvisi, impostazioni e consensi legati alla privacy su iPhone, con effetti anche fuori dai confini dello Stato americano.

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