La psicologia è stata chiara, coloro che non amano usare il GPS per orientarsi hanno un tratto "particolare"

Chi rifiuta il GPS per orientarsi non sta resistendo alla tecnologia per nostalgia o caparbietà.
Chi rifiuta il GPS per orientarsi non sta resistendo alla tecnologia per nostalgia o caparbietà.
La psicologia è stata chiara, coloro che non amano usare il GPS per orientarsi hanno un tratto

Sta mantenendo attivo un sistema cognitivo che la maggioranza degli adulti, nell’arco di circa quindici anni, ha progressivamente smesso di usare. La differenza non è generazionale né culturale: è neuroanatomica.

La ricerca di riferimento, pubblicata su Scientific Reports, ha identificato due strategie cerebrali di navigazione distinte. La prima coinvolge l’ippocampo e produce quella che i neuroscienziati chiamano mappa cognitiva: una rappresentazione relazionale dell’ambiente, costruita per accumulo di esperienze dirette, che permette di conoscere la propria posizione in rapporto ad altri luoghi anche mai collegati direttamente in precedenza. La seconda strategia coinvolge invece il nucleo caudato e funziona per esecuzione sequenziale di risposte motorie — svolta a sinistra, prosegui dritto, gira alla prossima. È questa la strategia che il GPS attiva per default.

Cosa vuol dire usare o meno il GPS: cosa dice la scienza

Il punto critico emerso dallo studio è che i soggetti che usavano più GPS nel corso del tempo mostravano un declino più marcato della memoria spaziale dipendente dall’ippocampo. E il dato più rilevante non è il declino in sé, ma la sua origine: i partecipanti con maggiore uso del GPS non erano quelli che si erano sempre sentiti privi del senso dell’orientamento. Il declino era prodotto dall’uso del GPS, non precedeva il suo adozione.

Cosa vuol dire usare o meno il GPS: cosa dice la scienza-Melablog.it

Questo ribalta il senso comune. L’assunzione diffusa è che chi usa il GPS lo faccia perché ha un orientamento scarso, mentre chi naviga a memoria lo fa perché ce l’ha buono. I dati suggeriscono invece che la differenza attuale tra i due gruppi è in larga misura una conseguenza comportamentale, non una predisposizione iniziale.

Chi continua a navigare senza assistenza esterna continua a costruire la mappa cognitiva. Ogni spostamento senza guida vocale è, dal punto di vista neurale, un aggiornamento di quella rappresentazione. Il risultato, accumulato nel tempo, è una conoscenza dell’ambiente che gli utenti GPS abituali non sviluppano anche dopo anni di residenza nello stesso luogo: sanno seguire un percorso, ma non conoscono la città in senso relazionale.

Un dettaglio che arricchisce il quadro senza essere centrale alla tesi: l’ippocampo è la stessa struttura cerebrale coinvolta nella memoria episodica e nella memoria relazionale in senso ampio. La navigazione spaziale e la capacità di ricordare eventi autobiografici condividono la stessa infrastruttura neurale. Questo non significa che chi usa il GPS dimentichi di più — la relazione non è così diretta — ma indica che la mappa cognitiva non è una funzione isolata: è parte di un sistema più largo di elaborazione contestuale.

L’osservazione contro-intuitiva che emerge dall’analisi è che i non-utenti del GPS non sono, nella loro esperienza interna, persone che resistono a qualcosa. La navigazione a memoria è, per loro, semplicemente la condizione normale di muoversi nel mondo — quella in cui la quasi totalità degli esseri umani ha vissuto fino a circa il 2010. Non c’è sforzo consapevole nel mantenere quella modalità, perché non l’hanno mai abbandonata. Lo sforzo, eventualmente, sarebbe nel passare all’altro sistema.

La questione che i dati lasciano aperta riguarda la reversibilità. Il declino della memoria spaziale è documentato, ma fino a che punto la capacità ippocampale di costruire mappe cognitive possa essere recuperata in età adulta, dopo anni di disuso sistematico, rimane una variabile che la ricerca attuale non ha ancora quantificato con precisione.

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