La catena di Sant'Antonio su WhatsApp semina il panico! Meta-AI legge davvero le chat private?

Un messaggio allarmante torna a circolare nei gruppi, invitando ad attivare una funzione per proteggersi dall'intelligenza artificiale. Vale la pena capire cosa ci sia di vero prima di inoltrarlo a tutti.
Un messaggio allarmante torna a circolare nei gruppi, invitando ad attivare una funzione per proteggersi dall'intelligenza artificiale. Vale la pena capire cosa ci sia di vero prima di inoltrarlo a tutti.
La catena di Sant'Antonio su WhatsApp semina il panico! Meta-AI legge davvero le chat private?

Da qualche giorno molti utenti ricevono lo stesso identico avviso, inoltrato persino da parenti e amici fidati. Il testo sostiene che, a partire da un fantomatico sabato, l’intelligenza artificiale di Meta avrà accesso a tutte le conversazioni, private e di gruppo, a meno di non attivare in fretta una presunta opzione chiamata «Privacy avanzata della chat». Il tono è catastrofico, l’invito è a condividere subito: due ingredienti che, da soli, dovrebbero già far suonare un campanello.

Si tratta a tutti gli effetti di una bufala, una classica catena di Sant’Antonio priva di fondamento. Le conversazioni su WhatsApp sono protette dalla crittografia end-to-end, il che significa che i messaggi possono essere letti soltanto da chi li invia e da chi li riceve. I server dell’applicazione non possiedono le chiavi di cifratura, quindi né Meta né alcun sistema di intelligenza artificiale possono accedere al contenuto delle chat, indipendentemente da qualsiasi impostazione si decida di toccare.

La catena di Sant’Antonio che circola su WhatsApp

A rendere la catena ancora più ingannevole è il fatto che la funzione citata esiste davvero, ma fa tutt’altro. La «Privacy avanzata della chat», introdotta nella primavera del 2025, serve a impedire che gli altri partecipanti di una conversazione esportino i messaggi o scarichino in automatico le foto e i video fuori da WhatsApp. Non ha quindi nulla a che vedere con l’intelligenza artificiale. Meta AI, dal canto suo, funziona come un assistente che interviene solo quando viene interpellato volontariamente dall’utente, per esempio scrivendo la menzione dedicata all’interno di una chat.

La catena di Sant’Antonio che circola su WhatsApp-melablog.it

Il meccanismo della catena è sempre lo stesso, e non è nuovo: un falso senso di urgenza, un linguaggio tecnico usato a sproposito per sembrare credibile e la spinta a inoltrare il messaggio al maggior numero possibile di contatti. Una versione quasi identica aveva già spaventato gli utenti nell’agosto del 2025, eppure il copione si ripete puntuale a distanza di mesi. In Italia, allarmi di questo tipo vengono regolarmente smentiti dai principali siti di fact-checking e dalla Polizia Postale, che invitano a fermarsi e verificare prima di premere «inoltra».

Per individuare la funzione vera, peraltro, basta aprire una chat, toccare il nome del contatto o del gruppo in alto e cercare la voce relativa alla privacy avanzata: nulla a che vedere con un blocco dell’intelligenza artificiale, ma un semplice limite all’esportazione dei contenuti. Va anche chiarito un aspetto che spesso alimenta la confusione: è vero che Meta utilizza alcuni dati per addestrare i propri modelli di intelligenza artificiale, ma attinge ai contenuti pubblici condivisi sulle sue piattaforme, non ai messaggi privati scambiati su WhatsApp, che restano cifrati e inaccessibili. Distinguere tra le due cose è il modo migliore per non cadere nell’allarmismo.

La regola pratica, di fronte a contenuti simili, è ribaltare l’istinto: quando un messaggio chiede di condividere immediatamente con tutti i gruppi, la cosa più sensata è proprio non farlo. Più che dell’intelligenza artificiale che legge le conversazioni, infatti, conviene preoccuparsi della disinformazione che si diffonde con la complicità involontaria degli utenti, alimentando timori che non trovano alcun riscontro nella realtà tecnica dell’app.

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