Bastano i segnali già prodotti dalle reti di casa. Il lavoro, firmato da Julian Todt, Felix Morsbach e Thorsten Strufe, sarà discusso alla ACM Conference on Computer and Communications Security di Taipei e apre un nuovo fronte sulla sorveglianza invisibile, sulla privacy e sull’uso dell’intelligenza artificiale per identificare le persone senza che se ne accorgano.
Il principio, spiegano gli studiosi del centro KASTEL del Kit, somiglia più a una fotografia di quanto si immagini. Le onde radio WiFi rimbalzano su pareti, mobili e corpi. Tornando indietro, restituiscono al sistema una specie di immagine indiretta della stanza e di chi la occupa.
“Osservando la propagazione delle onde radio possiamo creare un’immagine dei dintorni e delle persone presenti”, ha detto il professor Thorsten Strufe, docente di sicurezza informatica. Il meccanismo, ha chiarito, ricorda quello di una telecamera. Solo che al posto della luce usa onde radio.
Così il WiFi trasforma i riflessi radio in impronte biometriche
La parte più delicata è un’altra: non servono strumenti costruiti apposta, né telecamere nascoste, né apparecchi da laboratorio. Il metodo usa dati già scambiati dalle reti wireless, in particolare le informazioni di ritorno del beamforming, chiamate BFI. Sono segnali che i dispositivi connessi inviano al router per migliorare la qualità del collegamento. Il problema è che queste informazioni viaggiano senza cifratura e possono essere lette da chi si trova nel raggio della rete.
Da minime variazioni del segnale, l’algoritmo ricava profili che si ripetono. In sostanza, il corpo di una persona modifica il campo radio in modo riconoscibile: postura, corporatura, modo di camminare, posizione nella stanza. Tutto finisce in una traccia matematica. Non è un volto. Non è un’impronta digitale. Ma può comportarsi come una impronta biometrica WiFi.
Nel test descritto nello studio, pubblicato negli atti della conferenza CCS ’25 con il titolo “BFId: Identity Inference Attacks Utilizing Beamforming Feedback Information”, il sistema è stato provato su 197 partecipanti. Secondo i ricercatori, dopo l’addestramento del modello di machine learning, l’identificazione è avvenuta in pochi secondi e con un’accuratezza vicina al 100%. Un risultato che, se confermato da altre verifiche indipendenti, porta la questione fuori dal solo terreno tecnico e la sposta su quello dei diritti.
Il riconoscimento, riferisce il gruppo tedesco, ha continuato a funzionare anche cambiando l’angolazione di osservazione o il modo in cui i partecipanti attraversavano la stanza. Non dovevano passare sempre nello stesso punto. Non dovevano neppure camminare con lo stesso passo. “La tecnologia è potente, ma comporta rischi per i diritti fondamentali, soprattutto per la privacy”, ha avvertito Strufe. Poche parole, ma molto chiare.
Finora molte ricerche sulla localizzazione tramite WiFi si erano concentrate sul cosiddetto Channel State Information, cioè sulle variazioni del canale radio dopo il contatto con l’ambiente. Qui il salto è diverso: vengono usati dati normali, prodotti ogni giorno dalle comunicazioni tra router e dispositivi. È questo dettaglio, ancora più della precisione del sistema, a rendere il caso particolarmente sensibile.
Perché spegnere lo smartphone non basta contro il tracciamento
Uno dei punti più inquietanti dello studio è che una persona può essere riconosciuta anche senza avere con sé un dispositivo acceso. Spegnere lo smartphone, quindi, non basta. Se nei dintorni ci sono altri apparecchi collegati alla stessa rete — un portatile, una smart tv, un citofono connesso, magari un telefono lasciato sul tavolo — il sistema può continuare a ricevere segnali sufficienti per leggere i riflessi prodotti dai corpi.
Julian Todt, ricercatore del KASTEL, ha riassunto il rischio con un’immagine semplice: “Questa tecnologia trasforma ogni router in un potenziale mezzo di sorveglianza”. Poi ha fatto un esempio concreto. Una persona potrebbe essere identificata passando più volte davanti a un bar con rete WiFi, senza accorgersene, e riconosciuta in seguito da aziende o autorità. Una scena qualunque: un marciapiede, una vetrina, un access point acceso dietro il bancone. Nulla che faccia pensare a un sistema di controllo.
Felix Morsbach ha riconosciuto che oggi agenzie di intelligence o criminali informatici hanno già a disposizione strumenti più semplici, dalle telecamere violate ai campanelli smart compromessi. La differenza, però, sta nella diffusione delle reti wireless. Case, uffici, aeroporti, ristoranti, scuole: il WiFi è ovunque. E proprio perché è ovunque, non dà nell’occhio. Una sorveglianza tramite WiFi, se resa su larga scala, sarebbe difficile persino da notare.
Standard IEEE 802.11bf e privacy: la partita delle nuove regole
Il gruppo del Kit chiede ora che il tema entri nel confronto sullo standard IEEE 802.11bf, la futura evoluzione del WiFi pensata anche per funzioni di sensing, cioè per rilevare l’ambiente attraverso segnali radio. Secondo i ricercatori, le protezioni non possono arrivare dopo, quando i dispositivi saranno già nelle case e nei luoghi pubblici. Devono essere previste fin dall’inizio: cifratura dei dati BFI, limiti all’accesso, controlli sull’uso e meccanismi di consenso.
La questione, però, non è semplice. Questa tecnologia non nasce soltanto per sorvegliare. Il WiFi sensing può servire a rilevare la caduta di una persona anziana in casa, aiutare la navigazione dei robot, migliorare gli spazi industriali o individuare presenze durante un’emergenza. Usi utili, senza dubbio. Ma lo stesso strumento, senza regole, può diventare un sistema di riconoscimento non dichiarato.
Lo studio è stato finanziato dal programma Helmholtz “Engineering Secure Systems” e, secondo gli autori, va letto più come un avvertimento che come un prodotto pronto per il mercato. Il messaggio è diretto: il router domestico, quell’oggetto quasi invisibile della vita quotidiana, potrebbe raccogliere molte più informazioni di quanto pensiamo. E la domanda, adesso, non è solo che cosa la tecnologia può fare. È chi potrà usarla, con quali limiti e sotto quale controllo.