Il progetto si chiama LIFE INSPIREE, è cofinanziato dall’Unione Europea e nascerà nello stabilimento di Itelyum Regeneration. L’idea è semplice, almeno sulla carta: trasformare vecchi elettrodomestici, computer e dispositivi ormai fuori uso in materiali utili per auto elettriche, hard disk e tecnologie verdi. Una miniera urbana, insomma. Non sotto terra, ma nei cassetti, nei magazzini e nei centri di raccolta.
Terre rare nei RAEE: perché vecchi elettrodomestici e dispositivi elettronici valgono come materie prime strategiche
Dentro molti RAEE, cioè i rifiuti di apparecchiature elettriche ed elettroniche, ci sono piccole quantità di terre rare. Sono elementi metallici usati nei magneti ad alte prestazioni e in molti componenti tecnologici. Parliamo di materiali come neodimio, praseodimio, disprosio e terbio: nomi poco noti fuori dagli addetti ai lavori, ma fondamentali per motori elettrici, turbine eoliche, smartphone, computer e sistemi di guida assistita. Il punto è che queste sostanze non sono “rare” perché introvabili.
Lo sono perché si trovano in basse concentrazioni e separarle è complicato. Estrarle dalle rocce richiede passaggi chimici lunghi, costosi e con un forte peso sull’ambiente. Recuperarle dai rifiuti elettronici, invece, significa rimettere in circolo materiali già prodotti. “Il potenziale dei RAEE è ancora sottoutilizzato”, ripetono da tempo gli operatori del riciclo. In Italia, dove la raccolta dei rifiuti tecnologici resta molto diversa tra Nord e Sud, la partita passa anche da qui: intercettare più dispositivi prima che si disperdano o finiscano fuori dai canali corretti.
La questione delle terre rare non riguarda solo l’industria. È anche una partita geopolitica. Secondo le stime più citate in Europa, la Cina controlla oltre il 70% dell’estrazione mondiale di questi materiali e più del 90% della raffinazione e della trasformazione in magneti permanenti, i componenti che alimentano una parte importante dell’industria tecnologica occidentale. Per l’Europa il rischio è evidente: una stretta di Pechino sulle esportazioni potrebbe mettere rapidamente in difficoltà settori come auto elettrica, rinnovabili, elettronica e difesa.
Anche per questo Bruxelles ha approvato il Critical Raw Materials Act, che fissa obiettivi di maggiore autonomia sulle materie prime critiche. Tra questi c’è il recupero, attraverso il riciclo interno, di almeno il 25% dei materiali strategici entro il 2030. Un traguardo alto. E, come ammettono fonti industriali, difficile da avvicinare senza nuovi impianti.
Il cuore del progetto LIFE INSPIREE sarà a Ceccano, nel Frusinate, nello stabilimento di Itelyum Regeneration, società attiva nell’economia circolare. Nel programma ci sono anche il consorzio Erion, l’azienda Glob Eco e l’Università degli Studi dell’Aquila, che ha sviluppato una parte della tecnologia di trattamento. È una collaborazione tra industria, ricerca e filiera del riciclo, costruita intorno a un obiettivo preciso: recuperare valore dai magneti presenti nei dispositivi dismessi. Il processo, secondo quanto comunicato dai partner, comincia dallo smontaggio e dalla selezione dei componenti.
I vecchi apparecchi vengono aperti e lavorati anche con sistemi robotici assistiti da intelligenza artificiale, capaci di riconoscere e isolare i magneti riducendo gli scarti. Poi entra in gioco il trattamento idrometallurgico: i magneti recuperati vengono immersi in soluzioni liquide acide di tipo organico, senza usare la combustione ad alte temperature prevista in altri procedimenti. I liquidi, spiegano i tecnici, possono essere riutilizzati più volte. Nell’ultima fase, con reazioni chimiche mirate, le terre rare vengono separate da ferro e boro e trasformate in polveri o sali ad alta purezza, pronti a tornare nella produzione di nuovi magneti.
A pieno regime, l’impianto di Ceccano dovrebbe trattare fino a 2.000 tonnellate di magneti permanenti all’anno, ottenendo circa 500 tonnellate di composti di terre rare. Sono cifre importanti, soprattutto se messe a confronto con la dimensione della filiera europea: la produzione annuale di magneti industriali nel continente viene indicata intorno alle 1.600 tonnellate. Da solo non basterà a cambiare gli equilibri mondiali.
Ma può segnare un primo passo concreto. Secondo le stime del progetto, le 500 tonnellate annue di materiale recuperato potrebbero sostenere la produzione di circa dieci milioni di magneti per l’auto elettrica e di un milione di hard disk per computer portatili. La ricaduta non è solo ambientale, anche se il tema resta centrale: meno estrazione mineraria, meno trasporto di materie prime, meno dipendenza da fornitori esterni. C’è anche una questione di politica industriale. Se il modello funzionerà, l’Italia potrebbe diventare uno dei punti di riferimento europei nell’urban mining, la miniera urbana dei rifiuti tecnologici. E da un vecchio elettrodomestico lasciato per mesi in cantina potrebbe passare un pezzo della prossima filiera elettrica europea.