Il confronto è concreto. Un NAS entry-level come l’Ugreen DH2300 monta un processore Rockchip e 4 GB di RAM, ed è pensato per archiviare dati più che per la potenza bruta. Un Android di fascia media del 2020 ha quasi certamente più memoria e un processore più veloce. La differenza di prezzo e di destinazione d’uso non si riflette nelle specifiche pure, e questo è il paradosso da cui parte tutto.
Il primo riuso, il più semplice, è il server multimediale. Qui il telefono scelto è un iQOO 12: annunciato tre anni fa, con Snapdragon 8 Gen 3, 16 GB di RAM e 512 GB di memoria, è dichiaratamente sovradimensionato per il compito. Il procedimento ruota attorno a Termux, l’ambiente che porta un terminale Linux dentro Android. Da lì si installa il pacchetto Jellyfin, lo si punta alla cartella dei file multimediali e si avvia. Il telefono diventa il server; gli altri dispositivi si collegano come client aprendo l’indirizzo IP locale sulla stessa rete Wi-Fi.
Vecchi telefoni, non sono solo rifiuti: come puoi usarli
Il secondo telefono è stato trasformato in un nodo Tailscale, e si è rivelato più utile del primo. L’obiettivo era accedere alla rete di casa da remoto senza aprire porte né esporre i servizi su internet. Con la VPN sempre attiva impostata su Android, il telefono resta collegato a corrente e Wi-Fi e funziona come punto fisso dentro la rete domestica, raggiungibile da laptop e tablet ovunque ci si trovi. Configurato come exit node, lascia perfino far transitare il traffico di un altro dispositivo come se provenisse da casa.

Vecchi telefoni, non sono solo rifiuti: come puoi usarli-melablog.it
Qui arriva la parte che ridimensiona l’entusiasmo. Lo stesso autore scrive di non fare troppo affidamento su un telefono-server, e il motivo non è la potenza ma la batteria. Un NAS non dipende da una cella che si degrada: resta acceso finché c’è corrente. Un telefono tenuto in carica ventiquattro ore al giorno per mesi va incontro a deterioramento della batteria e problemi di calore, perché non è stato progettato per restare attaccato alla presa.
Da cui una conclusione meno scontata: i casi d’uso intermittenti reggono meglio di quelli continui. Un server Jellyfin si accende quando serve, si guarda un film, si spegne. Un gateway che deve stare online tutto il tempo è un altro discorso, e per quello conviene un NAS o un mini PC.
C’è anche il lato software. Quasi tutti gli strumenti di self-hosting nascono pensando a Linux, ai NAS e ai sistemi desktop; il supporto Android arriva dopo. Tailscale stessa segnala che i suoi exit node su Android sono meno ottimizzati di quelli Linux e si appoggiano al routing in user-space, il che significa prestazioni inferiori a quelle di un server dedicato. La domanda, allora, non è se un telefono possa fare il server, ma per quanto.