Lo fa per migliorare i risultati, personalizzare l’uso dei servizi e sviluppare funzioni basate su intelligenza artificiale. Quanto raccolga davvero, però, dipende dalle impostazioni dell’account Google e dalle scelte sulla privacy fatte dall’utente.
Che cosa raccoglie Google quando facciamo una ricerca
Quando si usa Google Search, l’azienda può registrare le parole cercate, i link aperti, la posizione approssimativa, il tipo di dispositivo, l’indirizzo IP e alcune informazioni su come si interagisce con i risultati. Non conta solo la frase scritta nella barra di ricerca. Pesano anche l’orario, la lingua, il browser e, se l’utente ha fatto accesso al proprio account Google, il legame con altre attività.
Il cuore di questa raccolta è la funzione Attività web e app, che conserva le interazioni con Search, Maps, Play, Assistant e altri servizi. Nelle pagine sulla privacy, Google spiega che questi dati servono a offrire “esperienze più personalizzate”: suggerimenti più rapidi, risultati più pertinenti, completamenti automatici. Una formula larga, che va letta con attenzione.
Un caso semplice: chi cerca spesso ristoranti in una zona di Milano potrebbe vedere risultati più vicini alle abitudini già registrate, soprattutto se è attiva anche la cronologia delle posizioni. Lo stesso vale per video, notizie, acquisti o domande rivolte a strumenti come Google Assistant. In quel momento, la ricerca non è più soltanto una domanda. Diventa anche un segnale, piccolo ma utile al sistema.
La domanda è quella che molti si fanno: Google usa le ricerche degli utenti per addestrare la sua AI? In base alle informazioni pubblicate dalla società, alcuni dati possono essere usati per migliorare prodotti e modelli. Ma ci sono distinzioni importanti tra dati personali, dati aggregati, controlli disponibili e singoli servizi.
Google, nelle sue informative, scrive che le interazioni con i servizi possono contribuire al miglioramento delle tecnologie, comprese quelle di machine learning. Per i prodotti di intelligenza artificiale generativa, come Gemini e le funzioni AI inserite in Search, esistono regole specifiche, indicate nei pannelli privacy e nelle condizioni d’uso. In alcuni casi, le conversazioni con strumenti AI possono essere controllate da revisori umani, dopo procedure di separazione dall’account, per migliorare qualità e sicurezza delle risposte.
Questo non vuol dire, però, che ogni singola ricerca finisca “copiata” dentro un modello in modo riconoscibile. Google afferma di usare tecniche di anonimizzazione, aggregazione e filtri per ridurre il collegamento diretto con l’identità dell’utente. Il punto resta sensibile, perché le query possono contenere dati molto personali: sintomi, problemi legali, indirizzi, nomi di persone. E su questo la prudenza non è mai troppa.
Le impostazioni da controllare per limitare l’uso dei propri dati
Chi vuole ridurre la raccolta deve partire da myaccount.google.com, entrare in “Dati e privacy” e controllare la voce Attività web e app. Da lì si può disattivare il salvataggio delle ricerche, cancellare la cronologia già registrata e impostare l’eliminazione automatica dopo 3, 18 o 36 mesi. Google permette anche di cancellare singole attività, una alla volta, anche se il percorso non è sempre chiarissimo al primo accesso.
Un altro passaggio riguarda la Cronologia delle posizioni, che può rendere le ricerche più legate ai luoghi frequentati. Se è attiva, va verificata nella stessa sezione dedicata alla privacy. Poi c’è la personalizzazione degli annunci: nel “Centro per gli annunci” l’utente può limitare l’uso dei dati per la pubblicità personalizzata, modificando interessi, categorie e informazioni associate al profilo.
Per Gemini e per le funzioni AI, bisogna controllare le impostazioni dedicate all’attività delle app Gemini, quando sono disponibili nell’account. Google segnala che, anche disattivando la conservazione, alcune conversazioni possono restare memorizzate per un periodo limitato per ragioni di sicurezza e gestione del servizio. Il consiglio pratico, ripetuto in molte informative del settore, è semplice: non inserire informazioni riservate nelle chat con strumenti AI. Scontato, forse. Ma utile.
Disattivare la raccolta dati Google non rende anonima ogni navigazione e non cancella tutte le tracce tecniche. Anche dopo l’opt-out, Google può continuare a raccogliere alcuni dati necessari al funzionamento dei servizi, alla prevenzione delle frodi, alla sicurezza dell’account o al rispetto di obblighi legali. Cambia però un punto centrale: le nuove attività non vengono più salvate nella cronologia personale, se l’impostazione è stata disattivata correttamente.
Restano poi alcuni limiti pratici. Le ricerche fatte da browser non collegati all’account possono comunque produrre dati tecnici. Cookie, cache e identificatori pubblicitari dipendono anche dalle impostazioni del dispositivo e del browser. Per questo conviene affiancare l’opt-out ad abitudini semplici: usare la modalità in incognito quando serve, cancellare periodicamente i cookie, controllare le autorizzazioni delle app e separare, se necessario, l’account personale da quello di lavoro.
Il punto, alla fine, non è sparire da internet. È sapere che cosa si concede. Chi usa Google ogni giorno — per cercare una farmacia, tradurre una mail, pianificare un viaggio — scambia dati con un sistema molto ampio. Ridurre la personalizzazione può rendere i risultati meno su misura, ma dà più controllo. E oggi, con l’intelligenza artificiale sempre più presente nei motori di ricerca, quel controllo conta più di prima.