Apple costruisce gran parte della propria immagine sulla tutela della riservatezza, al punto che l’iPhone viene percepito come un dispositivo particolarmente blindato. La realtà, però, mostra quanti dati di sistema le app riescano comunque a leggere in modo silenzioso. A renderlo evidente è il team di ricerca sulla sicurezza Mysk, che ha lanciato Loupe: What Apps Can See, un’applicazione gratuita disponibile sull’App Store nella categoria Strumenti per sviluppatori e compatibile con iPhone e iPad a partire da iOS 17.
Va chiarito subito cosa Loupe non fa: non serve a sapere in tempo reale cosa stiano facendo Instagram, TikTok o un’app specifica. Mostra invece quali tipi di segnali del dispositivo qualunque applicazione può leggere sfruttando le stesse API pubbliche a disposizione degli sviluppatori, offrendo in pratica un tour guidato della superficie utile al cosiddetto fingerprinting. Il principio di fondo è che un insieme di piccoli dettagli, presi singolarmente innocui, può bastare a comporre un’impronta capace di identificare un utente.
Cosa vedono le App dell’iPhone e perché bisogna fare attenzione
Lo strumento ordina le informazioni in tre livelli. I segnali passivi sono visibili a qualsiasi app senza alcuna richiesta di permesso e comprendono elementi come lingua, fuso orario, caratteristiche dello schermo e stato della batteria. Il livello che richiede un permesso copre i dati per cui iOS mostra un avviso, come contatti, foto, posizione e calendari. Il terzo livello, definito avanzato, raccoglie tecniche più sottili come il sondaggio degli schemi URL e la persistenza nel Keychain anche dopo la reinstallazione di un’app.

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Gli esempi citati nella stessa scheda dell’App Store danno la misura del fenomeno: si va dall’individuazione di quali app popolari sono installate al secondo esatto in cui il dispositivo è stato configurato o cancellato, fino a controlli grafici eseguiti tramite un browser nascosto e al nome di un accessorio abbinato, che in certi casi può svelare direttamente il nome del proprietario.
Si tratta di informazioni meno sensibili della posizione o dei contatti, ma preziose per la profilazione pubblicitaria, una pratica che Apple vieta esplicitamente ai propri sviluppatori e che tuttavia continua a esistere. Per un pubblico italiano sempre più attento al trattamento dei dati personali, anche alla luce del GDPR, uno strumento del genere ha soprattutto un valore divulgativo: mostra in modo concreto cosa significhi davvero concedere fiducia a un’applicazione.