Nel secondo trimestre 2026 il gruppo ha incassato circa 600 milioni di dollari dopo lo stop della Corte Suprema degli Stati Uniti a molte tariffe imposte con la legge sui poteri economici di emergenza. A spiegarlo è stato il direttore finanziario Brian Olsavsky, durante la conference call con gli azionisti: i rimborsi diretti arriveranno solo quando Amazon potrà collegare un dazio preciso a un acquisto preciso. Negli altri casi, ha detto, quei soldi serviranno a tenere bassi i prezzi.
Il rimborso diretto da parte di Amazon non scatterà per tutti. E non riguarderà automaticamente ogni prodotto acquistato mentre erano in vigore i dazi di Trump. Secondo quanto spiegato da Brian Olsavsky, l’azienda dovrà prima dimostrare di aver pagato un certo costo d’importazione e poi di averlo scaricato sul cliente nel prezzo finale di uno specifico ordine.
Solo in quei casi, ha chiarito il direttore finanziario, Amazon contatterà il cliente interessato e procederà con un accredito automatico. Non dovrebbe servire una richiesta dell’acquirente. La platea, però, sarà molto limitata: “solo un numero limitato di casi”, ha detto Olsavsky agli analisti. In sostanza, la verifica sarà fatta con il bilancino, ordine per ordine.
Amazon non ha detto in quali Paesi si trovino i clienti potenzialmente coinvolti. La natura delle tariffe fa pensare soprattutto ad acquisti legati a importazioni negli Stati Uniti, dove i dazi erano stati applicati direttamente su una parte delle merci in ingresso. Da Seattle, per ora, non sono arrivate altre precisazioni.
I 600 milioni restituiti dopo lo stop ai dazi di Trump
Nel secondo trimestre 2026 Amazon ha messo a bilancio circa 600 milioni di dollari legati ai rimborsi ottenuti dopo la decisione della Corte Suprema statunitense, che ha bocciato molti dazi introdotti dall’amministrazione Trump attraverso l’International Emergency Economic Powers Act. La cifra è emersa nella comunicazione sui risultati trimestrali del gruppo, chiusa con ricavi in forte crescita.
Il denaro è finito nel segmento Nord America, che per Amazon comprende Stati Uniti, Canada e Messico. Questo però non vuol dire che l’intera somma andrà ai consumatori. Una parte potrà essere restituita direttamente ai clienti, se ci saranno le prove necessarie. Il resto, ha spiegato Olsavsky, resterà nella gestione commerciale del gruppo.
Il punto è tecnico, ma molto concreto. Per rimborsare un cliente, Amazon deve collegare tre cose: il dazio pagato, il prodotto importato e il prezzo applicato a quel singolo acquisto. Se manca anche solo uno di questi passaggi, l’accredito personale diventa difficile da sostenere. E dentro una piattaforma con milioni di venditori e fornitori, la catena non è sempre così lineare.
Perché molti accrediti non finiranno agli acquirenti
Molti rimborsi ottenuti da Amazon non finiranno quindi sui conti dei clienti. Il motivo, secondo l’azienda, è che non sempre i maggiori costi d’importazione sono stati trasferiti nei prezzi finali. Olsavsky ha detto che, quando i dazi avevano pesato sui costi sostenuti direttamente dal gruppo, Amazon li aveva “in gran parte assorbiti” invece di ribaltarli sugli acquirenti.
C’è anche un altro aspetto. Per molti articoli venduti sulla piattaforma, Amazon non è l’importatore ufficiale. A occuparsi dell’importazione, del pagamento dei dazi e delle pratiche doganali sono spesso fornitori, produttori o venditori terzi. In casi del genere, anche se il prezzo al pubblico è salito, la società può non avere titolo per restituire direttamente al cliente una somma recuperata da altri soggetti.
Una parte dei rimborsi, ha precisato il gruppo, sarà quindi usata per continuare a puntare su prezzi più bassi. In parole semplici: meno accrediti individuali, più spazio per contenere futuri aumenti o sostenere promozioni. Amazon presenta questa scelta come in linea con la propria strategia commerciale. Per molti clienti, però, la differenza sarà poco visibile: nessuna email, nessun bonifico, nessun saldo aggiornato sull’account.
L’impatto sui conti Amazon e sui prezzi fuori dagli Stati Uniti
Sul fronte dei conti, il rimborso dei 600 milioni di dollari ha aiutato a ridurre i costi del trimestre ed è entrato nei risultati del segmento Nord America. Nello stesso periodo, Amazon ha registrato ricavi per 200,6 miliardi di dollari, in crescita del 20%, e un utile operativo di 27,5 miliardi, aumentato del 43% rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente.
La cifra resta comunque piccola rispetto alla taglia del gruppo. Olsavsky ha ricordato che Amazon aveva comprato in anticipo parte delle scorte, limitando l’esposizione alle tariffe, e che per molti prodotti non cura direttamente l’importazione. Anche per questo, il rimborso complessivo non cambia davvero i margini: è un beneficio contabile concentrato in una fase precisa.
Resta aperta la questione dei prezzi fuori dagli Stati Uniti. Amazon non ha chiarito se l’uso dei rimborsi per contenere i listini riguarderà solo il mercato americano, l’intero Nord America o anche altri Paesi. Per ora la linea ufficiale resta prudente: gli accrediti personali arriveranno solo dove il legame tra dazio e acquisto sarà dimostrabile. Tutto il resto finirà nella politica commerciale del gruppo. Semplice sulla carta. Molto selettivo nella pratica.