A questi vecchi gadget tech si ispirano ancora oggi e se ce li hai dovresti venderli subito

Negli anni Ottanta, tra Giappone, Stati Uniti e Regno Unito, una manciata di oggetti finì nelle case, negli zaini e nelle tasche di milioni di persone.
Negli anni Ottanta, tra Giappone, Stati Uniti e Regno Unito, una manciata di oggetti finì nelle case, negli zaini e nelle tasche di milioni di persone.
A questi vecchi gadget tech si ispirano ancora oggi e se ce li hai dovresti venderli subito

Cambiarono il modo di ascoltare musica, giocare con i videogiochi, guardare la televisione e usare il computer. A rileggerli oggi, sembrano quasi prove generali dello smartphone: musica in movimento, film da vedere quando si vuole, luci comandate a distanza, console portatili e processori potenti ma poco assetati di energia.

Il Sony Walkman arrivò nel 1979, ma diventò uno dei simboli più riconoscibili degli anni Ottanta. Bastavano un paio di cuffie, una cassetta e una giacca con una tasca capiente: la musica, fino ad allora legata soprattutto al salotto, al giradischi o all’impianto hi-fi, diventava personale e portatile. Le radio a transistor c’erano già, certo.

Ma non davano la stessa libertà: con il Walkman si sceglieva davvero cosa ascoltare. Sony intercettò il successo crescente delle musicassette, rese più affidabili dai progressi tecnici degli anni Settanta, e costruì una famiglia di prodotti capace di vendere circa 200 milioni di unità fino al ritiro dal mercato nel 2010.

Poi arrivò il compact disc, introdotto nel 1982. Fu il salto verso la musica digitale per il grande pubblico: suono più pulito, niente fruscio dei supporti analogici, tracce raggiungibili senza dover alzare la puntina. Lo slogan, “perfect sound forever”, prometteva moltissimo — forse troppo — ma spiegava bene l’idea venduta ai consumatori: qualità più stabile, dischi più pratici del vinile nella vita di tutti i giorni, ascolto più immediato.

Alla fine del 1988, secondo le ricostruzioni dell’industria discografica, i CD superarono il vinile nelle vendite. Nel 1991 avrebbero superato anche le cassette. Più avanti, con i lettori CD-ROM nei personal computer, quella stessa tecnologia avrebbe aperto la strada al ripping, agli MP3, alla condivisione online e infine allo streaming musicale.

Game Boy: il videogioco diventò tascabile per davvero

Il Nintendo Game Boy arrivò nel 1989 con un prezzo di lancio di 109 dollari e fece una cosa semplice, ma decisiva: trasformò il videogioco portatile in un’abitudine di massa. Non più un giocattolo elettronico curioso, ma una console da portare ovunque. Aveva uno schermo monocromatico, senza retroilluminazione. Oggi può sembrare spartano, quasi povero. Eppure proprio quelle scelte gli davano un vantaggio enorme: con quattro batterie AA poteva arrivare fino a circa 30 ore di gioco, un dato pesante in un periodo in cui le batterie ricaricabili erano ancora poco comode.

Gadget anni ’80 e smartphone su una scrivania: lettore a cassette con cuffie, CD, console portatile e videocassetta VHS
Una natura morta di gadget anni ’80 accanto a uno smartphone, per raccontare l’evoluzione della tecnologia quotidiana.

Nintendo arrivava da un decennio difficile per il settore. Negli Stati Uniti il mercato dei videogiochi domestici era crollato nel 1983, soffocato dalla saturazione e da prodotti di bassa qualità, prima della ripartenza guidata dal Nintendo Entertainment System. Con il Game Boy, l’azienda portò fuori casa una formula solida, essenziale, resistente. Molti concorrenti puntavano su schermi a colori, più appariscenti ma anche più energivori. La linea monocromatica vendette oltre 64 milioni di console nel mondo, secondo i dati comunemente citati dagli analisti del settore. Da lì in poi, dal Game Boy Advance al Nintendo DS fino a Switch, l’idea di giocare in treno, a scuola o in vacanza non sarebbe più uscita dalla cultura pop.

VCR e Clapper: prima dello streaming, il controllo era già in salotto

Prima dei servizi on demand, dei decoder digitali e delle app sulle smart TV, furono i videoregistratori VCR a cambiare il rapporto con la televisione. Il Betamax di Sony, lanciato nel 1975, e il VHS di JVC, arrivato nel 1976, entrarono davvero nelle abitudini durante gli anni Ottanta. Registrare un programma e rivederlo più tardi diventò un gesto normale, familiare. Alla fine del 1985, secondo i dati riportati sul mercato americano, circa il 28% delle abitazioni negli Stati Uniti possedeva un VCR. Intanto il VHS aveva ormai superato Betamax, soprattutto grazie a tempi di registrazione più lunghi, anche se molti consideravano migliore la qualità dell’immagine Sony.

La svolta non fu solo tecnologica. Hollywood guardò con grande diffidenza alla possibilità di registrare programmi e film. MCA/Universal e Disney citarono in giudizio Sony nel 1976, sostenendo che il Betamax favorisse la violazione del copyright. Il caso arrivò fino alla Corte Suprema degli Stati Uniti, che nel 1984 stabilì la liceità del time shifting, cioè la registrazione dei contenuti televisivi per guardarli in un secondo momento.

Nelle case, intanto, un altro oggetto raccontava un futuro ancora un po’ grezzo: The Clapper, la presa che si attivava con il battito delle mani, resa popolare dagli spot televisivi dell’epoca. La versione migliorata, lo Smart Clapper del 1987, riconosceva i suoni con maggiore affidabilità. Niente app, niente Wi-Fi. Ma l’idea era già quella della smart home: comandare luci e piccoli apparecchi senza alzarsi dal divano.

Acorn Archimedes: il computer britannico che anticipò l’era ARM

Nel 1987 il britannico Acorn Archimedes portò sul mercato una tecnologia destinata ad andare molto oltre il personal computer: il processore ARM, allora sigla di Acorn RISC Machine. Negli anni Ottanta l’informatica personale era un mosaico di macchine spesso incompatibili tra loro, prodotte da IBM, Apple, Commodore, Atari, Sinclair, Tandy e dalla stessa Acorn. Eppure proprio da quel computer, meno famoso del Macintosh o dell’IBM PC, sarebbe partita una delle architetture più diffuse della tecnologia contemporanea.

La forza di ARM era nel rapporto tra prestazioni e consumi. Non solo potenza, ma efficienza: un equilibrio che, con il tempo, sarebbe diventato decisivo. Oggi i processori basati su ARM sono presenti nella grande maggioranza degli smartphone, in molte console portatili Nintendo successive al Game Boy Advance, in dispositivi embedded, tablet e computer. Anche Apple, nel 2020, ha spostato la linea Mac verso chip basati su architettura ARM, confermando una traiettoria iniziata più di trent’anni prima in un laboratorio britannico. L’Archimedes non fu il gadget più vistoso del decennio. Ma, sotto traccia, contribuì a disegnare il cuore elettronico della tecnologia che usiamo ogni giorno.

Ti consigliamo anche

Link copiato negli appunti
Change privacy settings
×