
In un interessante articolo del Financial Times dedicato al successo di App Store, il quotidiano loda Cupertino per aver saputo cogliere un business sfuggito a tutti gli altri. E la storia racconta che, curiosamente, da principio neppure Apple ci credeva più di tanto.
Ricorderete certamente l’afflato retorico di Steve Jobs quando, nel 2007, aveva presentato al mondo iPhone, un prodotto uno e trino definito senza mezzi termini rivoluzionario, costituito da un lettore iPod multi-touch, un telefono ed un internet communicator. Molta meno enfasi, invece, fu profusa alla presentazione dedicata ad App Store, descritto semplicemente come un canale di distribuzione digitale “pretty cool”, in grado di mettere in comunicazione diretta utenti e sviluppatori. Nessuno a Cupertino sembrava aver minimamente intuito il potenziale d’un bazar di applicazioni su iTunes (a molti manager sarebbe bastato 1/5 della diffusione attuale) e, solo ora che sono stati superati i 2 miliardi di download, appare chiaro che il nuovo business creato da Apple è un grande successo, forse l’intuizione più geniale della mela, a detta del Financial Times.
Dopo computer, musica e telefoni, Apple ha dato il via ad un quarto, inaspettato e redditizio mercato, subito imitato dai competitor e ritenuto a ragione una piccola miniera d’oro: ben 100.000 applicazioni, installate dagli utenti al ritmo di 10 ogni mese, che hanno fatto da volano alle vendite di iPhone ed iPod touch, a quota 50 milioni.
Certo ora c’è la concorrenza, soprattutto quella agguerrita di Google, la cui strategia della quantità ricorda quella inizialmente intrapresa da Microsoft per scalzare Apple: software a buon mercato distribuito a diversi produttori hardware. Apple, per fare meglio di così, dovrà contemporaneamente far sfoggio del miglior Sistema Operativo mobile e del miglior hardware in circolazione, il tutto racchiuso da un efficiente ecosistema. Una sfida importante, ma perfettamente alla portata dell’intraprendenza di Cupertino.

Buone notizie per chi aveva scaricato l’emulatore Commodore 64 per iPhone (e per chi, pur essendo interessato, non aveva fatto in tempo a scaricarlo prima che venisse rimosso), visto che è nuovamente presente in App Store.
Come forse ricorderete, la storia di questo emulatore è stata piuttosto travagliata, essendo stato inizialmente rifiutato da Apple, successivamente approvato ma rimosso quasi subito perché, nonostante non fosse ufficialmente presente, c’era modo di attivare facilmente l’interprete BASIC, elemento focale della vicenda.
Ora l’emulatore è nuovamente disponibile e porta, oltre alla rimozione dell’interprete BASIC, un miglioramento delle performance del 30% e tre nuovi giochi: International Basketball, International Tennis e International Soccer. È stato inoltre inserita, per ogni gioco, una piccola guida, con dettagli su come giocare.
L’aggiornamento è gratuito per chi aveva scaricato la versione precedente. Per gli altri i prezzo è di 3,99 €. È in inglese, compatibile con iPhone e iPod touch e “pesa” 4,6 Mb.
Giusto in tempo per Halloween, ID Software ha rilasciato l’attesa versione per iPhone di un gioco classico che, anche più di Wolfenstein, ha fatto la storia degli sparatutto in prima persona.
Doom Classic, così come Wolfenstein 3D Classic, è stato ottimamente adattato per girare sul dispositivo portatile di Apple, ma mantiene inalterati lo spirito e l’atmosfera del gioco originale, di cui ripropone fedelmente i livelli e la grafica.
Come Wolfenstein Classic (che con gli ultimi aggiornamenti è diventato Wolfenstein 3-D Platinum e include anche Spear of Destiny), ci sono diverse modalità di controllo utilizzabili (in particolare 3), tutte basate sul tocco, con controlli analogici virtuali mostrati sullo schermo, che possono essere inoltre configurati posizionandoli sullo schermo a piacimento, scegliendone anche la dimensione.

Se è vero che Mac OS X 10.6.2 è imminente come si vocifera, ciò significa anche che in dirittura d’arrivo ci sarebbero dei nuovi modelli di MacBook Pro. A svelarlo, un paio di file sospetti all’interno dell’ultima build 10C531.
Le prove inconfutabili consisterebbero in due .plist che fanno riferimento a due modelli di laptop non ancora rilasciati, il MacBook Pro 6,1 ed il MacBook Pro 6,2. Oltretutto, considerato che gli attuali modelli esistenti portano un codice 5,x, verrebbe da pensare ad un qualche tipo di importante aggiornamento, come ad esempio il passaggio ai processori di stirpe Nehalem (Core i7), come ventilato da qualche vecchia indiscrezione. Ciò allineerebbe i portatili professionali alla linea iMac come da tradizione e metterebbe contemporaneamente al riparo Cupertino da un’eventuale cannibalizzazione: fatta eccezione per il design e alcune lacune (come lo slot SD e la sfortunata FireWire), l’attuale MacBook Unibody rasenta pericolosamente le prestazioni del MacBook Pro entry level, ma viene commercializzato ad un prezzo notevolmente inferiore.
Per ovvie ragioni, non esistono al momento date ufficiali né ufficiose, una cosa però è certa; la tecnologia è pronta e queste novità potrebbero arrivare molto presto, probabilmente entro la fine di quest’anno.

Apple e molte altre società sono state citate in giudizio da US Ethernet Innovations per la presunta infrazione di alcuni brevetti riguardanti la tecnologia Ethernet. Stando alla parte lesa, Apple ed altre avrebbero illegalmente violato la proprietà intellettuale di almeno uno dei quattro brevetti riconosciuti a 3Com dal 1994 al 1998.
La cosa strana, probabilmente, è che per quanto concerne strettamente Apple, l’unico modello di computer esplicitato nel testo della causa è il MacBook Pro, reo di infrangere il brevetto 5.299.313 intitolato Network Interface with Hose Independent Buffer Management:
Senza una licenza o un permesso da parte di USEI, Apple ha violato e continua a violare una o più delle dichiarazione contenute nel brevetto ‘313, contribuendo direttamente e/o indirettamente importando, fabbricando, usando, offrendo alla vendita e/o vendendo prodotti e dispositivi che incarnano l’invenzione tutelata da copyright, ivi inclusi senza limitazione uno o più dei prodotti Apple accusati d’infrazione.
David Kennedy, CEO di USEI, sostiene che 3Com abbia subito un ingente danno dalle imitazioni a basso costo non autorizzate prodotte all’estero:
Continua a leggere: Apple citata per violazione di brevetto sulla tecnologia Ethernet

Un nuovo studio stilato dallo Yankee Group descrive una realtà non proprio rosea per gli operatori telefonici, peraltro già ventilata nei mesi scorsi, quando qualcuno si era accorto che iPhone non sembra essere un buon affare per i carrier. Su 24 mesi di contratto telefonico, AT&T va in pareggio coi costi di sovvenzione del telefono dopo ben 17 mesi.
In buona sostanza, una volta tolti i costi sostenuti per scontare il terminale alla clientela (minimo 300$) e considerato l’impatto dei consumi causati dagli utenti in termini di traffico Web effettuato, ad AT&T servono grossomodo 17 mesi per rientrare delle spese sostenute: vale a dire che su 24 mesi di contratto il gestore guadagna realmente solo negli ultimi 6 o 7. Ciò significa utili per un 33% circa rispetto al fatturato, il che è decisamente sotto la media per un carrier telefonico. A titolo di paragone, se per assurdo AT&T smettesse di scontare gli iPhone raggiungerebbe il punto di pareggio dopo 8 mesi.
Un basso prezzo di commercializzazione è certamente una scelta che ripagha nel medio e lungo termine, soprattutto perché apporta continuamente nuova clientela. Tuttavia, gli utenti iPhone hanno mediamente un impatto molto maggiore sulle infrastrutture rispetto agli altri; il CEO della sezione mobile di AT&T, Ralph de la Vega, afferma che lo scorso agosto il traffico Web in mobilità è cresciuto del 5.000% in appena 3 anni, dal 2006 al 2009. Un aumento tale da mettere in ginocchio il network di qualunque operatore, colosso o meno.
Il mercato sta mutando molto velocemente, e se fino a non molto tempo fa gli operatori avevano pieno controllo sul mercato e sulla distribuzione dei telefoni cellulari, ora tra costi di acquisizione cliente, accordi di esclusività e contratti che prevedono flat, “i margini sui tanto agognati utenti smartphone si stanno riducendo drasticamente”. Ecco perché secondo Yankee Group l’unica conclusione possibile è che gli operatori dividano il controllo della catena con i rivenditori e le catene al dettaglio, così da condividere i rischi e poter offrire maggiore varietà di terminali e servizi, conditi da prezzi migliori.

Ricapitoliamo un secondo. Dopo le schermaglie e i botta e risposta, e dopo aver lanciato pesanti accuse per pratiche anticompetitive, la società produttrice di cloni più chiacchierata del globo ne ha in serbo un’altra delle sue. Con un comunicato stampa, Psystar ha ufficialmente lanciato il programma di affiliazione per offrire in licenza la tecnologia di virtualizzazione che consente ad un comune PC di avviare Mac OS X.
La tecnologia elaborata da Psystar, la maggior parte della quale consiste nel loro cosiddetto Darwin Universal Boot Loader, ed è in grado di avviare sei differenti Sistemi Operativi compresi Windows 7, Vista, Linux e Mac OS X, compreso Snow Leopard. Inoltre, la tecnologia Safe Update (”aggiornamenti sicuri”) consente al clone di poter installare gli aggiornamenti standard che Apple invia agli utenti tramite Aggiornamento Software. Tutti i cloni prodotti da terze parti e affiliati alla società potranno beneficiare del bollino “Psystar Certified”:
Una volta che il prodotto è certificato, i consumatori possono acquistarlo sugli scaffali dei negozi o attraverso i canali standard. E quando è presente la certificazione, si può procedere all’installazione di Snow Leopard semplicemente inserendo un comune DVD retail di OS X.
Attualmente, i costi della licenza non sono noti, ma appare evidente che Psystar stia sparando le ultime, discutibili cartucce prima del gennaio 2010, periodo in cui è stata programmata l’udienza. Tuttavia è altamente improbabile che l’iniziativa abbia successo: dopotutto, quale società si impelagherebbe in una nuova attività quando la società da cui dipende per l’apporto tecnologico è in causa con Apple? E avanti verso una nuova, incredibile puntata.

Si torna a parlare di Tablet, ma questa volta niente succose indiscrezioni; piuttosto, un interessante sguardo al dietro le quinte prodotto delle solite fonti anonime e molto ben informate. E’ da almeno il 2003 che a Cupertino si fanno prove generali di Tablet, e in uno di questi prototipi batteva un cuore PowerPC.
Stando a quanto riferito da alcuni ex impiegati Apple al New York Times, Cupertino tenta di sfornare un iTablet da almeno sei anni, ed uno dei primi tentativi era sostanzialmente inutile ed avido di energia. L’ex ingegnere Apple Joshua A. Strickland afferma:
Non lo si poteva costruire. La durata della batteria non era sufficiente, le prestazioni grafiche non permettevano di fare nulla e la componentistica da sola costava più di $500.
E dopotutto, senza funzionalità davvero innovative suffragate da un hardware adeguato, un aggeggio del genere aveva oggettivamente ben poca utilità per l’utente. Per dirla con le parole di Steve Jobs, un tablet come quello non serviva a niente se non a navigare sul Web dal bagno di casa. Come dire, colpito e affondato.
Tuttavia ora lo scenario è profondamente mutato. Tempi, tecnologia e pubblico appaiono decisamente più maturi, e poi c’è l’enorme successo di App Store e le sue 85.000 applicazioni, senza contare gli iPhone e gli iPod touch venduti, che hanno spianato la strada. Si potrebbe quasi dire che sia tutto pronto, e che forse manca soltanto un dettaglio: la killer application, cioè la lacuna nella nostra vita digitale di cui non siamo coscienti, e che solo un iPhone ipertrofico potrebbe colmare. Non ci meraviglierebbe se Cupertino ci riuscisse, ma questa volta avranno bisogno di una visione solida e di parecchia fantasia, molta più di quella necessaria alla creazione d’un iPhone.

La buona novella è che finalmente qualcosa si muove sulla questione jailbreak di iPhone 3GS, rimasto escluso assieme agli iPod touch di seconda e terza generazione dalle delizie del PwnageTool. La brutta notizia, invece, è che le cose sono molto più complesse del solito e che qualcuno resterà comunque fuori dal giro.
I guai per gli utenti sono iniziati quando Apple ha introdotto nuovi espedienti di sicurezza hardware e software per gli iPhone 3GS, di cui ECID (assieme a iBSS ed iBEC) rappresenta il nodo cruciale. ECID è un codice univoco che possiede ogni iPhone di ultima generazione, utilizzato da iTunes nel processo di aggiornamento/ripristino del firmware. Senza entrare troppo nel dettaglio, in assenza di questo certificato non è possibile ripristinare vecchie versioni del firmware (quelle su cui il jailbreak funziona) poiché semplicemente i server Apple si rifiutano di firmarli. Tutto funziona invece a meraviglia con l’OS più recente.
Per ora, il modo più semplice di salvare l’ECID è di utilizzare Cydia, facendo tap sulla scritta “Make my life easier” (”semplificami la vita”), il che dovrebbe produrre a sua volta un messaggio in alto che recita “this device has 3.1 ecid shsh on file” (”questo dispositivo ha un SHSH ECID salvato su file”). Attenzione, però, una volta fatto questo non è ancora consigliabile eseguire alcun aggiornamento. Diciamo che ci siamo semplicemente tutelati per il futuro.
Continua a leggere: Jailbreak di iPhone 3GS 3.1: qualcosa si muove
Emulando con un certo ritardo l’App Store creato da Apple per iPhone ed iPod touch, Microsoft lancia il primo gruppo di applicazioni per Zune HD che però fa alzare più d’un sopracciglio: sono soltanto 9 e per di più contengono una quantità inverosimile di pubblicità.
Quando App Store aprì i battenti, Apple ci tenne fortissimamente perché tutto funzionasse, l’esperienza utente fosse fluida e ci fosse una scelta tale da giustificare un negozio virtuale del software. Al tempo, se ricordate, il catalogo superava già i 500 titoli, di cui il 25% gratuiti. Sorprende quindi la scelta di Microsoft di dare inizio all’attività, per così dire, con numeri tanto modesti.
I titoli disponibili sono pochi e tradiscono poca fantasia: calcolatrice, meteo, Texas hold ‘em, Sudoku, Space Battle 3, Shell Game… Of the Future, Hexic, Goo Splat e Chess. Disegnato da professionisti di Redmond, è mediamente software ben fatto (tranne Shell Game… Of the Future. Quello è davvero imbarazzante), tuttavia sorprende la decisione di instillarvi pubblicità all’interno. In sostanza, quando si avvia una di queste applicazioni, occorre aggiungere ai tempi di caricamento quelli di visualizzazione degli spot, che sono a loro volta video o statici: così occorrono 30 secondi per far partire gli scacchi, 8 per vedere il meteo e 9 per giocare a Goo Splat. Un eccesso che Microsoft avrebbe potuto risparmiarsi.
C’è di buono che la calcolatrice fa uso degli accelerometri, e quando si ruota lo Zune, diventa scientifica. Ma anche questo, probabilmente, è troppo poco e troppo tardi.

Il grafico delle azioni Apple a partire da ottobre 2008 fino ad oggi somiglia moltissimo a delle montagne russe, mosso in alto o in basso dagli eventi, della presentazioni dei prodotti e dalle indiscrezioni trapelate nel corso del tempo. Ora però le cose vanno bene anzi benissimo, con valori che ricordano da vicino il periodo precedente alla crisi finanziaria e che si avvicinano sempre più al record storico assoluto del 2007.
Oggi le azioni di Apple valgono $181,87, in calo rispetto ai $182,75 di ieri, il che resta comunque un ottimo assestamento perché rasenta il valore raggiunto al giugno del 2008, parecchio prima che il mercato entrasse in questo lungo momento grigio e periodo in cui fu annunciata la distribuzione di iPhone 3G in moltissimi mercati del mondo, compreso il nostro.
Il punto più basso del grafico corrisponde a quest’inverno quando, in piena crisi mondiale, gli investitori hanno appreso delle condizioni di salute di Steve Jobs e della sua assenza da Cupertino. Da allora, però, il valore delle azioni si è raddoppiato e i nuovi iPod ed iPod touch, gli iPhone 3GS e le speculazioni sul Tablet hanno fatto il resto. E ora siamo incredibilmente prossimi al record di tutti i tempi per Cupertino: quei $202,96 del 27 dicembre 2007.
E il futuro di Apple è roseo, almeno secondo gli analisti, che concordano tutti nel vedere al rialzo le azioni. Per contrasto, quelle di Microsoft sono ad un terzo del loro massimo storico mai raggiunto.
È stata un po’ tormentata la vicenda relativa a quest’ottima applicazione, inizialmente rifiutata da App Store, visto che, emulando un Commodore 64, permetteva l’esecuzione di applicazioni non controllabili direttamente da Apple. Ora però è finalmente stato accettata e include 5 giochi: Dragons Den, Le Mans, Jupiter Lander, Arctick Shipwreck e Jack Attack.
È supportata sia la modalità di gioco orizzontale che quella verticale, c’è una fedele riproduzione del joystick e della tastiera (non sono visualizzati però i simboli grafici, al momento comunque inutilizzabili), con un aspetto molto convincente ed è possibile riprendere l’esecuzione dei giochi dall’ultima interruzione. Non è purtroppo presente l’interprete BASIC.
Al momento i giochi sono solo i 5 citati, ma presto ne verranno inclusi altri, tra cui Bristle, Astro Chase e Commodore Sports Pack. Non è possibile invece caricare proprie ROM nell’emulatore.
Continua a leggere: L'emulatore Commodore 64 alla fine arriva su iPhone (Aggiornato)