
Nulla spiega o racconta qualcosa meglio di un’infografica e sul Web si sprecano rappresentazioni visive di informazioni anche con lo scopo di renderle virali ed avere un ritorno d’immagine. È il caso del portale olandese toptienmobiel che ha realizzato una graziosa infografica sull’evoluzione dell’iPhone negli anni, dal primo modello al più recente iPhone 4S.
Dalla sua presentazione ufficiale il 9 gennaio 2007 lo smartphone di Apple è stato modificato nel software e nell’hardware riuscendo a conquistare gradualmente l’intero pianeta. Inizialmente, con un sistema operativo acerbo ma che prometteva molto, una misera fotocamera, nessuna applicazione aggiuntiva. Mentre ci avviciniamo al 2012 l’iPhone 4S è disponibile in più di 70 nazioni e ha venduto nel primo weekend 4 milioni di esemplari.
Personalmente trovo che la vera “svolta” nell’evoluzione dell’iPhone sia stata avvertita con il modello 3GS, più potente, dalle prestazioni ancora decenti e oggetto tutt’ora ambito da molti. Ha saputo dare quella spinta alle prestazioni che gli utenti aspettavano da tempo per fare il grande passo. Certo, la batteria non dura tantissimo soprattutto dopo l’aggiornamento a iOS 5 ma è ancora giunto il momento di cestinarlo?
Via | iPhoneCanada

In tempo per le festività natalizie è stato pubblicato recentemente la raccolta di icone disegnate da una delle figure più apprezzate del settore, a cui Apple deve molto perché si tratta della persona che ha ideato le icone per il primo ambiente desktop del Macintosh: Susan Kare.
Icons è un libro di 160 pagine che percorre la carriera della famosa designer dalla pixel art essenziale dei computer Apple ai gifts che Facebook ci ha propinato negli anni passati ad ogni compleanno di un nostro amico/contatto. Proprio così, Kare è stata assunta da Jobs e soci per rendere gradevole l’aspetto grafico del proprio prodotto allontanandosi dalla misera interfaccia di un terminale a riga di comando. E dopo qualche decennio possiamo affermare di esserci riuscita in pieno.
Sono sue creature l’Happy Mac ha accompagnato generazioni (fino a OS X Puma) di utenti nel boot del proprio computer con la mela, il secchiello simbolo del comando Fill utilizzato tutt’ora e diventato uno standard de facto nei programmi di grafica e design, la bomba che compariva nei crash di sistema, il simbolo del tasto Command su tutte le tastiere di Apple e molte altre. Basta sfogliare il suo portfolio per accorgersi di quanti elementi grafici di uso comune abbia ideato questa giovane newyorchese laureata in arte trapiantata in California.
Continua a leggere: Le icone di Susan Kare, la donna che inventò l'interfaccia grafica di Mac OS

Diverse fonti riferiscono che la vice-presidente dell’area worldwide marketing di Apple, Allison Johnson, starebbe valutando di lasciare l’azienda di Cupertino. Si pensa che la dirigente stia pensando di fondare una nuova azienda di marketing e comunicazione insieme a Brandee Barker, ex dirigente delle pubbliche relazioni di Facebook. Sulla nuova azienda non si sa ancora nulla, nome o clienti, tuttavia è quasi ovvio ritenere che in cima alla lista dei sicuri già assistiti di Barker: Quora e Groupon.
Sia Barker che un portavoce di Apple si sono rifiutati di commentare la notizia. Le fonti aggiungono, tuttavia, che Johnson starebbe soltanto aspettando di negoziare la sua uscita da Apple, un processo che potrebbe volgere al termine prima dell’estate. Al momento non ci sono altre indiscrezioni a contorno.
Johnson cominciò a lavorare in Apple dopo essersi occupata di pubbliche relazioni in HP; un dipendente che all’epoca ha lavorato con lei ha dichiarato d’averla etichettata una volta come il “primo ministro” di HP. Dal 2005 Johnson è stata responsabile di diverse riuscitissime campagne pubblicitarie di Apple, avvalendosi dell’azienda TBWAChiatDay. Il CEO di Apple, Steve Jobs, ha sempre avuto grande considerazione per la sezione marketing della sua azienda, tanto da includere la Johnson nella lista dei pochi responsabili autorizzati a riferire direttamente a lui.
[Via MacNN]
Torino, città magica, piazza C.L.N.. Qui nel 1975 Dario Argento girò alcune scene del film Profondo Rosso. Sullo sfondo le statue del Po e della Dora che volgono entrambe lo sguardo verso un negozio di abiti casual, come se vigilassero sul Santo Graal custodito all’interno.
In vetrina maglie, pantaloni, giacche impermeabili, ma anche scatole di iPad e iPod touch. Sul vetro un adesivo, “Un omaggio alla rivoluzione del software”. Non resta che entrare.
Un negozio come tanti all’apparenza, lo sguardo perso tra gli indumenti incontra quello di una gentile commessa. Con un garbato sorriso indica le scale e l’ascensore di vetro che conducono al piano inferiore. Un paio di rampe, un’ampio spazio espositivo, abbigliamento sugli scaffali delle pareti. Macchie di colore che fanno da sfondo a due teche centrali.

Un utente Mac italiano, Cattani Simone, ha individuato una sospetta somiglianza tra il volto di un personaggio in un quadro di Picasso (Two Characters, 1934) e l’icona del Finder che tutti conosciamo.
In effetti la somiglianza è più che netta. Considerando la spiccata vena artistica dell’allora team di lavoro di Apple, quella dell’ispirazione non è una supposizione così infondata. L’attuale icona del Finder, Happy Mac, debuttò con Apple Mac OS 7.5 nel lontanissimo marzo 1995. L’icona fu disegnata, insieme ad altre, dall’allora responsabile grafico di Apple: Susan Kare.
All’epoca l’icona non era il simbolo del Finder bensì quello dell’intero sistema operativo e compariva nella schermata di accensione del computer. Sebbene Mrs. Kare non si fosse mai espressa in merito, si pensava che l’ispirazione fosse stata tratta da un manifesto di Oskar Schlemmer. A questo punto la storia “presunta” andrebbe aggiornata.
Se volete dare un’occhiata all’opera originale di Picasso, essa attualmente si trova al MART di Rovereto (TN). Chissà che non scopriate altre somiglianze.

Avete circa 200mila dollari e non sapete come investirli? Il 23 novembre, a Londra, Christie’s metterà all’asta uno dei 200 Apple-1 in legno, realizzati a mano nel 1976 da Steve Jobs e Steve Wozniak in persona, nel loro mitico garage.
All’epoca l’Apple-1 costava 666,66$ (a Wozniak piacevano le cifre ripetute), mentre secondo le previsioni l’asta si aggirerà tra i 161.600 e i 242.400$. Il modello in vendita include la scheda madre originale, 8Kb di RAM, il manuale originale e persino una lettera scritta da Steve Jobs in persona per il proprietario del computer. Già, perché già allora Jobs scriveva “mail” ai clienti, rispondendo ai loro dubbi (in questo caso la scelta del monitor e della tastiera migliori). All’asta non c’è lo schermo perché all’epoca i display non erano inclusi nel prodotto originale. C’è però il lettore di cassette originale Apple, un accessorio che in quel periodo costava 75$. Il computer era considerato innovativo perché già assemblato, pronto all’uso dopo esser stato collegato alle periferiche giuste. La filosofia di Apple, in fondo, è sempre rimasta la stessa.
Qualche appassionato potrà aggiudicarsi questo pezzo di storia dell’informatica. Oppure anche un museo, speriamo: sono gingilli da non perdere, e che tutti dovremmo guardare per capire quali passi da gigante abbia fatto la tecnologia in così pochi anni.

Nel settembre del 2000 alcune decine di migliaia di utenti Apple sparsi per il mondo investirono* una piccola somma per un assaggio limitato nel tempo del futuro sistema operativo dei loro Mac.
Per una trentina di dollari più imposte (o l’equivalente nel proprio paese) dieci anni fa era possibile acquistare la Public Beta di Mac OS X e avere il privilegio di usare per circa sette mesi un OS acerbo e incompleto.
Possono sembrare parole eccessivamente dure ma era un dato di fatto che ci si trovasse dinanzi a un sistema operativo con molte lacune.
Continua a leggere: Mac OS X Public Beta: un investimento per il futuro

Lacie è una delle poche aziende che vende prodotti di estrema solidità tecnica abbinando ad essi un design mozzafiato. Il modello aziendale sembra essere ispirato a quello di Apple: qualità + design. Se per l’azienda di Cupertino il faro artistico di riferimento è senza dubbio Jonathan Ive, per il produttore di hardware francese la menta creativa è senza ombra di dubbio lo scozzese Neil Poulton.
L’ultimo prodotto presentato da Lacie è una coppia di altoparlanti, Lacie Sound2, progettati in collaborazione con Cabasse (leader storico della realizzazione di impianti Hi-Fi). Gli speaker si collegano a computer Macintosh o PC attraverso il cavo USB, dal quale traggono anche l’alimentazione elettrica, e garantiscono una qualità eccellente. Erogano una potenza di 30W totali e non necessitano di driver specifici per funzionare.
Esteticamente, il design realizzato da Neil Poulton, è minimalista ma elegante allo stesso tempo. Sulla pagina ufficiale del prodotto sono disponibili le immagini che lo ritraggono in abbinamento con un MacBook Pro da 15″: è una gioia per gli occhi ed anche per le orecchie.
Lacie Sound2 è disponibile al prezzo di € 99,90 (iva inclusa). Il prodotto è garantito 2 anni ed è anche stato insignito del reddot design award 2010.
Con le modifiche alle clausole per gli sviluppatori nel venturo iPhone OS 4.0 il clima tra Adobe ed Apple è diventato ormai apertamente teso ed ostile.
Scorrendo gli eventi delle ultime settimane il quadro mostra una Adobe che sente di dover correre ai ripari -magari anche in sede legale- contro una Apple che la esclude e penalizza in forma diretta ed indiretta dalle piattaforme iPhone, iPad & C.
Se però si torna indietro di qualche anno il quadro si fa più complesso e si scopre che entrambe le aziende hanno la loro brava parte di colpa nell’attuale situazione, che va al di là dei problemi di performance e/o di stabilità di Flash.
Proviamo perciò a ricostruire un elenco cronologico delle varie decisioni, piccole e grandi, che di volta in volta hanno causato frizioni e deteriorato i rapporti Apple e Adobe, un tempo alleate strategiche negli ambiti della grafica e del desktop publishing.
1999
Alla manifestazione annuale della NAB (National Association of Broadcasters) Apple lancia la prima versione di Final Cut Pro, software per il video-editing non lineare su Mac, prosecuzione di un progetto di Macromedia, Key Grip.
1999-2000
Apple rilascia Rhapsody, il porting per PowerPC di OPENSTEP/Mach 5.0, con il nome di Mac OS X Server 1.0 e spinge per l’uso delle API di NeXT (la Yellow Box) cercando di relegare il vecchio software per Mac OS in una macchina virtuale (la Blue Box).
Questo significa riscrivere larghe porzioni di alcuni tra i più complessi e importanti software per Mac: Adobe non ci sta e insieme ad altre grosse software house costringe Apple a creare una soluzione di passaggio, le librerie Carbon, che compaiono nel 2000 in Mac OS X 10.0.
Contemporaneamente, a causa degli alti costi di licenza imposti da Adobe, Apple decide di utilizzare il PDF per il rendering grafico del sistema grafico di Mac OS X invece del Display PostScript, usato in NEXTSTEP, OPENSTEP e Rhapsody.
Da sempre sostenitore del formato Tablet, il fondatore di Microsoft Bill Gates si dice non convinto dalle potenzialità dell’iPad. E nel mentre, si lascia scappare qualche lode di troppo su iPhone.
In una intervista a BNET, Gates avrebbe confessato:
Sapete, credo moltissimo nel touch e nella lettura digitale, ma credo anche che un insieme di voce, penna e una tastiera reale - in altre parole un netbook - siano la strada da seguire. Come dire, questa volta non ho avuto la stessa sensazione che ebbi alla presentazione dell’iPhone. Allora dissi ‘Mio Dio, Microsoft non ha mirato abbastanza in alto’. E’ un bel lettore, ma non c’è niente nell’iPad che mi faccia gridare ‘Quanto vorrei che lo avesse creato Microsoft’.
Il problema, afferma Gates, è che mentre iPhone ha rappresentato un “netto miglioramento rispetto a Windows Mobile”, iPad non sarebbe un dispositivo “sufficientemente convenzionale per sfondare realmente”. Ma come fa notare sagacemente AllThingsDigital, queste parole somigliano pericolosamente a quelle pronunciate in onore dei primi iPod nel 2004, giusto due anni prima del lancio di Zune. Al tempo Gates disse “Non c’è niente, di quello che fa iPod, che mi faccia dire ‘Wow, non credo proprio che potremmo farlo anche noi’”.
Un’impressione a questo punto balza agli occhi: sono anni che vengono immessi sul mercato tablet “convenzionali”, e per lo più sono rimasti vincolati all’ambito ospedaliero e militare in paesi come Germania, Usa e UK. Se c’è una giusta combinazione di tecnologie attuali che può mutare il corso delle cose, forse, è proprio un dispositivo non convenzionale.

Stiano sereni gli utenti preoccupati del rapporto non più idilliaco tra Apple e Google. Eric Schmidt in persona, tra una lode ed un “piezz’e core”, ha affermato che è stabile e ben saldo.
Laddove un tempo c’erano intesa e mutua collaborazione oggi, tra Android, Nexus One e Chrome, di intesa e collaborazione sembra essercene parecchia di meno. L’inasprimento di rapporti altrimenti idilliaci sembra venir confermato dai vociferati accordi tra Cupertino e Microsoft: un’eventuale sostituzione di Google in favore di Bing nei browser della mela rappresenterebbe certamente un colpo non di poco conto per Mountain View e darebbe un po’ d’ossigeno alla concorrenza nel campo dell’online advertising.
Durante la conferenza trimestrale sui ricavi fiscali, Eric Schmidt ha affermato che Apple e Google mantengono una leale partnership in certe aree, laddove sono in competizione in altre; contrariamente a quanto si possa ritenere, Apple ha ancora “un posto speciale nel suo cuore”, nonostante non sieda più nel suo consiglio d’amministrazione. Inoltre, ha aggiunto che è una società “molto ben gestita”.
Nessuno mette in dubbio i buoni sentimenti di Schmidt, ma tra smartphone, servizi online (Gmail e Mobile me), Sistemi Operativi, suite per l’ufficio, browser, monopolio pubblicitario e Youtube (sì, Youtube è un concorrente di iTunes Store nel settore del movie rental), probabilmente qualche problema con Mountain View Apple ce l’ha.

Tempo addietro Ken Segall, creatore del brand “iMac” presso l’agenzia di Apple TBWAChiatDay nonché ideatore della campagna “Think Different”, aveva affermato che il nome concepito da Steve Jobs per l’iMac originariamente fosse un altro, e che tra l’altro fosse orrendo a sentirsi. Al tempo, l’uomo non volle sbottonarsi, ma si vocifera che l’indicibile brand voluto dell’iCEO fosse “MacMan”.
La leggenda vuole che il nome fosse usato al tempo da Midiman per uno dei suoi prodotti, un’interfaccia seriale-MIDI chiamata, per l’appunto, MacMan. Secondo le fonti raccolte da Gizmodo, Apple avrebbe tentato di acquistare il brand ma l’offerta fatta non sarebbe stata giudicata adeguata dal management Midiman.
Chissà se, con una cacofonia per nome, MacMan avrebbe goduto del successo che invece l’iMac ha avuto. Una cose però è certa: ora, invece di tanti azzeccati iCosi, probabilmente avremmo rischiato di vedere PodMan, PhoneMan e altre corbellerie simili. Pericolo scampato.