
Universal Music Group è impelagata in una complessa class action coi suoi musicisti a causa della ripartizione dei guadagni nel mercato digitale, considerata non equa. Data la peculiarità delle accuse, Steve Jobs e Eddy Cue sono stati ascoltati e registrati come persone informate sui fatti, ma poiché si tratterebbe di dettagli riservati, i legali di Cupertino hanno formalmente richiesto che le loro deposizioni venissero ascoltate esclusivamente dalla Corte. Gli altri, per capirci, sono stati gentilmente accompagnati alla porta.
Dopo una fuga di notizie che non è piaciuta alle etichette, neppure i dipendenti delle società coinvolte hanno potuto assistere alle deposizioni dei dirigenti Apple. Il giudice avrebbe infatti ordinati di sgombrare l’aula, eccezion fatta per la giuria e il personale essenziale:
I musicisti coinvolti nella class action vogliono fare luce sui fatti, ma Apple controbatte che le deposizioni di Jobs e Cue, così come tutti gli altri documenti relativi alle relazioni lavorative di Apple con UMG e le altre etichette, siano da considerarsi “segreti proprietari e altamente confidenziali.” In supporto a tale tesi, Apple sottolinea il fatto che, durante la registrazione delle deposizioni, molti individui -compresi gli impiegati UMG- sono stati fatti accomodare fuori dall’aula. Quando la deposizione di Jobs è stata riprodotta davanti alla giuria, il giudice ha anche chiuso l’aula, ordinando alle molte persone presenti di andarsene e proteggendo le trascrizioni con un sigillo.
Il problema, spiega Apple, è che la divulgazione delle informazioni rivelate dall’ex iCEO potrebbe danneggiare gravemente il business dell’iTunes Store, e d’altra parte ci deve pur essere una ragione se di quelle negoziazioni non conosciamo alcuna sfumatura ancora oggi. Un simile scivolone, infatti, consentirebbe ai competitor di conoscere esattamente le basi su cui poggia il primato di Apple sugli altri, e ciò potrebbe sconvolgere gli equilibri del mercato come noi li conosciamo.

Apple ha appena ottenuto l’autorizzazione del comune di Cupertino per costruire un nuovo ristorante sul suo campus di Infinite Loop. Il ristorante accoglierà unicamente gli impiegati di Apple, sarà su due pieni e totalizzerà ben 6500 m2: sono infatti previste zone per incontri informali e diversi bar.
Nel campus di Infinite Loop vi sono altre aree di ristoro, però questo nuovo ristorante sembra che godrà di un trattamento speciale: il suo accesso sarà controllato e limitato unicamente ai dipendenti di Apple, al contrario di quanto accade per gli altri ristoranti del campus, dove visitatori e turisti hanno libero accesso. Il nuovo ristorante di Apple è pensato per permettere ai dipendenti di parlare di lavoro a tavola con la massima tranquillità, lontano da orecchie indiscrete, come ha chiarito alla stampa Dan Whisenhunt, responsabile degli edifici di Apple a Cupertino:
Vogliamo dare un livello di sicurezza tale che gli impiegati di Apple si sentano a loro agio parlando del loro lavoro, della loro ricerca o dei vari progetti che portano avanti senza timore che la competenza ascolti le loro parole. La sicurezza è un vero problema a Cupertino perché molte altre aziende lavorano sugli stessi temi, a pochi metri di distanza. (Dan Whisenhunt - traduzione libera)
Tutta questa discrezione suona un po’ a rivoluzione ad Infinite Loop. Durante l’era Steve Jobs, lo scambio di informazioni sui progetti in corso era severamente vietato e i dipendenti Apple non dovevano assolutamente parlare del proprio lavoro con i colleghi impegnati su temi diversi. Se prima, unicamente i dipendenti di alto livello erano al corrente di dettagli sui vari progetti in corso, al fine di coordinare le varie squadre, adesso sembra che sia accettato che si parli di lavoro fra colleghi, a patto che questo avvenga lontano da orecchie indiscrete.
[Via MacBidouille | Foto Roger Schultz]

Se vi stavate chiedendo chi impersonerà Steve Wozniak nel film indipendente su Steve Jobs, eccovi accontentati. Al fianco di Ashton Kutcher -già calato nella parte dell’iCEO- ci dovrebbe essere Josh Gad, la star del musical “Book of Mormon” attualmente in programma a Broadway.
Il film, intitolato molto semplicemente “Jobs”, è in realtà una pellicola dal budget estremamente modesto: appena 5 milioni di dollari. Coprirà soltanto una sezione della vita dello storico CEO, dagli anni studenteschi fino al ritorno ad Apple nel 1997, e per questa ragione è stato già oggetto di critiche; in fondo, tratta grossomodo il medesimo periodo sorvolato anche ne “I pirati di Silicon Valley.”
Stando a quanto si legge su Variety, comunque, sembra proprio che abbiano trovato il loro Woz:
Scritto da Matt Whiteley, il film racconta le vicissitudini di Steve Jobs dai tempi in cui era un hippie ribelle fino a quando ha co-fondato Apple, dove in seguito è diventato uno degli imprenditori creativi più riveriti dei nostri tempi. Gad sta stringendo l’accordo per recitare la parte di Wozniak, che a sua volta ha creato il computer Apple I e ha co-creato il computer Apple II a metà degli anni ‘70.
Le riprese dovrebbero avere inizio il prossimo mese, ma non sono stati resi noti ulteriori dettagli.
Photo | ABC Modern Family

I risultati fiscali da record, come quelli di ieri, potrebbero avere vita breve. Secondo il CEO di Forrester Research -George Colony-, senza Steve Jobs al timone, Apple è condannata ad un rapido declino verso la mediocrità. Il segreto del successo della mela, in altre parole, si imperniava completamente sull’iCEO, sulla sua immagine minuziosamente costruita e sulla sua maniacale ossessione per la semplicità. E ora, molto banalmente, Jobs non c’è più.
La verità è che lo storico iCEO aveva un fiuto invidiabile quando si trattava di intuire le esigenze della gente e di anticiparle, spesso prima ancora che gli utenti stessi ne fossero consci. Tim Cook, dal canto suo, si è dimostrato un “dirigente competente e dall’esperienza comprovata” ma avrebbe il terribile difetto di non essere Jobs:
L’accelerazione di Apple andrà avanti per 24-28 mesi. Ma senza l’arrivo di un nuovo leader carismatico, passerà dal ruolo di grandiosa società a quello di una buona società, con un calo simile anche nell’innovazione di prodotto e nella crescita del fatturato. Come Sony (dopo Morita), Polaroid (dopo Land), Apple nell’anno 1985 (dopo Jobs) e Disney (nei 20 anni dopo Walt Disney), Apple andrà a folle per un po’, poi rallenterà.
Ma allora, se Cook è inadeguato, chi poteva essere il rimpiazzo ideale? Colony suggerisce qualche nome noto:
Sebbene non li conosca personalmente, avrei forse candidato Jon Ive e Scott Forstall al ruolo di CEO. Fino ad ora sembrano gli unici a possedere il carisma ed il franco senso del design necessari per guidare legittimamente la società.
Una società diversa dalle altre, che Colony definisce “organizzazione carismatica,” incapace di sopravvivere con tanta floridezza senza il suo fondatore, capo e guru. Insomma, il problema è sempre il solito: cosa accadrà dopo? Quale grande prodotto o tendenza lanceranno quelli di Cupertino? Nel futuro immediato ci sono almeno altri 4 o 5 anni di rendita derivanti dalle intuizioni alla base di iPad e iPhone; e c’è anche iTV, la smart HDTV con la mela sopra e basata su iOS. Ma dopo? Dopo, sarà riscatto o declino, c’è poco da fare.

Alzi la mano chi non ha mai visto il celebre film Willy Wonka e la fabbrica di cioccolato, un classico che più o meno tutti gli anni le emittenti televisive trasmettono nel periodo natalizio. Il film narra la storia di un eccentrico proprietario di una fabbrica di ineguagliabili dolciumi, che indice un concorso per trovare il proprio successore alla guida dell’azienda.
Tra le varie rivelazioni presenti nel libro Insanely Simple si legge anche che Steve Jobs avrebbe voluto festeggiare in un modo molto particolare la vendita del milionesimo iMac, inserire nella confezione un biglietto dorato e pubblicizzare il concorso che avrebbe permesso al vincitore di ottenere gratuitamente l’iMac e visitare il campus di Cupertino.
Steve aveva già incaricato i creativi Apple di disegnare il biglietto dorato, ma sopratutto aveva pensato di vestirsi proprio come Willy Wonka con tanto di tuba in testa per accompagnare il vincitore nel tour guidato. Purtroppo però le leggi della California lo fecero desistere, perché la partecipazione ad un concorso del genere non richiede necessariamente l’acquisto del prodotto.
Ed a pensarci bene forse è stato meglio così, perché poi in fondo il vero Wonka è stato proprio Jobs e non il contrario. Impossibile infatti non riconoscere Steve Jobs nel cinico e burbero, ma nello stesso tempo dolce e visionario Willy Wonka. Chissà magari Jobs tra i suoi tanti collaboratori ha visto in Tim Cook quello che Wonka vide in Charly, una persona sincera.
[via macrumors]

Ken Segall è un pubblicista di successo che ha condiviso molto della parabola ascendente di Steve Jobs e Apple. Nel suo libro “Insanely Simple: The Obsession That Drives Apple’s”, egli racconta della sua esperienza come direttore creativo presso TBWAChiatDay, la ditta che sta dietro numerose famose campagne pubblicitarie di Apple. A stretto contatto con Steve Jobs, Segall narra, fra opinioni personali sul mondo degli affari e aneddoti, la visione che aveva Jobs della tecnologia e della “cultura della semplicità” che ha permesso ad Apple di essere fra le aziende che dominano il mondo dell’ hi-tech.
Per 12 anni Seagall ha seguito Steve Jobs, dalla NeXT alla Apple. Questo gli permette di rivisitare attraverso dieci differenti storie gli alti e bassi delle scelte strategiche dell’ex CEO. Molti degli aneddoti narrati vedono come attori Steve Jobs e i quadri direttivi di Apple, gli ingegneri e gli altri professionisti della pubblicità che lavoravano sul lancio dei prodotti Apple e sulla visione della tecnologia del futuro. Segall racconta questa cultura della semplicità di Jobs nei seguenti termini:
Per Steve Jobs, la Semplicità era una religione. Ha costruito un’azienda basata su questi principii, la complessità degli affari condotti in maniera tradizionale semplicemente non era tollerata. La Semplicità era anche la sua arma più potente, un mezzo per umiliare leader di aziende considerati fino ad allora invincibili.
Il libro “Insanely Simple” si può ordinare da Amazon, mentre può essere acquistato in forma digitale anche presso l’iBookstore di Apple.
[Via MacRumors]

Durante l’annuncio dedicato agli ultimi risultati fiscali, Tim Cook si è soffermato sulla questione delle controversie legali in materia di brevetti. Come quella con Samsung, avviata alla risoluzione extra-giudiziale, o peggio ancora quella con Motorola, che invece ha portato al blocco dei servizi Push in Germania. Non sorprende quindi che affermi di aver sempre odiato il confronto in Tribunale.
Interrogato sulla faccenda, Tim Cook ha risposto con sincerità:
Ho sempre odiato le controversie e continuo a odiarle. Vorremmo solo che la gente inventasse da sé la propria roba.
Un cambio di rotta piuttosto evidente rispetto alla combattività cui eravamo abituati nell’era Jobs. Risale solo al 2010 la famosa -e rancorosa- dichiarazione di guerra scagliata contro Google:
Fosse anche l’ultima cosa che faccio, spenderò ogni penny dei 40 miliardi di dollari di Apple depositati in banca per raddrizzare questo torto. Distruggerò Android, perché è un prodotto rubato.
Di tutt’altro avviso il neo-CEO, che invece preferirebbe di gran lunga “mediare piuttosto che dar battaglia.” Ovviamente, a Cupertino non si aspettano certo di assurgere al ruolo di unici inventori per il mondo, ma solo di dissuadere i competitor dall’invadere i medesimi segmenti di mercato con innovazioni -per dir così- ispirate alle tecnologie con la mela.
Cook, insomma, non intende perdere più tempo del dovuto in battaglie deleterie; gli sforzi sono concentrati tutti per restare sulla cresta dell’onda high-tech. Il resto, sembra suggerire, è solo rumore e contrattempo.

Brent Schlender, storico giornalista tech e prestigiosa firma del WSJ, di Fortune e di Forbes ha scovato nei cassetti della propria scrivania delle vecchie registrazione su nastro di un’intervista fatta a Steve Jobs negli anni più bui e meno documentati della sua carriera, ovvero il periodo dell’esilio da Apple avvenuto tra il 1985 e il 1996. Si parla della vita, della rabbia verso Cupertino e dell’amore per Pixar.
Nell’articolo su Fast Company Magazine, Schlender racconta degli “anni selvaggi” di Jobs,” i più importanti di tutta la sua esistenza e probabilmente i più felici:
Si è sposato e ha messo su famiglia. Ha appreso il valore della pazienza e la capacità di simularla quando la perdeva. Ma più importante di tutto, il lavoro portato avanti nelle due società che dirigeva al tempo -NeXT e Pixar- avrebbe poi spinto Apple ad altezze inimmaginabili al suo ritorno.
Il che equivale a dire che non sono tanto i successi a modellarci, quanto piuttosto i fallimenti e gli insegnamenti che ne traiamo. Ma ci sono altre massime che gettano un po’ di luce sulla complessa personalità dello storico iCEO.
Sul modello dell’Open Corporation (ovvero quello delle società private, le cui azioni sono in mano ai privati), diceva:
Mettiamola così. Se guardate al vostro corpo, le vostre cellule sono specializzate, ma ognuna di esse possiede al suo interno un progetto più grande, quello dell’intero corpo. Noi crediamo che la nostra società sarà la migliore possibile se ognuna delle persone che ci lavora comprende quel progetto più grande, e lo usa come metro di giudizio per prendere le decisioni.
Sulla Pixar:
“Questi ragazzi erano molto più avanti di noi sulla grafica, molto più avanti,” ricordava Jobs. “Erano avanti a chiunque. Me lo sentivo nelle ossa che questa sarebbe stata una cosa molto importante.”
Continua a leggere: I nastri perduti delle interviste a Steve Jobs

È ufficiale. In Brasile -e precisamente nella municipalità di Jundiaí- verrà presto inaugurata la prima strada al mondo intitolata all’iCEO recentemente scomparso. Si chiamerà “Avenida Steve Jobs” ovvero “Corso Steve Jobs” in italiano.
Secondo quando riporta il sito brasiliano MacMagazine, la volontà di dedicare una via a Jobs era stata espressa subito dopo la sua scomparsa; solo in queste ore, il consiglio cittadino ha formalizzato la cosa in un documento ufficiale.
Ad ogni buon conto, la notizia non arriva a caso. Risale infatti a poche settimane fa l’indiscrezione secondo cui la Foxconn starebbe per aprire cinque nuovi stabilimenti in Brasile e uno dei siti scelti, in virtù della sua vicinanza a São Paulo, è proprio Jundiaí. Sull’avvio dell’attività vera e propria e sulle tempistiche restano tuttavia parecchi interrogativi; lo stesso ministro brasiliano per le scienze e la tecnologia ha recentemente lasciato intendere che potrebbe volerci più tempo del previsto. È evidente che le aspettative sono tante.

Il recente sondaggio condotto da Glassdoor.com per identificare i 25 CEO più apprezzati al mondo tra i propri dipendenti dimostra che Tim Cook piace al 97% della forza lavoro di Cupertino. Una percentuale più alta perfino dell’indimenticabile Steve Jobs.
È da tempo che l’informazione e i siti specializzati -noi compresi- si interrogano sul futuro di Apple ora che l’iCEO non c’è più; a maggior ragione se ripensiamo all’aria di cambiamento che si respira a Infinite Loop. Programmi di raccolta fondi, buoni sconti istituzionalizzati per i dipendenti, resoconti dettagliati e perfino dividendi staccati dopo ben 17 anni: la distanza tra Cook e Jobs non è mai stata tanto palpabile e profonda.
Ed è interessante notare come la differenza venga percepita anche tra gli impiegati della mela:
Mentre molti si chiedevano come sarebbe stato ricevuto dagli impiegati e come avrebbe diretto il gigante tecnologico, sembra che Cook si sia inserito già piuttosto bene.
Se infatti nell’esatto momento del congedo da Apple lo scorso agosto Jobs godeva del favore del 97% dei propri dipendenti, fino ad allora non si era mai sollevato oltre il 95%, contro il 97% conquistato in brevissimo tempo da Cook. Un primato piuttosto trasversale e che lo rende il CEO più apprezzato nel mondo dopo Paul Jacobs di Qualcomm col 95%, Larry Page di Google col 94%, Paul Otellini di Intel col 90%, Pierre Nanteme di Accenture col 91% e Paul Mantz di VMware col 90%.
Photo | AdWeek

A qualcuno forse non andrà a genio la scelta, ma come testimoniato dalla foto qui sopra la somiglianza tra l’attore Ashton Kutcher e Steve Jobs da giovane è sicuramente alta. Ma facciamo un passo indietro e vediamo di cosa stiamo parlando: secondo alcune voci trapelate in rete, proprio Kutcher potrebbe interpretare il fondatore di Apple in un film biografico di prossima uscita. La produzione sarebbe di tipo indipendente, e quindi non legata al progetto attualmente in fase di realizzazione da parte di Sony.
Il dettaglio sulla pellicola indie intitolata “Jobs” arriva da Variety, e (visto che siamo ancora in clima da pesci d’aprile) sembrerebbe essere confermato come autentico: al di là della sopra citata somiglianza, in realtà come ci fa notare il buon VentureBeat la scelta sembrerebbe non proprio felicissima, visto che lo stesso Kutcher non è di certo famoso per le sue interpretazioni drammatiche, o comunque dai toni seri.
Immaginiamo ci sia già chi rimpiange il buon Noah Wyle visto ne I Pirati della Silicon Valley: ricordiamo che proprio lo stesso Wyle potrebbe in realtà tornare a interpretare Jobs nella biopic che come dicevamo più sopra sta preparando Sony, dopo aver acquisito i diritti relativi alla biografia scritta da Walter Isaacson.

Il Technori Pitch di Chicago è un incontro mensile dove le startup della città americana hanno la possibilità di mostrare a cosa stanno lavorando: da tale scenario ci arriva un’interessante storia legata a Siri, più nel dettaglio al nome dell’assistente personale introdotto con iPhone 4S (dopo l’acquisizione) e al suo iniziale rifiuto da parte di Steve Jobs.
L’informazione arriva da Dag Kittlaus, uno dei fondatori di Siri, società che come dicevamo Apple ha comprato nel 2010 per 200 milioni di dollari, facendone la principale novità di iPhone 4S. Prima di tutto l’origine del nome, secondo Kittlaus (ora non più in Apple) proveniente dal norvegese, o meglio da un nome femminile:
“Siri in norvegese significa ‘bellissima donna che ti porta alla vittoria’. Ho lavorato con una donna chiamata Siri in Norvegia e volevo chiamare mia figlia Siri. Il dominio era disponibile e inoltre le società clienti si concentrano sul fatto che il nome è facile da pronunciare.”
Tornando invece sull’acquisizione di Siri da parte di Apple, Kittlaus ha raccontato del suo incontro a casa Jobs durato tre ore, nel quale quello che all’epoca era il CEO di Siri si accorse del fatto che al CEO di Apple non piacesse tale nome. Fu proprio Kittlaus a spingere però per mantenerlo, riuscendoci quando Jobs si rese conto di non aver trovato nulla di meglio: una storia per i prodotti Apple che del resto si è ripetuta con Steve Jobs nel corso degli anni e dei decenni, come chi ha letto la sua biografia scritta da Walter Isaacson sicuramente saprà.
Via | Tuaw.com