iDOS, l’emulatore del sistema operativo DOS per iOS torna sull’App Store, dopo aver perduto la funzione di caricare giochi o altro software usando il sync di iTunes. Un pegno da pagare per tornare nelle grazie di Apple e rispettare la policy dello Store. iDOS era molto usato, dato che faceva rivivere i classici dei giochi di MS DOS sotto iOS, il che include iPhone, iPod touch e iPad.
Le restrizioni legate alla policy dell’App Store avevano obbligato gli sviluppatori di iDOS a ritirare la loro app; ma il recente ammorbidimento delle regole prevede anche la possibilità di eseguire del codice interpretato, a patto che l’app non esegua nessun download. Questo significa che emulatori come C64 o iOS hanno ora le porte dello Store spalancate, anche se non è più possibile scaricare direttamente nuovi programmi da eseguire. Infatti, iDOS viene installato con i seguenti giochi: Wolfenstein 3D, Duke I/II, Major Striker, SuperNova e Kingdom of Kroz II.
A che serve un emulatore senza la possibilità di caricare programmi da emulare? Diciamo che le possibilità di iDOS sarebbero quanto meno ridotte se non esistesse un trucco per poter comunque caricare vecchi programmi DOS nell’iPhone. Per di più si tratta di un piccolo hack che non richiede jailbreak.
I passi necessari per caricare programmi DOS nell’emulatore sono semplici come navigare fra le directory del vostro iPhone o iPad. Li descriviamo dopo il “salto“…

L’antitrust europeo ha deciso porre termine all’indagine che vedeva implicata Apple riguardo ai blocchi imposti da Apple in iOS e sull’App Store. La decisione della Commissione Europea è conseguenza diretta del cambio di policy sull’App Store e della collaborazione di Apple alle indagini.
Joaquín Almunia, Commissario europeo per la Concorrenza, ha dichiarato alla stampa:
La risposta positiva di Apple alle investigazioni preliminari ha mostrato che le regole della concorrenza possono venir usate dalla Commissione per influenzare con rapidità il mercato, con chiari benefici per i consumatori, il tutto senza la necessità di aprire un procedimento formale. - Joaquín Almunia (traduzione libera)
Le politiche di Apple erano sotto indagine poiché erano sospettate di violare le leggi di corretta competizione, forzando le aziende a scegliere se sviluppare per iOS o per le altre piattaforme, anziché per entrambe.
[Via Wall Street Journal | Foto fdecomite]
Con l’ammorbidirsi della policy Apple su App Store, numerose strade si aprono agli sviluppatori. REAL Software rilancia sul suo blog corporativo, facendo notare che tutte le barriere che finora impedivano lo sviluppo per iOS sono ora state rimosse.
REAL Software, che dichiara essere in trattative con Apple da parecchio tempo, pensa molto seriamente di supportare iOS in REAL Studio, l’ambiente di sviluppo integrato che permette di creare potenti applicazioni stand-alone. REAL Studio è multipiattaforma ed è basato su REALbasic, un dialetto orientato ad oggetti del BASIC. Sembra quindi che presto vedremo sui nostri iPhone delle app scritte in BASIC!
Rimangono adesso da risolvere alcune limitazioni tecniche. In particolare stanno lavorando su un backend ARM per il loro compilatore, dato che i dispositivi iOS (come molti altri dispositivi mobili) usano processori ARM. Difatti REAL Software si sta spostando verso LLVM, la stessa infrastruttura di compilazione verso la quale Apple si sta muovendo, e LLVM supporta l’architettura ARM.

Il procedimento di verifica delle applicazioni per App Store è stato “svelato” da Apple stessa che, tramite dichiarazione e pubblicazione delle linee guida, ha chiarito le idee agli sviluppatori. Tramite un breve comunicato stampa, Apple ha annunciato i cambiamenti alla licenza iOS Developer Program, ascoltando le richieste degli sviluppatori.
Le modifiche alla licenza d’uso dell’SDK riguardano principalmente i punti 3.3.1, 3.3.2 e 3.3.9 (al momento protette da NDA, fino a che qualcuno non le pubblicherà infrangendo l’accordo), e ammorbidiscono le limitazioni introdotte ad inizio anno. Le limitazioni riguardavano gli strumenti di sviluppo di terze parti che permettevano di creare applicazioni native iPhone con tecnologie Flash, Silverlight, Java, e simili.
Engadget ha prontamente pubblicato in PDF tutte le linee guida, che trovate a questo link. Tradurrò i punti più interessanti:
Abbiamo oltre 250.000 applicazioni nell’App Store. Non abbiamo bisogno di altre “Fart Apps” (applicazioni che simulano i peti). Se la tua applicazione non fa qualcosa di interessante o garantisce una qualche forma di intrattenimento, potrebbe non essere accettata.
Se la tua applicazione è stata assemblata in pochi giorni e stai cercando di fare un po’ di pratica sullo Store per impressionare i tuoi amici, preparati al rifiuto. Abbiamo molti sviluppatori seri che non vogliono che le loro applicazioni di qualità siano circondate da software amatoriali.
Se le tua applicazione viene rifiutata, ci sarà un Review Board a cui potrai fare appello. Se ricorri alla stampa e non ti affidi a noi (traduzione libera), non aiuterà. (Commento: La prima regola dell’App Store è non parlare dell’App Store!)
(Si ricollega al punto 3.3.2 della Licenza d’Uso dell’SDK) Le applicazioni che scaricano codice in ogni modo o forma saranno rifiutate.
(Sempre collegata al punto 3.3.2) Le applicazioni che installano o lanciano altri eseguibili saranno rifiutate.
Le applicazioni che duplicano altre applicazioni già presenti sull’App Store potrebbero essere rifiutate, in particolare se ce ne sono molte simili.
Le applicazioni che navigano sul Web devono usare i framework WebKit di iOS. (Commento: come può essere sull’App Store Opera, quindi?)

Due associazioni editoriali tedesche, la VDZ e la FIPP, hanno scritto a Cupertino per affrontare il tema della censura sull’App Store. La politica non sempre trasparente di selezione delle applicazioni per iPhone e iPad, non è mai piaciuta al mondo dell’editoria. La principale preoccupazione sollevata, riguarda la libertà di stampa: come è possibile che una singola compagnia possa esercitare un controllo globale su quanto viene pubblicato su mezzi digitali, in particolare sull’iPhone e l’iPad?
In una lettera indirizzata a Cupertino, gli editori tedeschi reagiscono alla rigida policy di App Store, che a volte segue regole morali sue, difficilmente condivisibili da tutti. Difatti la critica principale proviene dal mancato rispetto della società multiculturale e globalizzata nella quale viviamo. Restringere l’informazione offerta è poco differente dall’esercitare la censura, affermano nella lettera gli editori tedeschi:
“Viviamo in un mondo multiculturale. Questo significa che contenuti totalmente accettabili in un paese, possono essere ritenuti inappropriati in un altro. (…) Regole uniformi per l’intero globo limitano la libertà di stampa e la libertà di scelta per i lettori”. (traduzione libera)
Continua a leggere: Associazione di editori tedeschi discutono di censura con Apple
Una nuova accusa piove su Apple: quella di seguire una politica liberale per il suo App Store. Un candidato repubblicano, Ari David, si è visto rifiutare la sua app di campagna elettorale per iPhone e immediatamente ha gridato allo scandalo.
Lo staff di Ari David ha analizzato App Store in cerca di indizi sulla posizione politica di Apple. Ha trovato buon numero di app che gli erano sgradite, come una che propone citazioni “di un pericoloso assassino comunista”; quest’affermazione di David indica di come l’accusa si faziosità nei giudizi può facilmente essere invertita, dato che il politico si riferisce a iChe, una app dedicata a Ernesto Che Guevara. Gli esempi di app “atee e comuniste” elencate da David si sprecano. L’indignato candidato repubblicano ha quindi sentenziato che l’agenda politica di Apple sia fortemente liberale. David sentenzia così nel suo blog:
“Se siete un conservatore che ha nozioni pericolose come amare l’America, adorare un Dio giusto e indulgente oppure supportare le nostre truppe quando partono in guerra contro i nemici della gente libera, allora Apple fa a meno di voi”. Ari David - (traduzione libera)
Continua a leggere: App Store accusato da un candidato repubblicano di essere politicamente faziosa

Pare proprio che le stesse, rigidissime policy App Store che a volte impediscono a un premio Pulitzer di comparirci, altre fanno semplicemente ridere per la loro pruderie, possano mancare altri bersagli, decisamente più fastidiosi e dannosi per gli utenti potenziali.
Il caso lo ha fatto emergere il “mitico” Marco Arment, il principale responsabile del successo di una piattaforma come Tumblr (anche se io, personalmente, gli sono ancora più grato per l’invenzione di Instapaper). Marco, incuriosito dal successo di un gioco per iPhone (AngryBirds, effettivamente molto divertente e “addicting”), ha effettuato una semplice ricerca su App Store.
A fronte dei primi due risultati “ufficiali” (versione completa e “lite” del gioco), si è ritrovato con pagine e pagine di app false, che scimmiottano il nome e copiano le keyword dell’originale. Provare per credere. Si passa da improbabili app di codici cheat, perlomen riferibili al gioco cercato (di cui moltissime a pagamento), fino ad app di pure e semplice spam, che nulla hanno a che fare, neanche con l’icona, all’oggetto della ricerca. Le app “fasulle” sembrano far tutte o quasi capo a tre principali sviluppatori: InTekOne, ESCAPP e Ben Cousins.
Il fatto è che non soltanto queste applicazioni violano i diritti d’autore che spettano agli ideatori di applicazioni come AngryBirds (ma risultati simili si ottengono anche per Tap Farm, e molte altre app best seller), ma sono una truffa pronta per centinaia (migliaia) di utenti non abbastanza smaliziati. Se le policy Apple non entrano a preservare da casi come questi, che ci stanno a fare?

Un’altra novità di iPhone OS 4.0 è costituita dalla scomparsa di un aspetto abbastanza controverso del meccanismo di funzionamento di App Store: il prompt che richiede una valutazione (da esprimere in stelle) di ogni app che rimuoviamo direttamente dal dispositivo mobile.
Lo ha notato MacRumors e la cosa “risolve” una questione che per la maggior parte degli utenti di iPhone sarà anche passata inosservata, ma che per gli sviluppatori costituiva un’occasione di polemica e di dubbio riguardo alle policy che Apple adotta per il suo mercato delle applicazione mobili.
La caratteristica in questione è stata introdotta fin dalla primissime settimane di vita di App Store (iPhone OS 2.2). Gli sviluppatori non l’hanno mai avuta in particolare simpatia per un semplice motivo: crea un’occasione di voto negativo in più per gli utenti, abbassando “ingiustamente” la media. I voti, da iPhone OS 4.0 in poi, saranno espressi solo volontariamente e estemporaneamente dagli utenti delle app, al di là del momento del “ciclo vitale” dell’applicazione in cui la valutazione verrà espressa.

E’ un vero e proprio piccolo giallo la scomparsa dell’applicazione ufficiale per Bing, sviluppata da Microsoft su piattaforma iPhone, dagli App Store Internazionali: da lunedì risulta disponibile solo nella versione americana dello Store.
Microsoft ha dichiarato, a riguardo, che inizialmente non era sua intenzione pubblicare in tutto il mondo l’app che sfrutta le potenzialità del suo motore di ricerca. Si sarebbe resa conto dell’errore poche ore dopo la pubblicazione, avvenuta quasi tre mesi fa. Perché, però, aspettare tutto questo tempo? Saranno questioni di policy di App Store? Dubbi amletici.
Ma il dubbio principale resta sul perché di non far “godere” anche gli utenti non americani dell’app. Se proprio questo deve essere considerato un errore imperdonabile - distribuire per qualche mese in tutto il mondo una versione di Bing dedicata al web americano - perché non cercare di risolvere la questione con un aggiornamento, con una nuova versione, piuttosto che eliminarla direttamente dal mercato?

Un post di Weldon Dodd comparso su The Apple Blog analizza il posizionamento su Google delle applicazioni per iPhone all’indomani dell’introduzione delle loro anteprime web su iTunes.
Il post è un vero e proprio studio, basato sulle 100 applicazioni a pagamento più vendute al momento della ricerca, prendendo in esame il posizionamento delle stesse dopo una ricerca su Google con il nome dell’app come unica chiave. In quasi tutti i risultati l’anteprima iTunes era fra i primi 10 risultati, con una media del quarto risultato. Il risultato è considerato ottimo da Weldon, dal momento che per molte applicazioni è solo il primo mese di presenza nei crawler di Google.
Ma quel che è più interessante ancora è che il 68% di queste applicazioni è risultato più in alto con la propria anteprima su iTunes che con la propria homepage ufficiale. Il discorso non vale solo per le applicazioni dai nomi meno usuali, per cui ci si aspetterebbe un trattamento del genere da parte di Google, ma anche per diverse applicazioni che sono le versioni per la piattaforma iPhone di giochi anche molto famosi, come Scrabble o Monopoly. iTunes, in molti casi, agisce come un eccezionale SEO per gli sviluppatori. Soprattutto grazie agli URL che vengono prodotti da Apple per le pagine di anteprima (anche multilingua, come potete vedere nello screenshot sopra).

Già da un po’, App Store sta seguendo una politica di riduzione del proprio listino. Meno applicazioni, ma di maggiore qualità, sembra essere lo slogan di questa campagna.
La nuova politica di App Store ha ritirato dalla vendita le applicazioni a carattere sessuale, nel febbraio di quest’anno. Ora le prossime vittime sembrano essere le applicazioni “cookie cutter” per iPhone: quei prodotti che non offrono molto più di un’applicazione web, usando semplici template per riproporre contenuti già presenti in Internet.
Eric Litman, direttore generale di Medialets, ha dichiarato che Apple mira ad aumentare la qualità della propria offerta. “La differenza tra un iPhone e un’altra piattaforma smartphone si ottiene solo se l’esperienza dell’utente va oltre il semplice surfare sul Web. Sono le applicazioni di qualità che spingono ad usare e a comprare l’iPhone”, afferma Litman.
Continua a leggere: La nuova politica di App Store: meno prodotti, maggiore qualità

Sempre più applicazioni per iPhone vengono escluse - spesso senza preavviso - dall’App Store. Le policy strettissime di Apple sono ormai un dato di fatto, ma qualche volta le motivazioni dietro a un’esclusione non riguardano i problemi più gettonati. Che, per inciso, sono i riferimenti al sesso o al marchio Apple stesso.
A farne le spese è un’app allontanata dallo Store per motivi non del tutto usuali, e più complicati del solito. Si tratta di Sekai Camera, ormai “storica” applicazione di realtà aumentata, nominata in più competizioni come migliore applicazione per iPhone. Il suo scopo è, come dice il suo motto, “taggare l’aria”: stabilire una connessione fra la posizione GPS dell’utente e quella di oggetti, altri utenti, luoghi nelle sue vicinanze, fornendo informazioni e favorendo relazioni.
Come annuncia il sito ufficiale degli sviluppatori, Sekai Camera non è più disponibile nell’App Store, anche se funziona ancora sui melafonini degli utenti che l’avessero già installata. Il problema che Apple ha riscontrato pare essere il seguente.
Sekai Camera farebbe un uso “problematico dell’accesso al WiFi”, avvalendosi, come molte altre applicazioni (non tutte già escluse dall’App Store) di una tecnologia denominata “PlaceEngine“, che rileva la geolocation di un iPhone mediante informazioni derivanti dalla connessione WiFi, invece che dal ricevitore GPS, nei casi in cui il segnale GPS non fosse abbastanza forte. Nell’attesa di un’aggiornamento da parte di Sekai Camera, staremo anche a se ci saranno delle app che fanno uso di PlaceEngine “graziate” da Apple, o se sarà un’ecatombe.