
Sembrava una di quelle epurazioni coatte dal retroscena poco chiaro, e invece questa volta c’è una valida ragione se Apple, di punto in bianco, ha deciso di rimuovere Airfoil Speakers Touch 3.0 dall’App Store. AirPlay, se non si fosse capito, è territorio di Cupertino.
Tutto è cominciato quando Apple -dopo tre anni di presenza sullo store mobile con la mela- ha improvvisamente ritirato un importante aggiornamento della nota applicazione di streaming audio Airfoil Speakers Touch:
Per quanto ne sappiamo, Airfoil Speakers Touch rispetta pienamente le regole imposte da Apple e gli accordi cogli sviluppatori. Abbiamo già inviato un appello alla App Review Board di Apple, e stiamo aspettando ulteriori informazioni. Sfortunatamente, Apple ha il pieno controllo della distribuzione delle app su iOS, il che non ci lascia spazio di manovra.
Al che è iniziata la solita corsa alla teoria cospirazionista, come se Apple vedesse altro oltre la tutela delle proprie tecnologie chiave. E infatti, è John Gruber su Daring Fireball a intuire per primo dov’è l’inghippo. Tra le nuove feature introdotte con l’app ce n’è una fin troppo innovativa:
L’altra feature principale di Airfoil Speakers è l’opzione di Ricezione Audio Avanzata. Con un economico acquisto In-App, il tuo dispositivo iOS diventa un ricevitore AirPlay con tutti i fronzoli! Ciò significa che puoi inviare in streaming l’audio da un dispositivo iOS all’altro, o addirittura da iTunes direttamente su iOS. Perché spendere qualche centone su costoso hardware AirPlay di terze parti quando puoi usare il dispositivo iOS di cui disponi già?
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Incredibile ma vero. Non è sempre detto che le approvazioni nel mondo Apple nascondano misteri, tranelli, scarsa trasparenza ed epurazioni coatte: talvolta c’è anche il lieto fine. Tant’è che agli sviluppatori dietro al gioco per iPhone “Zombies, Run!” Apple ha consentito di bypassare le regole dell’App Store distribuendo addirittura 3.000 copie gratuite del titolo, contro le 50 solitamente ammesse. È bastato chiedere con cortesia.
Gli sviluppatori hanno inizialmente lanciato la sfida sul sito di finanziamento collaborativo Kickstarter nella speranza di raggranellare 12.500$ per portare avanti il proprio progetto; l’effervescente risposta del pubblico, allettata da un finanziamento di appena 10$ e la promessa d’una copia gratuita a sviluppo ultimato, gli ha permesso in realtà di portarsi a casa ben 72.000$.
Lo scoglio da superare, tuttavia, consisteva nella policy di Apple, che impedisce di vendere software al di fuori dell’App Store. E così, Six to Start ha creato due app: una principale da 5,99€ e l’altra gratuita, le cui funzionalità vengono sbloccate con una password fornita ai finanziatori. Il trucco è consistito in una comunicazione trasparente e continua con la mela:
La parte più importante era dire ad Apple cosa avevamo intenzione di fare, prima di farlo. Eravamo abbastanza certi che il piano avrebbe funzionato e che non avrebbe infranto le loro regole, ma non c’era modo di esserne certi senza un qualche tipo di conferma. Per fortuna, ci hanno contattati loro per prima poiché pensavano che il gioco sembrasse interessante, così abbiamo preso la palla al balzo e gli abbiamo spiegato il nostro problema e la soluzione proposta. Sono stati di grande aiuto, e infatti ci hanno perfino offerto delle soluzioni potenziali; per esempio ci hanno consigliato che l’app gratuita ZR Advance possedesse almeno un po’ di contenuti per i più curiosi.
Morale della favola, non soltanto Apple ha permesso loro di regalare l’app ai 3.000 finanziatori, ma così facendo ha di fatto rinunciato al 30% di entrate che le sarebbe legittimamente spettato. Ovviamente, non è affatto detto che un approccio simile possa necessariamente produrre il medesimo effetto. “Per favore non prendete la cosa come una policy ufficiale Apple” ammoniscono quelli di Six to Start, “anche se la strategia funzionava all’inizio dell’anno, non c’è modo di prevedere se farà altrettanto l’anno prossimo.”

C’è un alone di mistero che aleggia sulla questione delle bocciature di quelle app che leggono l’UDID dell’utente senza prima avvisarlo. Qualcuno conferma le epurazioni, qualcun altro le nega; nel dubbio, gli sviluppatori si stanno attrezzando come possono per prevenire i problemi derivanti dalla lacunosa comunicazione di Apple.
Tutto era iniziato con quella clamorosa falla in iOS che consentiva a chiunque di accedere a molti -troppi- dati sensibili senza pressoché alcuna autorizzazione da parte dell’utenza. Uno scandalo che ha portato a interrogazioni della FTC e ad una revisione di ampio respiro delle politica sulla privacy nel mondo mobile, auspicate tra gli altri anche da Microsoft e Google. Da allora, è nata una gran confusione con segnalazioni di app bloccate dalla censura di Cupertino e dichiarazioni di addetti ai lavori come Chartboost che parlano di bocciature “completamente inventate.”
In realtà, ha tagliato la testa al toro TapBots pubblicando per intero la mail ricevuta dal team Apple, la stessa che vedete qui sopra. Quindi cos’è che sta succedendo esattamente e come si arrivati a questo caos?
La verità è che l’accesso all’UDID non costituisce di per sé alcuna infrazione, ma per superare il vaglio dei revisori Apple è necessario che l’app chieda prima l’autorizzazione all’utente. Peccato che questa indicazione sia stata evinta empiricamente dopo tanto dibattito:
Continua a leggere: Il mistero delle bocciature su App Store per l'UDID

Dopo ben due sonore bocciature da parte di Apple, quelli del team di IZE sono finalmente riusciti ad ottenere l’approvazione di Find My Facebook Friends su sull’App Store. Come suggerisce il nome stesso, l’applicazione permette di tenere visivamente traccia degli spostamenti dei contatti Facebook.
Somiglia molto a Trova i miei amici, solo che uno funziona con le credenziali di Facebook e l’altro con l’ID Apple, ma per il resto svolgono grossomodo il medesimo compito; ed ecco perché a Cupertino hanno ritenuto di doverla bloccare. La prima bocciatura è stata causata dal nome (”Find My Friends For Facebook”) e dall’icona (due silhouettes che si tengono per mano su sfondo blu) ritenuti troppo simili alla controparte con la mela. Nel secondo caso, è bastata la sola icona a far scattare la censura.
E così, dopo una modifica anche a quest’ultimo dettaglio, il travagliato titolo di IZE ha visto le luci della ribalta. Le sue caratteristiche, tradotte per comodità, piaceranno agli amanti del social:
Tuttavia, a differenza dell’equivalente di Cupertino, Find My Facebook Friends incide maggiormente sull’autonomia dei dispositivi poiché tiene sempre attivo il GPS; Trova i miei amici, invece, attiva i sensori solo dietro esplicita richiesta. A parte questo però è di sicuro un interessante tassello da aggiungere al mosaico della propria vita digitale, almeno per una certa fetta di utenza. Trovate l’app a questa pagina di App Store, al costo di 0,79 €.

Il cambiamento era stato già annunciato lo scorso agosto, ma ora che la preoccupazione per la tutela della privacy su iOS è al suo massimo storico, Apple ha deciso di iniziare a prendere provvedimenti più pratici. Già da qualche giorno sta bocciando infatti tutte le app che accedono all’identificativo unico del dispositivo, il cosiddetto UDID; e già si sollevano le prime lamentele.
La scoperta che alcune app accedevano allegramente ai dati sensibili dell’utente senza avvertirlo ha causato una slavina di effetti indesiderati, a cominciare dalla lettera di intenti firmata da Apple e altre quattro grandi società high-tech, fino all’altra lettera, quella del senatore democratico inviata direttamente alla FTC.
Per questa ragione Apple ha deciso di mostrare il polso con una nuova stretta sulle approvazioni:
Questo è quanto ho sentito. Da questa settimana due dei 10 team di approvazione hanno iniziato a fare piazza pulita delle app che accedono all’UDID. La prossima settimana, i team saliranno a quattro, fin quando non inizieranno tutti a bloccare le app che ancora usano UDID.
Gli UDID vengono spesso utilizzati dai network pubblicitari per raggiungere in modo specifico certe tipologia d’utenza ed ecco perché, in questo clima di crescente allarme sulla questione della privacy personale, Apple ha preso una decisione tanto netta. Nonostante il largo anticipo fornito per adeguarsi alla novità, tuttavia, diversi sviluppatori starebbero “scapicollandosi” per evitare bocciature indesiderate. E dire che di tempo ce n’è stato più che a sufficienza.

Seth Godin, impresario e autore statunitense, ha tentato di pubblicare su iBookstore uno dei suoi libri, ma il tomo è stato bocciato senza mezzi termini da Cupertino. Non perché contenesse ingiurie gratuite o contumelie, ma solo perché elencava qualche collegamento alla libreria di Amazon nella bibliografia.
L’articolo di PaidContent ci va giù pesante:
Ci muoviamo verso un mondo in cui esiste solo una manciata di bookstore influenti (Amazon, Apple, Nook…), e uno per volta i principi dell’accesso libero stanno scomparendo. Apple, a quanto pare, non accetterà libri con collegamenti che consentano di acquistare un libro da Amazon. Cosa assurda Sarà un errore, giusto?
Per prima cosa perché il Web, come la tua mente, funziona meglio quando è aperta. Seconda cosa, perché se le librerie virtuali iniziano a censurare i libri che adottano (ragioni di business, gusto personale etc.) allora si spalanca la porta all’eventualità che gruppi d’interesse possano bloccare i libri con cui non concordano. Dov’è la linea di demarcazione?
In realtà, al di là del facile sensazionalismo, Apple è un editore, e da che è mondo, l’editore decide cosa passa e cosa invece no. Oltretutto, non è neppure entrata nel merito delle argomentazioni: si è limitata a chiedere che non ci fossero collegamenti diretti ai negozi della concorrenza. Tutto sommato, una richiesta tra le più ragionevoli mai avanzate da Cupertino, soprattutto dopo che abbiamo assistito ad attese eterne, epurazioni da invidia applicationis ed epici accapigliamenti via mail.
In molti tuttavia sembrano concordare sulla marginalità del problema:
Continua a leggere: Epurazioni su iBookstore per i link ad Amazon

Sarà pur vero che l’imitazione è la forma più sincera di adulazione, ma a Apple non piace, c’è poco da fare. Tant’è che un’applicazione per iOS chiamata Evi e sviluppata da True Knowledge sta per essere defenestrata dall’App Store, con l’accusa di somigliare troppo al modesto assistente virtuale di Cupertino. O forse, come suggerisce maliziosamente qualcuno, di essere altrettanto efficace.
Per ragioni d’architettura dell’OS, Evi -qui il link all’iTunes Store- non può eseguire tutte le operazioni più cool di Siri, come la creazione di promemoria ed eventi, o l’invio di Mail e iMessage; può però rispondere egregiamente a domande tipo “come si prepara una torta di mele?” oppure anche “chi è più vecchio tra Barack Obama e Michelle?”. E fin qui niente di strano, tanto più che fino ad oggi l’app è stata approvata svariate volte in tutte le sue versioni, prima e dopo il debutto di Siri.
Poi, però, True Knowledge ha ricevuto un’infausta telefonata da Richard Chipman, il responsabile delle controversie con gli sviluppatori per Apple; “stiamo per rimuovere Evi dell’App Store” poiché in violazione della sezione 8.3 dei Termini e delle Condizioni dello store, quello sulle “App che creano confusione poiché troppo simili ad un prodotto Apple o ad un tema pubblicitario.” Il che, se non altro, si tradurrà in una gran seccatura per i 200.000 utenti che hanno acquistato Evi tempo addietro.
Il problema però starebbe altrove. In una intervista, il CEO di True Knowledge Tunstall-Pedoe ha lanciato un’accusa piuttosto circostanziata:
Non credo che ci voglia molta immaginazione per comprendere che nelle app che “creano confusione poiché troppo simili ai prodotti Apple” ricadano anche quelle che “competono direttamente coi prodotti Apple.” E di certo tutte le recensioni della stampa e degli utenti -cose come “ora non avrete più bisogno d’un 4S perché potete scaricare Evi” o “meglio di Siri” etc.- hanno contribuito al cambio di rotta in Apple e alla volontà di impedirne la diffusione.
Continua a leggere: Evi, l'alternativa a Siri che sta per scomparire da App Store
Alla fine c’è riuscito. Dopo parecchi sforzi -e ipotizziamo tanto debug- Dominic Szablewski è riuscito a ottenere la pubblicazione su App Store di due titoli gratuiti scritti interamente in JavaScript. Il trucco consiste nel non passare per il browser.
Conoscevamo già il talento di Szablewski per via di Impact, un motore di gioco scritto in JavaScript/HTML5, e ora ne risentiamo parlare nelle vesti di autentico apripista. I due giochi rilasciati si chiamano rispettivamente Biolab Disaster e Drop, e sono i primi due scritti in JavaScript nella storia dell’App Store. Ma per evitare una sicura stroncatura da parte di Cupertino, si è dovuto trovare un escamotage che tuttavia ha complicato la fase di sviluppo:
Non usano PhoneGap o Titanium. Non usano neppure una UIWebView (cioè una finestra del browser, N.d.T.). Piuttosto, bypassano completamente il browser dell’iPhone ed accedono direttamente all’interprete JavaScript di Apple (JavaScriptCore). Tutta la grafica è renderizzata con OpenGL invece che dentro ad una finestra del browser, e tutti i suoni e la musica sono processati da OpenAL.
Si è trattato quindi non soltanto di una sfida tecnologica (l’impacchettamento del gioco ha richiesto parecchio lavoro) ma anche di una sorta di provocazione verso Apple, che tuttavia ha sortito gli effetti sperati: d’ora in avanti, più sviluppatori potranno creare più facilmente dei porting delle proprie app. Chi desiderasse approfondire gli aspetti tecnici della questione, o magari desiderasse egli stesso cimentarsi in un’impresa simile, può dare un’occhiata al blog di Szablewski.

Dopo 3 mesi di attesa nel limbo delle approvazioni su App Store, lo sviluppatore di Briefs ci rinuncia e rilascia al pubblico il frutto del proprio impegno sotto licenza Open Source. Niente di nuovo: la solita, vecchia incomunicabilità tipica di Cupertino.
Nonostante la accorate rassicurazioni di due evangelist Apple, e nonostante un preventivo nulla osta da parte dello stesso responsabile di App Store, la decisione sul futuro dell’applicazione di Rob Rhyne è passata di mano in mano, fino a raggiungere le vette dirigenziali, senza che però se ne venisse a capo. Il problema, a quanto pare, nasce da un equivoco di fondo. Briefs è infatti dedicata agli sviluppatori e alle società che vorrebbero creare prototipi di applicazioni per iPhone senza mettersi effettivamente a produrne una. Con poco lavoro (e l’impiego massiccio di immagini fisse) si può infatti provare il concept ed il Look&Feel di una app senza i costi che ne derivano, per vedere l’effetto che fa e decidere se effettivamente valga la pena di dare inizio allo sviluppo vero e proprio.
Evidentemente, a Cupertino devono ritenere che Briefs sia in grado di far girare codice interpretato, e questo nonostante il vibrato dissenso manifestato da Rhyne a riguardo, secondo cui non soltanto la sua app è molto meno complessa di quanto sembri, ma ogni eventuale compilazione avviene sempre e comunque sul Mac. La sua, afferma, è un’app totalmente compatibile coi dettami della famigerata sezione 3.3.2 dell’accordo di licenza, che nega appunto l’uso di framework e API non documentati e limita l’esecuzione di codice non autorizzato. Di lì, la disfatta e la decisione di rilasciare il codice alla comunità.
Continua a leggere: Briefs: dopo 3 mesi d'attesa per App Store, diventa Open Source [Aggiornato]

E’ una storia curiosa quella riportata da Fortune, che riguarda Steve Jobs in persona e Ryan Tate di Gawker, e la loro fitta corrispondenza su temi scottanti come il famoso prototipo di iPhone 4G comprato per 5.000$, la controversia con Adobe Flash, le approvazioni e il porno. Tutta la politica e la visione di Cupertino in 10 mail al vetriolo.
La vicenda avrebbe avuto inizio nelle scorse ore con una pubblicità su iPad che non è andata a genio a Tate, da cui sarebbe seguita la prima delle lunga serie di mail. Se Bob Dylan avesse vent’anni, gli chiede, “crederebbe sul serio che iPad sia una rivoluzione? La rivoluzione passa per la libertà”. Al che la piccata risposta di Jobs, c’è da dire più argomentata del solito:
Sì, libertà dai programmi che ti rubano i dati. Libertà dai programmi che esauriscono tutta la batteria. Libertà dal porno. Sì, libertà. I tempi cambiano, e alcuni tipi da PC sentono che il loro mondo gli sta franando sotto i piedi.
Di lì a poco, si sarebbero toccati una gran varietà d’argomenti, come quel pasticciaccio del prototipo di iPhone acquistato da Gawker Media, che possiede tra l’altro Gizmodo, oppure la coercizione esercitata sugli editori, che ora sono costretti ad eseguire in cocoa il porting delle proprie applicazioni Flash (d’altro canto, ribatte il CEO, “nessuno obbliga nessuno. Sembra piuttosto siano *loro* a volerlo”). A riguardo, Jobs ha risposto:
Continua a leggere: Porno, prototipi, Flash e approvazioni: un blogger litiga con Steve Jobs

Sebbene non si possa dire che ci sia ancora pienamente riuscita, Apple sta compiendo piccoli sforzi per portare maggiore trasparenza nell’App Store, soprattutto per quanto concerne il contestato processo di approvazione. E così, d’ora in avanti gli sviluppatori saranno in grado di monitorare lo stato delle applicazioni inviate.
Certamente non è un cambiamento tale da gridare al miracolo, ma la novità è tangibile. In precedenza, gli sviluppatori iPhone non ricevevano praticamente alcuna informazione utile o personale: di solito, sulla board, comparivano generici messaggi con su scritto “secondo le recenti stime, il 96% delle applicazioni vengono approvate entro 14 giorni”. D’ora in avanti, invece, lo status verrà aggiornato di volta in volta con indicazioni come “In attesa di revisione”, o “In revisione” oppure ancora “Pronta per la vendita”. Sul serio, niente per cui gridare al miracolo.
Oltretutto, questa piccola miglioria appare ancora più minuta se paragonata alle dimensioni di quello che alcuni hanno definito il momento più imbarazzate dell’App Store. Il noto sviluppatore Joe Hewitt, l’uomo dietro l’applicazione Facebook per iPhone, ha infatti cinguettato d’aver abbandonato il progetto, proprio a causa della difficoltà dei rapporti con Cupertino e i recensori. E chissà se, anche questa volta, un nuovo intervento di Schiller basterà per placare i malumori.

Niente da fare, nonostante i pur apprezzabili sforzi, il processo d’approvazione del software su App Store resta una faccenda volubile e talvolta disarmante. Questa volta, la bocciatura è dipesa dalla presenza di balloon patinati (le bolle di iChat, per intenderci) nella chat.
Lo sviluppatore di Chess Wars, Joe Stump, ha inviato una nuova versione della propria applicazione senza pressoché alcuna modifica importante, se non qualche bugfix, e se l’è vista bocciare. Sei settimane d’attesa, e poi la brutta notizia: le chat somigliano troppo a quelle Apple, e il balloon scintillante è un marchio registrato.
La cosa che sorprende di più della faccenda, ormai, non è neppure tanto la bocciatura in sé, né i motivi addotti, né il ritardo con cui è arrivata (perché le precedenti versioni erano state approvate?) ma piuttosto il fatto che a Facebook, Tweetie e IM+ è concesso di farne uso.
Insomma, qui nessuno contesta ad Apple il diritto di perseguire per il proprio store la politica che più le aggrada, tuttavia si stilino delle regole chiare e soprattutto valgano per tutti. Intanto, per stare tranquillo, Joe Stump ha epurato ogni effetto traslucido dalla propria applicazione e, già che c’era, ha disegnato balloon un po’ più squadrati. Non si sa mai.