
A quanto pare, costruire un business su iPad si sta dimostrando meno facile del previsto per Apple. Gli editori di riviste e giornali stanno infatti sollevando questioni sul modello adottato da Cupertino, soprattutto per quanto concerne i dati degli utenti ed il sistema di remunerazione in iBooks.
Uno dei problemi principali lamentati dall’editoria consiste nell’impossibilità di accedere alle informazioni sugli utenti: a riguardo, infatti, la politica Apple è molto restrittiva. Tuttavia, per decenni gli editori si sono avvalsi del data mining per pianificare operazioni di marketing e plasmare l’evoluzione dei propri contenuti; questo nuovo assetto invece destabilizza delle prassi piuttosto consolidate, e spezza all’improvviso il legame che c’era tra i produttori dei contenuti e i fruitori.
Un altro motivo di incertezza è rappresentato dalle commissioni che Apple intende trattenere per ogni transazione d’acquisto, pari al 30% come nel caso delle applicazioni per iPhone. Lungi dall’essere giudicato equo, questo trattamento economico non sembra incontrare il favore degli editori: l’appunto fatto è che il software è un bene che si acquista una volta soltanto, mentre i contenuti editoriali vengono offerti in modo continuativo nel tempo. Per questa ragione, dovrebbero essere trattati economicamente in maniera differente.
Nonostante questi incidenti di percorso, comunque, sembra che le trattative “proseguano speditamente e in modo amichevole”; forte del gran successo dell’applicazione per iPhone di GQ magazine infatti, Condé Nast vuole già buttare nella mischia di iPad GQ, Vanity Fair e Wired.

Contrariamente a quanto stiano sostenendo i principali e più autorevoli blog del mondo Apple (nostrani e non), l’acquisizione di Lala non è costata 80 milioni di dollari, bensì soltanto 17 milioni di dollari.
Tra l’altro, l’azienda vantava una riserva monetaria bancaria di ben 14 milioni di dollari in attivo che ora sono diventati di Apple: a conti fatti si è trattato di un’esborso di soli 3 milioni di dollari. Le cifre sono in linea con le acquisizioni analoghe avvenute di recente: iLike ($20 milioni), iMeem ($1 milione).
In questo periodo pare che Lala bruciasse capitale per $500.000 al mese. I motivi all’origine dell’acquisizione si riducono a due: l’accordo dell’azienda con Google OneBox ed il suo team di ingegneri. L’ipotesi di un cloud-iTunes comincia a perdere credito.
In tal senso, spendere 3 milioni di dollari per accaparrarsi anche gli introiti prodotti da GoogleBox è una scelta ragionevole; spenderne 80, lo è molto meno. Voi cosa ne pensate della mossa di Apple?
[Via TechCrunch]

Che Apple non vedesse di buon occhio la pratica del jailbreak era quantomeno scontato e di per sé evidente. Con l’ultima revisione del contratto di licenza che ogni sviluppatore iPhone deve accettare, tuttavia, Cupertino stringe la morsa e vieta esplicitamente il jailbreak, lo sviluppo e la distribuzione di applicazioni jailbreak, e proibisce anche di favorirlo in qualunque modo.
Mentre in precedenza l’iPhone Developer Program License Agreement si limitava a vietare genericamente la creazioni di software che minasse la privacy degli utenti, facilitasse il crimine o che violasse l’altrui proprietà intellettuale, quest’ultimo emendamento fa sì che nessun sviluppatore ufficialmente iscritto al programma Apple possa avvalersi delle tecniche di jailbreaking sul proprio telefono.
Il documento non lesina in particolari, ed in modo altrettanto esplicito vieta di partecipare direttamente o indirettamente a progetti come QuickPwn e PwnageTool o ad altri simili, e impone una serie di significative restrizioni sulla distribuzione, che è e resta alla mercé della discrezione di Cupertino:
Continua a leggere: Apple proibisce il jailbreak agli sviluppatori

E’ stato raggiunto un accordo circa la causa scaturita da una class action avente come oggetto l’iPod nano, ad annunciarlo è il sito dedicato al contenzioso.
La causa, archiviata dal California Superior Court for the County of Los Angeles, dichiara che il design della prima generazione di iPod Nano tende a graffiarsi considerevolmente, malgrado se ne faccia un uso normale. Apple ha sempre negato qualsiasi responsabilità, ma questa volta sembra essere favorevole all’accordo raggiunto, evitando ulteriori costi legali.
Continua a leggere: Apple rimborsa gli acquirenti statunitensi di iPod nano 1G

Erano stati dati per certi, poi smentiti, ed infine si era accesa di nuovo la speranza, tuttavia pare proprio che per vedere i Beatles su iTunes Store si dovrà attendere ancora e parecchio, tra voci di corridoio semi-ufficiali, smentite e solenni promesse.
A sostenerlo è ancora Paul McCartney, che in una intervista spiega:
L’ultima voce che mi è arrivata all’orecchio è che le trattative sono completamente bloccate. Ma spero che accada presto (che i Beatles finiscano su iTunes, n.d.T.), perché è la cosa giusta da fare. Ritengo sia una cosa tra EMI ed i Beatles, oramai.
Un portavoce EMI ha dichiarato infatti che i due protagonisti delle trattative non sono riusciti a trovare un accordo comune, ma ha anche fatto sapere che la Major farà tutto quanto in suo potere perché questo accada al più presto. Insomma, tante buone intenzioni ma l’attesa resta fissata fino a data da destinarsi.
[Via Huffington Post]

Apple è in trattativa con le maggiori case discografiche per offrire una quantità sempre maggiore di brani liberi da DRM su iTunes Store. Un’indiscrezione che rimbalza sulla rete da parecchio tempo e che ora è stata riportata alla luce da CNet che sostiene di aver ricevuto informazioni a riguardo da due fonti interne al mondo delle grandi case discografiche.
Le trattative sarebbero in corso con Universal Music Group, Warner Music Group, e Sony BMG. In particolare, come si ipotizzava nei giorni scorsi, Apple potrebbe già avere concluso un accordo con Sony che sarebbe pronta a distribuire la propria musica senza DRM in breve tempo.
Un eventuale accordo potrebbe rafforzare notevolmente la posizione dominante che iTunes Store occupa già adesso e potrebbe spingere i servizi concorrenti a inventarsi qualcosa di nuovo o di più competitivo; sicuramente a vantaggio dell’utenza.
Ricordo che, al momento, l’unica grossa casa discografica ad aver abbracciato il progetto iTunes Plus è EMI che, già da un anno e mezzo, distribuisce i propri contenuti senza protezione Fair Play e a maggiore qualità (file AAC a 256 kbps).

Nei giorni scorsi è rimbalzata in rete la possibilità di un accordo extragiudiziale tra Apple e Psystar, società madre dei celebri Mac-cloni, citata in giudizio da Apple per violazione di copyright e utilizzo improprio di marchi registrati.
A detta di Colby Springer, avvocato di Psystar, la possibilità che l’accordo vada in porto è estremamente lontana. Psystar vuole arrivare fino alla fine del processo il cui esito, secondo i propri legali, è ancora incerto.
Allo stato attuale delle cose Psystar ha controcitato Apple, accusando la società di Cupertino di monopolio. Dal canto suo, Apple ha respinto le accuse, sottolineando nuovamente le numerose infrazioni di copyright messe in atto da Psystar.
Il prossimo appuntamento è per il 6 Novembre, quando avrà luogo la prima udienza del caso.
[via | grazie a ice per la segnalazione]
Dopo le divergenze, ed il relativo ritiro dei contenuti multimediali, Steve Jobs ha comunicato durante l’Apple Event il ritorno di NBC all’interno dell’offerta di iTunes Store.
NBC venderà attraverso iTunes Store le sue serie TV, alcune delle quali in qualità HDTV. Le serie offerte, di maggior rilievo, sono: Monk, Heroes, Life, Psych, Battlestar Galactica, Eureka, In Plain Sight, My name is Earl e The Office.
Per quel che riguarda iTunes Store Italia, il ritorno di NBC non sortirà alcun effetto dal momento che non è possibile acquistare show televisivi. Per il mercato di iTunes è, invece, una notizia più che positiva considerato che lo scorso anno i contenuti NBC scaricati dalla piattaforma raggiunsero il 40% di quelli totali.

Secondo il quotidiano “La Repubblica“, il tanto rumoreggiato accordo tra Apple e Telecom Italia Mobile per la distribuzione di iPhone nel nostro paese sarebbe stato firmato lo scorso 31 marzo, nella sede di Apple a Cupertino.
L’accordo si baserebbe su 3 punti cardine fondamentali:
- TIM proporrebbe i nuovi iPhone di seconda generazione, con tecnologia UMTS
- Nessuna quota verrebbe versata da TIM ad Apple sui contratti (nessun revenue sharing)
- L’esclusiva da parte di TIM durerebbe solamente 6 mesi, trascorsi i quali Apple potrà accordarsi con altri operatori, o venderlo autonomamente
Come è evidente, si tratterebbe di un accordo molto diverso da quelli già in essere negli USA e nel resto d’Europa, ma è innegabile la profonda diversità del mercato italiano.
Un accordo di questo tipo favorirebbe economicamente TIM, almeno nell’immediato, ma renderebbe più libera Apple nel medio termine.
Potrebbe trattarsi, come abbiamo già visto, dell’uovo di Colombo.
Nell’attesa di ricevere, e riportarvi nelle prossime ore, comunicazioni ufficiali da entrambe le parti, questo è quanto…
Stay tuned!
Aggiornamento
Apple Italia, interrogata sull’argomento da mela|blog, ha risposto con un secco “no comment”.
Se consideriamo che in passato la risposta era “nessuna novità”, si tratta già di un passo avanti….
[Grazie per le segnalazioni]