
Bob Borchers è stato un iPhone product marketing engineer Apple e ha fatto parte del team che ha portato il primo iPhone sul mercato nel lontano 2007. Attualmente Borchers è un venture capitalist e ha recentemente tenuto una conferenza agli studenti di una scuola della California, raccontando i flussi di pensiero coinvolti nello sviluppo di iPhone, quando nacque.
Borchers ha raccontato che Steve Jobs non aveva un dispositivo specifico in mente, ma ha letteralmente affidato una missione alla squadra: creare un telefono che la gente amasse così tanto da non poter uscire di casa senza. Borchers ritiene che Apple abbia avuto un così grande successo con iPhone perché la società ha focalizzato il proprio impegno sui fondamentali, scardinando le regole in modo eccezionale, prestando attenzione ai dettagli e facendo in modo che gli utenti si concentrassero sul proprio rapporto con il dispositivo.
Jobs desiderava che il telefono fosse rivoluzionario, il miglior iPod che l’azienda avesse mai progettato, consentendo agli utenti di accedere a Internet in modo semplice da un dispositivo mobile. Ciò che l’iPhone è diventato - un dispositivo con applicazioni scaricabili, funzionalità GPS, funzionalità video e di fotografia e l’integrazione vocale - non faceva parte del concetto originale.
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Steve Jobs e Bill Gates. Un rapporto decisamente controverso il loro, almeno per noi comuni mortali che non abbiamo avuto modo di assistere direttamente alla storia dell’informatica fatta in prima persona da queste due figure, tanto vicine quanto successivamente lontane. Rapporto dipinto come tutt’altro che idilliaco anche dalla recente biografia di Steve Jobs a cura di Walter Isaacson, all’interno della quale l’ex CEO di Apple definiva Gates “privo d’immaginazione” mentre il fondatore di Microsoft replicava con “essere umano stranamente disturbato”.
Dopo le recenti parole dedicate a Steve Jobs, in un’intervista a The Telegraph Bill Gates è tornato nuovamente sul suo rapporto con il fondatore di Apple, raccontando anche un retroscena della stessa biografia legato a una chiamata ricevuta dalla moglie di Jobs, Laurene, e a una lettera gradita:
“Mi disse ‘Guarda, questa biografia non dipinge un quadro reale del rispetto che avevate l’uno per l’altro.’ E disse che Jobs apprezzò la mia lettera tenendola accanto al suo letto.”
Cosa c’era nella lettera? Ce lo dice sempre Gates:
“Dissi a Steve quanto dovesse sentirsi grande per quello che ha fatto e per le società che abbiamo costruito. Gli ho scritto anche dei suoi ragazzi, che ho conosciuto. Non c’era alcuna pace da fare. Non eravamo in guerra. Abbiamo fatto grandi prodotti, e la competizione è stata sempre una cosa positiva. Non c’era motivo di perdono.”
Via | Electronista.com

Tutto era cominciato con la vicenda Papermaster e un impianto accusatorio costruito dal Dipartimento di Giustizia USA, poi rirportato da alcune tra le penne più argute del Washington Post. L’ipotesi è che i colossi dell’high tech a stelle e strisce -Apple e Google in testa- si siano impegnate surrettiziamente a non pestarsi i piedi a vicenda con le assunzioni. Un accordo tecnicamente definito di “no-poaching” che tuttavia viola parecchie leggi antitrust tra cui lo Sherman Act e il Cartwright Act.
A quanto pare, almeno a dire del giudice della Corte di San Jose, c’è del fondamento nelle accuse mosse, e per questa ragione la richiesta di archiviazione avanzata dalle società coinvolte non può trovare accoglimento:
Il caso non si ferma qui… questo dibattimento sopravviverà alla richiesta di archiviazione. […] E’ difficile sostenere la tesi che non ci fosse una cospirazione dietro.
Ritorna dunque lo spettro del patto non scritto di cui parlammo nel lontano 2009; se nel dibattimento si dimostrerà che gli imputati si sono effettivamente accordati per limitare stipendi, assunzioni e mobilità del personale qualificato, molti dipendenti assunti tra il 2006 e il 2009 potrebbero ricevere sostanziosi risarcimenti. L’accusa traccia una cronologia ben precisa di eventi che macchia indelebilmente la reputazione dell’iCEO e che stride con i recenti propositi annunciati da Obama:
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Il cofondatore ed ex CEO di Microsoft, Bill Gates, si è raccontato a Yahoo! e ABC News. Il volto pubblico di Microsoft ha risposto a una vasta gamma di domande, raccontando anche della sua ultima conversazione con Steve Jobs e come la sua morte lo ha colpito. Contrariamente a quanto potremmo credere, i due luminari della Silicon Valley si tenuti in contatto tra loro per tutta la durata delle loro rispettive carriere. Di cosa chiacchieravano Jobs e Gates durante l’ultimo contatto avuto?
A me e lui è sempre piaciuto parlare. Aveva sempre qualcosa da proporre, argomenti stimolanti. Si parlava delle altre società che si sono create, delle nostre famiglie e di quanto fortunati siamo stati a sposare le nostre mogli. È stata una bella conversazione rilassata.
Come si è sentito Gates dopo la morte di Jobs?
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Al discorso sullo stato dell’Unione, tenuto ogni anno dal Presidente degli Stati Uniti di fronte al Congresso, Obama ha fatto molti riferimenti al mondo della tecnologia come mezzo d’eccellenza per uscire dalla crisi e aiutare il paese intero. Ed ecco perché, a suo modo di vedere, è fondamentale che il paese creda in ogni singolo cittadino e gli fornisca tutti gli strumenti necessari per diventare “il prossimo Steve Jobs.”
Che ci sarebbe stato quanto meno un accenno a Jobs era abbastanza scontato, visto che nella lista degli invitati al discorso figurava anche Laurene Powell, cui era sposato. L’industria high tech può e deve risollevare l’economia degli Stati Uniti, ed è proprio parlando di futuro, innovazione ed equità che Obama ricorda l’iCEO scomparso:
Vedete, un’economia costruita per durare deve incoraggiare il talento e l’ingegno di ogni persona in questo paese. Ciò significa che le donne dovrebbero guadagnare quanto gli uomini per il medesimo lavoro. Significa che dovremmo supportare tutti coloro i quali desiderano lavorare, tutti quelli che si fanno carico dei rischi, e soprattutto tutti gli imprenditori che aspirano a diventare il prossimo Steve Jobs.
E con numeri come quelli annunciati alla presentazione dei più recenti risultati fiscali, c’è davvero da sperare che di società simili ne nascano ancora molte. La bontà del futuro, sembra dire Obama, dipenderà anche dalla quantità d’investimenti rivolti all’innovazione; peccato che, come velenosamente sottolinea qualcuno, al di là delle venerazione dell’idea di Jobs ci sia poi un imprenditore che ha delocalizzato selvaggiamente gran parte della produzione al di fuori dei confini patrii. Apple dipende morbosamente dalla flessibilità di paesi come la Cina: ma questo, a quanto pare, è un altro discorso.

Dopo la biografia autorizzata di Steve Jobs, il libro Inside Apple sembra essere destinato a diventare in questo inizio 2012 la nuova lettura preferita di tutti i fan della società americana: scritto da Adam Lashinsky, Senior Editor at Large di Fortune, Inside Apple promette infatti di svelare interessanti retroscena sui vari processi aziendali.
Uno di questi è costituito dalla cosiddetta Unboxing Room, luogo in cui un impiegato appositamente dedicato al design e alla composizione delle confezioni si occupa di attraversare centinaia di combinazioni per trovare il modo giusto di impacchettare un prodotto. Colori, disposizione degli oggetti, dimensioni delle confezioni: tutto passerebbe per la Unboxing Room. E vista la rinomata eleganza dei prodotti Apple, non stentiamo affatto a credere a una cosa del genere.
Del resto, chi ha avuto modo di leggere proprio la biografia scritta da Walter Isaacson saprà che gli stessi Steve Jobs e Jonathan Ive spendevano un enorme quantitativo di tempo nello studiare la struttura e il look delle confezioni, in modo piuttosto appassionato nel “disegnare un rituale di spacchettamento che faccia in modo da rendere il prodotto speciale”. Non chiamateli pacchi.
Via | Macrumors.com
Foto | Flickr

Nella biografia di Walter Isaacson emerge chiaramente la volontà di Steve Jobs di rivoluzionare il settore dei libri di testo, la televisione e la fotografia, portando così a compimento la sua visione di un modo alternativo ed innovativo di fruire e produrre i contenuti.
La rivoluzione nel settore dei libri di testo è appena cominciata, del televisore orma si parla da tempo ed entro fine anno dovrebbe tradursi in realtà, mentre per quanto riguarda la fotografia al momento non si hanno idee precise di cosa stesse architettando Jobs. Antonio De Rosa ha ad esempio immaginato un dispositivo da abbinare ad un iPhone chiamato iCam, ma mentre ne descrivevo le caratteristiche nel relativo post non ho potuto fare a meno di citare l’innovativa fotocamera Lytro, che grazie ad un nuovo tipo di sensore permette di mettere a fuoco i vari particolari di una fotografia dopo che è stata scattata.
Ebbene nelle anticipazioni che circolano sul libro Inside Apple di Adam Lashinsky, viene riportato il seguente paragrafo:
Il CEO di Lytro, Reg Ng, un geniale informatico dell’università di Stanford, chiamò Jobs che velocemente rispose e disse: “Se sei libero oggi pomeriggio possiamo incontrarci.” Reg Ng si catapultò a Palo Alto, mostrò a Jobs una demo della tecnologia Lytro e parlò del design del prodotto, su richiesta di Jobs gli inviò una email in cui specificava tre cose che Lytro avrebbe potuto fare con Apple.
Probabilmente Jobs ha dato molti suggerimenti a Lytro, il design ed il carattere innovativo del prodotto fanno subito pensare ad un prodotto Apple, ma forse Cupertino non ha potuto adottare da subito questa tecnologia in un proprio prodotto perché ancora immatura, al momento infatti le foto prodotte da questa fotocamera hanno una risoluzione di solo 1.2 megapixels, 1080 x 1080 pixel, non registra video e le dimensioni del sensore e dell’ottica rendono al momento impossibile integrarla in un dispositivo come l’iPhone, ma in futuro le cose potrebbero cambiare.
[via macrumors]

C’è un aneddoto che riguarda la cena di un anno fa tra Barack Obama e tutti i maggiori esponenti dell’industria tecnologica. A ognuno di questi fu infatti chiesto di rivolgere una domanda al presidente, ma quando arrivò il momento di Steve Jobs fu lo stesso Obama a chiedere qualcosa all’allora CEO di Apple: cosa ci vorrebbe per produrre iPhone negli Stati Uniti? Una domanda alla quale ha risposto il New York Times, con un lungo e interessante articolo sul perché quello che un tempo era un vanto di Apple (la produzione interna agli USA dei propri dispositivi), al giorno d’oggi è diventato impensabile: del resto parlano i numeri, con 70 milioni di iPhone, 30 milioni di iPad e 59 milioni di altri prodotti Apple prodotti nel 2011 oltreoceano.
Qualcuno potrebbe pensare che si tratti solo di una questione economica, con la famosa Foxconn e simili in grado di garantire ad Apple grandi risparmi: in parte questo è vero, ma l’azienda di Cupertino è fermamente convinta che la produzione oltre i confini degli USA sia migliore in flessibilità, diligenza e capacità dei lavoratori. Secondo alcune analisi condotte nei mesi passati, sarebbe emerso che il processo di manifattura avrebbe un impatto decisamente minimo nel costo totale di un dispositivo, definito principalmente da altri fattori come il design e i vari processi d’ingegneria. Il risultato? Pagare i salari americani aumenterebbe il prezzo di ogni iPhone di 65$. Non una fortuna, o almeno non un qualcosa in grado da sola di far decidere ad Apple di muovere in Cina la propria produzione.
E per descrivere tutto ciò, c’è un esempio: a distanza di poche settimane dall’arrivo di iPhone nei negozi, Apple decise di ridisegnarne lo schermo all’ultimo minuto, rendendo così necessario un enorme sforzo aggiuntivo nella catena d’assemblaggio. Fu proprio Steve Jobs a prendere la decisione, tirando fuori il vecchio modello di iPhone dalla propria tasca e criticandone pesantamente il fatto che lo schermo fosse incline ai graffi:
“Non venderò un prodotto che si graffi. Voglio uno schermo di vetro e lo voglio perfetto in sei settimane.”
Continua a leggere: Come gli Stati Uniti hanno perso la produzione di iPhone a favore di Foxconn

Inside Apple è il libro di prossima uscita che rivelerà interessanti aneddoti e curiosità su come Steve Jobs e soci gestiscono i vari progetti interni e proteggono l’azienda dalla fuga di informazioni.
Scritto da Adam Lashinsky, Senior Editor at Large di Fortune, entra nel dettaglio su come Apple adotti misure di sicurezza definite «estreme» per non lasciar trapelare nulla, nemmeno tra gli stessi colleghi di lavoro, riuscendo con efficacia a mantenere l’hype precedente al lancio di prodotti e servizi. Ricordiamo come l’attesa per iPhone 4 fu “rovinata” da indiscrezioni, fotografie e video con il prototipo funzionante, al punto che lo stesso Jobs ci scherzò su durante il keynote.
Apple ha assunto una rigidità senza eguali, al punto da organizzare riunioni a cui partecipano dipendenti che non possono neanche rivelare a cosa stiano lavorando. Si parla anche di aree strettamente riservate senza finestre che vengono allestite al posto di uffici a cui viene vietato l’accesso, a volte, anche agli stessi superiori di chi è coinvolto nel progetto.
Continua a leggere: Come Apple si protegge dalla fuga di informazioni: Inside Apple

Oggi si terrà a New York l’evento mediatico che segnerà, quasi certamente, l’ingresso di Apple nello spazio dei libri di testo digitali. A questo proposito, 9to5Mac riprende un’intervista del 1996 condotta da Wired a Steve Jobs, offrendoci uno sguardo dal passato sul modo in cui il compianto CEO considerava la tecnologia e il suo potenziale per trasformare il settore dell’istruzione. In particolare, Jobs riteneva che i problemi istruzione fossero di origine socio-politica e sindacale, qualcosa che “non può essere risolto con la tecnologia”, ma credeva comunque in un nuovo modello per l’istruzione. Walter Isaacson, autore della biogragia di Steve Jobs, ci riporta un modello di istruzione secondo Jobs pensato ben 10 anni prima dei libri di testo liberi su iPad.
Nell’intervista a Wired leggiamo:
Ho sempre pensato che la tecnologia potrebbe aiutare l’educazione e ho aperto le danze dando probabilmente più apparecchiature informatiche alle scuole di chiunque altro sul pianeta. Ma ho dovuto giungere all’inevitabile conclusione che il problema non può essere risolto dalla tecnologia come sperato. Ciò che c’è di sbagliato nell’educazione non può essere risolto con la tecnologia. Neanche una gran quantità di tecnologia può produrre un cambiamento.
È un problema politico. Sono questioni socio-politiche. Il problema sono i sindacati. Prendete la crescita della NEA [National Education Association] e la caduta dei punteggi SAT e noterete che sono inversamente proporzionali. I problemi sono i sindacati nelle scuole. Il problema è la burocrazia.
Continua a leggere: La tecnologia e l'educazione, secondo Steve Jobs
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Annunciata, ostacolata e ora ritirata: in realtà sapevamo già che tutto ciò sarebbe successo. Stiamo parlando dell’action figure di Steve Jobs prodotta dalla società In Icons, salita alla ribalta per la sua incredibile verosimiglianza col defunto fondatore di Apple.
L’annuncio arriva dal sito ufficiale di In Icons, che ha così cancellato la statuina che sarebbe dovuta arrivare sul mercato a febbraio al prezzo di 99,99$, promettendo anche un rimborso a tutti coloro che ne hanno già effettuata l’ordinazione. Ecco il messaggio firmato dal boss Tandy Cheung:
“Vorrei cogliere l’opportunità di ripetere che l’intenzione originale nel creare la statua era guidata da un’ammirazione per Steve da fan. Rispettiamo copyright e marchi registrati e abbiamo indicato sul sito che non avremmo fornito nessun modellino di Mac, iPhone o iPad con la statua. Inoltre, non abbiamo usato nessun brand legato ad Apple. Sfortunatamente abbiamo ricevuto pressioni immense dagli avvocati di Apple e della famiglia di Steve Jobs. Nonostante la pressione, sono ancora fan di Steve, rispetto pienamente lui e la sua famiglia, e non è mia intenzione far loro un torto. Nonostante crediamo ancora di non aver superato nessun limite legale, abbiamo deciso di fermare offerta, produzione e vendita dell’action figure di Steve Jobs.”
Un esito se vogliamo aspettato, e probabilmente anche giusto. Cosa ne pensate?
A riprova che al CES 2012 Apple c’era eccome, seppur non fisicamente, giungono oggi le parole di Philip Newton, responsabile audiovisivo per Samsung Australia, secondo cui la famosa iTV “finalmente inquadrata” da Steve Jobs non sarebbe niente di nuovo. Sicumera da vincenti o nervosismo da competitor?
Quando l’iCEO si confessò con Isacsson fu estremamente esplicito sui risultati ottenuti nei laboratori e nelle segrete di Cupertino:
“Vorrei creare una televisione integrata che sia semplicissima da usare. Si sincronizzerebbe con tutti i tuoi dispositivi attraverso iCloud. Non richiederebbe agli utenti di giocare con complicati telecomandi per il lettore DVD o per i canali via cavo. Possiederebbe l’interfaccia più semplice che si possa immaginare. L’ho finalmente inquadrata.”
Una dichiarazione che è bastata per far tremare molte società avversarie e che ha al contempo solleticato gli umori degli utenti. Dal canto suo -si legge sul Sydney Morning Herald- Samsung ostenta una sicurezza quasi nervosa:
“Li vediamo come una minaccia? Nello specifico no… probabilmente ci saranno dei competitor che soffriranno… ma per noi questo rappresenta una grandissima opportunità: più grandi sono i brand che si buttano nel mercato delle Smart TV e migliore sarà la nostra figura, perché siamo sicuro di poter trainare il settore” ha affermato Newton.
Il riferimento alle parole di Jobs viene subito dopo:
Quando Steve Jobs ha parlato d’aver “inquadrato” la tv, parlava della connettività, ovvero una cosa che noialtri abbiamo sul mercato da almeno 12 mesi; non è nulla di nuovo, è nuovo per loro poiché non giocavano in questo campo. E’ una notizia vecchia, almeno per noi player tradizionali, anche perché abbiamo allargato alla tv concetti come il controllo vocale e io controlli touch; il telecomando per queste TV ha un touch pad.
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