Apple: niente politica su App Store, per quello ci sono i libri

endgame-syria

Che a Cupertino non gradiscano applicazioni che attaccano o fanno dileggio di tematiche delicate come religione o politica, è cosa nota. Non per niente, su App Store scopriamo ciclicamente epurazioni forzose come quelle capitate a Endgame: Syria, ambientato nella guerra civile in Siria, a Smuggle Truck -il cui scopo era far entrare i clandestini all’interno di confini USA- oppure ancora a In A Permanent Save State, dedicato invece ai lavoratori suicidi della Foxconn. Il fatto è che, a riguardo, le linee guida di iOS sono piuttosto stringenti: se proprio vi va di toccare certi argomenti, scrivete piuttosto un libro o una canzone.

A dire di Apple, i videogiochi non sono uno strumento adatto per veicolare messaggi di un certo spessore; lo affermano le linee guida di iOS. E il tono di questa sezione, contrariamente alle legalese delle altre, è talmente informale che si vocifera siano parole dettate da Steve Jobs in persona:

Vediamo le nostre app in modo differente dai libri e dalle canzoni, che invece non vagliamo. Se volete criticare una religione, scrivete un libro. Se volete descrivere il sesso, scrivete un libro o una canzone, oppure create un'app medica. La cosa può diventare molto complicata, ma abbiamo deciso di non permettere un certo tipo di contenuti su App Store.

La questione è che Apple preferisce smarcarsi da ogni potenziale polemica relativa ai temi delicati. Da quel punto di vista, in altre parole, non le interessa cambiare il mondo; le basta guadagnare un sacco di soldi con l'intrattenimento. E la colpa, secondo lo sviluppatore indipendente Jonathan Blow, è solo nostra:

"Se avessimo costruito un mondo in cui i giochi trattano ciclicamente temi seri in modalità che interessino alla gente, Apple non sarebbe stata in grado di prendere questa posizione. Per la semplice ragione che non avrebbe avuto senso," ha dichiarato. Per questa ragione, Apple può trattare i giochi come "scialbe esperienza di intrattenimento commerciale."

Rawlings, il designer del gioco incriminato, è tornato recentemente sull'argomento, dichiarando sostanzialmente che il mezzo dovrebbe esulare dal messaggio, e viceversa; un artista, insomma, dovrebbe essere lasciato libero di esprimersi nel modo che gli è più congeniale:

"Credo che il media dovrebbe essere irrilevante; è il contenuto che conta. I giochi, i film, le app, i fumetti, la musica e i libri dovrebbero essere assoggettati alle medesime regole. Suggerire che c'è una linea invisibile che dice 'va bene dirlo in un libro ma non in un gioco' è profondamente sbagliato secondo me."

Un discorso che non fa una piega, a livello formale. Il fatto è che, in ultima istanza, l'App Store non è il Web ma un recinto chiuso in cui il legittimo proprietario è libero di dettare legge. Ogni volta che si tenta di dare una definizione a cosa sia appropriato e cosa no, è ovvio che si scivoli in un terreno paludoso, ricco di insidie e di potenziali ingiustizie. Regole arbitrarie? Certo, arbitrarissime, ma gli sviluppatori lo sanno sin dall'inizio. Qui di seguito, e concludiamo qui, un altro stralcio estremamente illuminante tratto dalle linee guida. E fateci caso: sembra quasi di sentire riecheggiare la voce dell'iCEO.

Respingeremo le app per qualunque contenuto o comportamento che crediamo sia eccessivo. Quanto eccessivo, ti domandi? Bè, una volta la Corte Suprema di Giustizia disse "Lo sapremo quando lo vedremo." Ecco, crediamo che quando accadrà, ce ne accorgeremo sia tu che noi.

  • shares
  • Mail