
Con atto formale, Apple ha presentato la propria documentazione riguardo le accuse di cospirazione per fissare con un cartello i prezzi degli eBook. La posizione resta sostanzialmente immutata rispetto alle dichiarazioni pubbliche delle scorse settimane: a dire dei legali di Cupertino, il Dipartimento di Giustizia ha semplicemente torto. L’entrata di Apple nel mercato, infatti, ha rotto il ben più pericolo monopolio di Amazon sui libri.
Il cosiddetto Modello Agenzia messo in atti da Steve Jobs stesso è finito sotto il torchio della severa Antitrust statunitense, tant’è che in tempi recenti tre dei cinque editori coinvolti vi hanno rinunciato così da evitare il procedimento legale.
Il fatto è che, forte della sua importanza, coi propri tomi virtuali Amazon va spesso in perdita; un approccio visto con apprensione dagli operatori del settore, soprattutto perché rischia di mettere in ginocchio i più piccoli. Ecco perché sarebbe tanto importante l’impennata dei prezzi cui Apple ha contribuito in modo sostanziale:
L’entrata di Apple nella distribuzione degli eBook è una classica condotta pro-competitiva. […] Il fatto che Apple sia sottoposta ad un attacco legale col senno di poi a causa di una strategia di business riconosciuta come perfettamente lecita invia il messaggio sbagliato al mercato. L’accusa mossa dal governo contro Apple è scorretta dalle fondamenta per quanto concerne la legge.
Sarà. Intanto però certe dichiarazioni pubbliche pesano come macigni, soprattutto se a proferirle è il CEO stesso. E negli Stati Uniti -a differenza che qui- le pratiche di mercato poco chiare sono punite molto, molto severamente.
Quando il giudice Denise Cote ha negato la richiesta d’archiviazione avanzata da Apple e dai cinque editori USA sulla questione dei prezzi degli eBook, nella sentenza ha citato una “presciente predizione di Jobs” nel giorno del lancio dell’iPad secondo cui i prezzi degli eBook per i consumatori sarebbero stati “tutti uguali.” Ora il video di quel momento è spuntato online.
Il Dipartimento di Giustizia americano sostiene che Apple sia connivente -o addirittura parte attiva- nella creazione di una sorta di cartello sul prezzo degli eBook; parla esplicitamente di una “cospirazione” atta a manipolare artificiosamente i prezzi per gli utenti finali, ultimamente tutti livellati sui medesimi valori. E così, mentre alcuni editori -Simon & Schuster, Hachette e HarperCollins- hanno capitolato e rinunciato al Modello Agenzia, Apple, MacMillan e Penguin vanno avanti sostenendo che, semmai, prezzi gonfiati e pratiche anti-competitive erano all’ordine del giorno su Amazon.
Peccato però che la richiesta d’archiviazione non abbia trovato accoglimento, per lo più sulla base di una serie di registrazioni pubbliche che pongono in una situazione complicata le parti coinvolte. Il video di cui parliamo, disponibile a questa pagina, risale al 27 gennaio 2010, ovvero il giorno del lancio dell’iPad originale. Durante l’occasione, Walt Mossberg chiede a Jobs per quale ragione un utente dovrebbe spendere 14,99$ per un eBook quando su Amazon si trovano gli equivalenti cartacei a 9,99$. La risposta è ammantata di mistero ma chiarissima: “i prezzi saranno gli stessi… in realtà gli editori smetteranno di vendere i propri libri su Amazon.”
Conoscenza da insider degli eventi? Semplice astuzia d’un volpone di vecchio corso? Oppure si tratta d’una ipotesi ragionata? Di sicuro c’è che, proprio in quei giorni, Macmillan e Amazon erano sul fronte di guerra per i prezzi degli ebook; il primo voleva portarli a 15$, il secondo lasciarli a 9,99$. Tre giorni dopo il video, Macmillan ritirò effettivamente i suoi libri dal Kindle Store. Non sorprende quindi che, adesso, quelle dichiarazioni forniscano ulteriore solidità all’impianto accusatorio.

Brutta batosta legale per la mela. Il giudice Denise Cote ha respinto la richiesta d’archiviazione avanzata da Apple e dai cinque editori coinvolti nella scottante faccenda dei prezzi degli eBook. Citando leggi statali, federali e investigazioni internazionali antitrust, ha affermato infatti che gli accordi tra le parti siano stati presi in modo tutt’altro che indipendente, e parla esplicitamente di “cospirazione.”
Il nodo gordiano resta sempre lo stesso, ovvero quel cosiddetto Modello Agenzia che ha finito col gonfiare artificialmente i prezzi per gli utenti finali, con vantaggi reciproci per il distributore -Apple, in questo caso- e le case editrici. Non senza una certa enfasi, il giudice affonda il coltello:
In breve, Apple non ha tentato di guadagnarsi il pane attraverso gli eBook in una leale competizione con gli altri rivenditori in un mercato aperto; ha invece ‘ottenuto il suo obiettivo invitando alla collusione i rivenditori, piuttosto che competendo in modo indipendente.’ […] Infine, la presciente predizione di Jobs al lancio dell’iPad che i prezzi degli eBook per i consumatori sarebbero stati ‘tutti uguali’ e le altre citazioni di Jobs, Murdoch e Sargent si combinano per fornire ampia comprovazione dell’esistenza di accordi collettivi tra le parti coinvolte, al fine di ottenere una lievitazione collettiva dei prezzi degli eBook; una cospirazione cui Apple ha preso parte intenzionalmente e scientemente.
Cupertino, insomma, parte molto male; anche se riuscisse a provare la propria estraneità al coordinamento dell’intesa sottobanco:
Il fatto che Apple possa aver avuto motivazioni differenti per far parte della cospirazione, o che fosse solo parzialmente coinvolta, non mina minimamente l’esistenza della cospirazione stessa o il ruolo di Apple in qualità di partecipante.
Cosa succederà quindi? Per ora è presto per trarre conclusioni. La sentenza preliminare infatti dà semplicemente il nulla osta alla causa, ed è sempre possibile che le accuse iniziali vengano ribaltate in fase di dibattimento. Le affermazioni piuttosto forti e ben circostanziate del giudice Cote, tuttavia, sembrano introdurre un quadro accusatorio estremamente pesante, senza contare l’aggravante che tre dei cinque editori -Hachette, Harper Collins e Simon & Schuster- hanno già concordato l’abbandono del Modello Agenzia col Dipartimento di Giustizia. Apple, siamo certi, resterà sulle proprie posizioni, ma l’assedio a Cupertino è già iniziato.

Ken Segall è un pubblicista di successo che ha condiviso molto della parabola ascendente di Steve Jobs e Apple. Nel suo libro “Insanely Simple: The Obsession That Drives Apple’s”, egli racconta della sua esperienza come direttore creativo presso TBWAChiatDay, la ditta che sta dietro numerose famose campagne pubblicitarie di Apple. A stretto contatto con Steve Jobs, Segall narra, fra opinioni personali sul mondo degli affari e aneddoti, la visione che aveva Jobs della tecnologia e della “cultura della semplicità” che ha permesso ad Apple di essere fra le aziende che dominano il mondo dell’ hi-tech.
Per 12 anni Seagall ha seguito Steve Jobs, dalla NeXT alla Apple. Questo gli permette di rivisitare attraverso dieci differenti storie gli alti e bassi delle scelte strategiche dell’ex CEO. Molti degli aneddoti narrati vedono come attori Steve Jobs e i quadri direttivi di Apple, gli ingegneri e gli altri professionisti della pubblicità che lavoravano sul lancio dei prodotti Apple e sulla visione della tecnologia del futuro. Segall racconta questa cultura della semplicità di Jobs nei seguenti termini:
Per Steve Jobs, la Semplicità era una religione. Ha costruito un’azienda basata su questi principii, la complessità degli affari condotti in maniera tradizionale semplicemente non era tollerata. La Semplicità era anche la sua arma più potente, un mezzo per umiliare leader di aziende considerati fino ad allora invincibili.
Il libro “Insanely Simple” si può ordinare da Amazon, mentre può essere acquistato in forma digitale anche presso l’iBookstore di Apple.
[Via MacRumors]

Sul Wall Street Journal, il giornalista e fondatore di Press+ Gordon Crovitz tenta di scagionare Apple dalle accuse di collusione mosse dal Dipartimento di Giustizia statunitense in merito alla questione del prezzo degli eBook. Nel farlo, però, dimentica un particolare determinante.
Secondo Crovitz, il famoso 30% di commissioni che Cupertino impone agli editori farebbe parte d’una strategia ben consolidata, che andrebbe vista nel suo complesso:
“Temo che non abbiate capito. Non possiamo trattare i giornali o le riviste in modo differente rispetto a come gestiamo FarmVille.” Con queste parole, il dirigente senior di Apple Eddy Cue ha difeso il proprio modello di business prendere-o-lasciare dal 30% di commissioni per ogni transazione attraverso il servizio iTunes. […] Una dichiarazione che fa riflettere e che ricorda come i grandi media non abbiano alcun approdo preferito nel nuovo mondo digitale. Questa dovrebbe diventare la prova cardine nel caso antitrust del Dipartimento di Giustizia contro Apple e gli editori: il 30% di condivisione delle entrate è una pratica standard di Cupertino, e non, come argomentato dal governo, il prodotto di una cospirazione.
Insomma, il fatto stesso che si tratti d’una pratica consolidata e precedente all’entrata di Apple nel mondo dei tomi digitali renderebbe ipso facto lecito il cosiddetto “Modello Agenzia”. E a riprova di questa teoria, Crovitz spiega che il mercato degli eBook non è mai stato tanto florido:
Negli ultimi due anni, grazie al modello agenzia, il mercato del Kindle è sceso del 60% [dal precedente 90%] grazie alla competizione degli iPad e dei Nook Barnes & Noble, e i prezzi per i consumatori sono ora più variegati, dai 5,95$ ai 14,95$. La flessibilità dei prezzi è necessaria per gli editori poiché consente l’innovazione. Per quale ragione alcuni eBook costano 99 centesimi e altri in edizione con video e rilegatura arrivano a 49,95$? Perché non offrire la possibilità di pagare il 10% in più per poter accedere ai propri eBook da tutti gli e-reader? Dovrebbero decidere i consumatori, e non Amazon o la Divisione Antitrust.
Continua a leggere: WSJ: il "Modello Agenzia" sugli eBook non è illegale

Continuano le grane per Apple in merito alla questione del prezzo degli eBook e del cosiddetto “Modello Agenzia” adottato nei rapporti con gli editori. E così, alla luce degli ultimi eventi, ora dal Canada fioccano le class action.
Ne parla l’avvocato Normand Painchaud in un’intervista della Montreal Gazette:
Raggiunto venerdì mattina, Painchaud ha affermato che una delle tre cause in Canada è sua, ma esistono altre richieste di class action anche in British Columbia e Ontario. Painchaud ha dichiarato che se uno di queste cause porterà alla vittoria, allora ci sarà probabilmente la possibilità di estendere i danni a tutti i possessori di libri elettronici canadesi. […] Se avranno successo, tutti i canadesi che hanno acquistato eBook a partire dal primo aprile 2011 sarebbero messi in condizione di richiedere i danni. E poiché i prezzi sono saliti da meno di 10$ a 12$-14$ se non i più, le somme in gioco sembrano piuttosto significative.
Questo almeno è quanto avviene alla Corte Superiore del Quebec, ma come sottolinea lo stesso Painchaud, l’aria che si respira in altri tribunali non è più leggera. Su The Globe and Mail di ieri si legge infatti delle azioni analoghe intraprese anche nella Corte Superiore di British Columbia:
Il caso statunitense non coprirà i consumatori canadesi. Quindi sebbene si tratti dei medesimi fatti e abbia finalità analoghe di protezione dei consumatori, questa causa è rivolta a consumatori differenti in un paese differente.
Ogni tentativo di contattare Apple o gli editori si è dimostrato infruttifero, ma è chiaro che la cosa sta sfuggendo rapidamente di mano a tutti i soggetti coinvolti.

Contrariamente agli spettacoli indecorosi (tutti rigorosamente “all’insaputa” del diretto interessato) che ci propina ogni giorno la nostra classe dirigente e politica, Apple ha deciso di voler andare avanti nel processo per il presunto cartello sui prezzi degli eBook. Una scelta che le fa onore, nata dalla volontà di dimostrare la propria innocenza anche nelle sedi opportune, oltre che coi proclami.
Lo spiega Daniel Floyd, legale per la mela, parlando al giudice Denise Cote:
“Sostanzialmente, vorremmo che il processo fosse deciso entrando nei meriti. Crediamo che il processo aperto nei nostri confronti non sia appropriato e vorremmo dimostrarlo.”
In realtà, oltre al nobile intento, c’è almeno un’altra ragione per cui a Cupertino conviene andare avanti. Il fatto è che tre dei cinque editori coinvolti hanno preferito evitare le incertezze d’un procedimento legale optando per un accordo extragiudiziale; se passasse questa linea, Apple sarebbe costretta a dire addio ai contratti costruiti sul cosiddetto “modello agenzia” e quindi alla clausola che impedisce di vendere altrove gli eBook a prezzi inferiori rispetto all’iBookstore. Benché apparentemente utile per gli utenti, un simile scenario rischierebbe di consegnare ad Amazon praticamente l’intero settore e di renderla monopolista di fatto; il timore di Cupertino, degli editori e dell’Associazione degli Autori è infatti che il colosso dell’e-commerce adoperi tecniche di dumping per sbarazzarsi definitivamente della concorrenza.
La prima udienza si terrà il prossimo 22 giugno, presso la Corte Distrettuale del Distretto Sud di New York.

In risposta alla raffica di furti degli account iTunes verificatasi lo scorso anno, su App Store e iTunes Apple sta implementando dei meccanismi di sicurezza un filo più solidi dei precedenti; agli utenti sparsi per il mondo vengono ora formulate alcune domande prima di ogni acquisto.
Nel 2011, oltre 50.000 account iTunes erano stati violati e venduti a un sito cinese di aste online; le informazioni venivano spesso cedute a prezzi stracciati -5 dollari o giù di lì- e consentivano di effettuare acquisti in libertà, visto che erano collegate a carte di credito altrui negli Stati Uniti.
Poi Apple ha scoperto tutto, e stretto il pugno, ma da oggi la morsa si fa ancora più robusta. Al momento degli acquisti su iBooks, iTunes e App Store, infatti, un certo numero di utenti Apple avrebbe ad essere dirottato verso una pagina che richiede esplicitamente di aggiornare il proprio profilo con tre domande di sicurezza. Cose tipo “come si chiamava il tuo maestro alle elementari” oppure il “la città del primo bacio.”
Infine, pare anche che Apple stia istituendo un Rescue Email Address, ovvero un indirizzo mail secondario cui appoggiarsi nei casi di emergenza e per il reset della password. Non esiste ovviamente alcuna tempistica definitiva, ma è evidente che presto o tardi la novità riguarderà tutti gli utenti, compresi quelli sui dispositivi iOS.

In risposta alle recenti attenzioni del Dipartimento di Giustizia americano sulla questione dei presunti accordi sottobanco presi per controllare il prezzo degli eBook, Cupertino emana un comunicato stampa asciutto e piccato. Non soltanto le accuse sarebbero infondate, ma ad Apple andrebbe riconosciuto il merito d’aver spezzato il monopolio di Amazon.
Le parole che seguono, tradotte in italiano per comodità, sono del portavoce Apple Tom Neumayr:
Le accuse di collusione del Dipartimento di Giustizia mosse contro Apple non sono semplicemente veritiere. Il lancio dell’iBookstore nel 2010 ha favorito l’innovazione e la competizione, rompendo la presa monopolistica di Amazon sull’industria editoriale. Da allora, i clienti hanno beneficiato di eBook più interattivi e appassionanti. Come agli sviluppatori è concesso di regolare da sé il prezzo sull’App Store, così gli editori possono decidere per proprio conto i prezzi su iBookstore.
Per carità, tutto vero. Il problema però sta nel fatto che Apple ha espressamente vietato agli editori di rivendere altrove i titoli pubblicati su iBookstore ; ciò, in altre parole, significa che Apple potrebbe aver ostacolato la libera concorrenza, costringendo gli utenti a pagare di più i libri in virtù d’un accordo che rischia di violare parecchie leggi statunitensi sull’Antitrust.
Ricordate la frase di Steve Jobs riportata da Walter Isaacson?
“Abbiamo detto agli editori ‘usiamo il modello agenzia’, in cui voi regolate il prezzo e noi prendiamo il 30%, e sì, i clienti pagheranno un po’ di più, ma questo è quello che volete comunque, no?”
Gli esperti di diritto affermano che una causa simile è molto difficile da portare avanti e che potrebbe concludersi con un nulla di fatto in favore della mela. La sensazione, tuttavia, è che premesse del genere configurino per lo meno un’ipotesi di reato. E di solito sugli accordi sottobanco, negli Stati Uniti non scherzano mica.

Non si conoscono ancora di i dettagli della faccenda, ma a quanto pare Apple ha iniziato ad offrire sconti cospicui sull’acquisto di un nuovo Mac agli autori che pubblicano su iBooks, la libreria virtuale con la mela.
Ne scrive la sempre ben informata Erica Sadun. Al prezzo del computer, gli iscritti ad iTunes Connect potranno decurtare un bel 10% come avviene già nel settore education. Ciò fa parte delle condizioni del nuovo iTunes VIP program:
Resi disponibili attraverso iTunes Connect, questi sconti appaiono essere un’esclusiva del programma iBooks. Gli sconti spaziano dai 500$ per il Mac Pro di base fino ai 60% per il mini di base. Così come le precedenti iniziative di questa natura, Apple pone dei limiti sulla tipologia e la quantità di hardware coinvolto. Lo sconto si intende per massimo due computer, due iPod (cosa che sembra includere anche gli iPad) e una Apple TV.
Non è chiaro se tali sconti verranno estesi anche ai membri dell’App Store. Fino ad un anno fa, infatti, rientrava tra i privilegi delle iscrizioni Select e Premier, soppresse poi in favore di un developer program a basso costo [link diretto al PDF].